Il pactum sceleris degli anni Ottanta (e di oggi)

Creato il 13 gennaio 2014 da Sviluppofelice @sviluppofelice

di Cosimo Perrotta

Tribuna Politica Anni 80

Questo articolo era programmato da tempo, ma adesso lo dedico con gratitudine ad Augusto Graziani, scomparso il 5 gennaio. Graziani è stato maestro di più generazioni di economisti italiani, soprattutto nell’analisi dello sviluppo italiano del secondo Novecento, del dualismo economico in Italia nello stesso periodo, infine nella teoria del circuito monetario. Ma non è stato maestro solo sul piano scientifico. E’ stato fra i grandi meridionali che combattono la tendenza alla corruzione, al compromesso e al pressappochismo così diffusi nel Sud. Il suo moralismo derivava da un rigore inflessibile che applicava innanzitutto a se stesso.

Gli anni Ottanta non sono ancora finiti. In quel periodo si consolidarono i processi perversi che bloccano tuttora l’economia italiana.[1] Ci fu un ritorno del liberismo e poi un conflitto tra liberisti e “statalisti” che dura tuttora. Ma in realtà le due visioni diventarono strumenti per difendere le rendite parassitarie di una o dell’altra parte sociale.[2]

Da allora i liberisti hanno ottenuto privatizzazioni ambigue, i cui vantaggi spesso non sono andati all’imprenditoria e al merito ma alle rendite industriali o finanziarie. Si pensi alle “privatizzazioni” (fatte con capitale pubblico) di Alfa-Romeo, Poste, Ferrovie, Alitalia, Telecom, di molte autostrade, di molte aziende municipalizzate; o a quelle parziali di acqua, gas, elettricità. In tutti questi casi il servizio complessivo è peggiorato, e in molti casi è peggiorato anche il bilancio.

Per non parlare della pseudo-trasformazione in “aziende” di scuola, Università e sanità, al fine di renderle efficienti. Come risultato abbiamo quasi distrutto scuola e Università, che erano di qualità medio-alta, e abbiamo aggravato il passivo della sanità. Spesso la deregulation ha solo incoraggiato l’illegalità. Le rendite di posizione e le barriere all’entrata degli ordini professionali non sono state scalfite.

Da parte degli “statalisti” invece ci si è arroccati a difesa di tutto: diritti dei lavoratori ed abusi di alcuni di loro, aziende produttive e aziende decotte, merito e demerito, baby-pensionati e disoccupati, invalidi e braccianti falsi o veri, impiegati pubblici che lavorano bene e quelli che lavorano poco o male.

Questa strategia ha premiato i più forti e i più furbi; ed ha emarginato i deboli e gli onesti. Per ogni gruppo iper-garantito, si è formato un gruppo non garantito. I non garantiti sono cresciuti nel tempo e sono ora la maggioranza: anziani con pensioni minime, disoccupati, esodati, giovani inoccupati, NEET (giovani che non studiano né lavorano), lavoratori precari. E poi i più deboli di tutti: immigrati, poveri, donne che non lavorano.

Al di sotto del conflitto fra liberisti e statalisti, negli anni Ottanta si consumò un patto scellerato tra i diversi interessi parassitari, a spese dell’interesse generale e dei conti pubblici. Quegli interessi parassitari appaiono distanti ed opposti, ma sono uniti dalla comune ostilità verso le riforme. Queste, che tutti auspicano a parole, non passano perché, rilanciando lo sviluppo, danneggerebbero le rendite costituite, dando spazio ai capaci, i laboriosi, gli onesti; creando una vera concorrenza; e proteggendo davvero le fasce più deboli.

La prima vera riforma strutturale dovrebbe colpire l’asse portante di quel patto scellerato, e cioè l’accordo implicito, omertoso, tra la maggioranza di lavoratori autonomi, che evade il fisco,[3] e la maggioranza di lavoratori del pubblico impiego, che rifiuta qualsiasi vero controllo di produttività (non i premi di produzione a pioggia di oggi, o l’aumento di stipendio dei dirigenti, diventati “manager” sulla carta).

Quell’accordo omertoso dura tuttora; e giustifica e protegge ogni altra rendita che grava sui conti pubblici: il sostegno alle aziende improduttive, pubbliche e private; l’inamovibilità dei dipendenti pubblici, a dispetto delle tante “grida manzoniane”; le barriere all’entrata; il proliferare dei rentiers (sono ben due milioni i capifamiglia che vivono di rendite da proprietà); gli esportatori illegali di capitali; gli speculatori finanziari; i falsi invalidi; ecc. E poi giustifica e protegge i grandi sponsor di questo patto inconfessabile: i politici; con i loro sprechi clientelari, le ruberie sistematiche e gli appalti truccati.

Da questo coacervo di parassitismi nascono la corruzione e la disuguaglianza crescente. La prima è alimentata dall’abitudine ai privilegi e al potere senza controlli.[4] La seconda, dal binomio rendite più ristagno.[5] Tutto questo va a danno di almeno quattro categorie: gli imprenditori non collegati col potere politico, i lavoratori autonomi che pagano le tasse, gli impiegati pubblici che lavorano bene (ce ne sono tanti), e l’immenso mare di fasce deboli non protette.


[1] V. Guido Crainz, Autobiografia di una repubblica, Roma: Donzelli, 2009, cap. VII.

[2] Nel 1973 Luigi Spaventa (“Note su rendite e profitti: l’esperienza italiana”, Moneta e Credito, 1973, rist. in n. 263, 2013) criticò l’uso del termine “rendite” per indicare la produzione inefficiente o arretrata, basandosi sul concetto di Ricardo della rendita terriera. Per molti casi aveva ragione. Però Ricardo parlava della rendita differenziale (che deriva dall’aumento dei costi di produzione, dovuto alla scarsità delle risorse naturali), non della rendita assoluta (dovuta al possesso di una risorsa o di una posizione). Qui intendiamo per rendita il reddito o la parte di reddito ottenuti senza prestazione effettiva di lavoro e senza investimento produttivo.

[3]V. ancora Crainz, op. cit, pp. 138-41.

[4] In un altro articolo su questo blog (“L’Italia bloccata dalle rendite”, 17/6/2013) ho accennato alle cause remote della tendenza italiana a preferire rendite e privilegi all’investimento e al merito.

[5] V. Mario Pianta, Nove su dieci. Perché stiamo (quasi) tutti peggio di 10 anni fa, Roma-Bari: Laterza, 2012.

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