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Il passaggio di Antonio Diana, Teatro Millelire. Recensione: il grido di dolore del teatro.

Da Riflessialmargine
Il teatro è morto. Il teatro è povero. Il teatro deve rinascere, deve spogliarsi, deve andare incontro alla vita reale. Magari! Stiamo aspettando un digestivo, un rimedio alla stipsi collettiva, un purgante sociale. Ad oggi siamo solo partecipi dell'ingolfamento e cerchiamo soltanto di ripararci con ombrelli di stoffa troppo leggera dal vomito e dalle scariche di diarrea che ci arrivano addosso un po’ tutti i giorni. Che puzzo. Chi è stato? Chi la sente, ne è parente. Fuori i nomi. Non c'è niente di male ad avere disturbi intestinali; chissà perché tutta questa paura di sentirsi male. Basta una cura, un po’ di riposo e degenza. Ma fra i parenti di casa mia non ci sono solo disturbi; nel mio Paese c'è un tumore cronico, siamo tutti malati terminali. E quindi aspettiamo con paura che arrivi la morte. Ma arrivasse! Così almeno potremmo rinascere. C'è qualcuno che ci tiene in vita perché ha bisogno di noi. Ma se volessimo morire? Che amore disinteressato che hanno per noi coloro che ci governano, con tutte le scariche di rifiuti organici che ci riversano addosso neanche ci vogliono far morire; ci tengono a sé in questa stitichezza nazionale, in questo tumore intestinale per sentirci tutti più vicini: mal comune mezzo gaudio, una risata e due chemio. Un po’ di cabaret , spettacoli e divertimenti di basso costo, perché con tutti i soldi per le medicine, non è possibile ingaggiare quelli davvero bravi che poi appesantiscono le menti: quando si è malati si ha bisogno di avere la testa leggera. L'importante è guarire con le medicine chimiche, tenere in vita questi corpi dello stato, che se si svuotano di identità e di valore è pure meglio, almeno poi si riempiono come meglio si crede. Quando avverrà finalmente questo trapasso, questo passaggio? Giriamo tutti intorno a questo argomento, perché ci tocca, ci brucia, ci trapassa e ciascuno cerca di esprimere a suo modo com’è vivere, o meglio sopravvivere in questo buio medioevo. Il tempo della rinascita sembra ancora molto lontano e si sperimenta, si cerca di accendere un lume, a volte si distrugge in modo poco mirato o si rischia di ricreare con la stessa pesantezza, lo stesso ipocondriaco caos che si cercava di evitare. 
La messa in scena del testo di Antonio Diana è sembrata una sperimentazione molto coraggiosa, molto sentita, molto studiata. Anche troppo forse. Il testo ci lancia in una spirale vorticosa da un presente di guerra e resistenza a un passato di ricchezza economica e sociale, culturale, artistica, in cui i teatri erano pieni, gli attori recitavano con gloria e soddisfazione, lavoravano! Quello che rimane adesso sono solo macerie, ricordi, echi che si annidano negli angoli polverosi dei camerini, dei fuori scena, fra gli abiti invecchiati e sgualciti, un tempo scintillanti e vivi; questi attori oggi in fin di vita sembrano non trovare più un linguaggio per raccontare….per parlare…per dire…..cosa? E come? Tra una quinta e l’altra appaiono le ombre di una Medea, uno Iago, un Don Giovanni e ci parlano emozionandoci ancora, ma non basta: ci serve altro, ci serve un racconto reale, una storia vera, che si intreccia con un’altra vita, quella creata dall’uomo-attore che adesso va in scena. E noi vogliamo sentire chi è costui, che cosa fa e anche questo ci smuove, ci appassiona. Si succedono scene, prove e improvvisazioni di questi quattro attori che stanno per morire e rappresentano tutti, la loro categoria: il teatro. Quello che accade a loro accade a noi, stiamo per morire e non sappiamo dove andare, non sappiamo neanche bene di chi è la colpa, se c’è una colpa: semplicemente arranchiamo! Le idee di questo testo sono forti, sono laceranti, a volte difficili da ascoltare e metabolizzare, ma il linguaggio-parola arriva; il modo in cui tutto ciò viene articolato, tramite il montaggio delle scene e la scelta del cercare di mettere insieme più generi, risulta a volte confusionario. I temi diventano improvvisamente troppi, le scene troppo distaccate l’una dall’altra, per cui lo spettatore si trova disorientato di fronte alla volontà, se pur molto apprezzata, di rendere vicine dimensioni lontane nello spazio-tempo. Gli attori sono riusciti a ricreare bene momenti di grande intensità, soprattutto nei monologhi, ma sembravano succubi di una volontà più grande di loro che appariva esageratamente forzata nel rendere tutto troppo chiaro, troppo netto, troppo spiegato. La scelta del genere musicale con cui si cercava di amalgamare ogni scena, sebbene abbia esaltato le notevoli qualità canore del cast, è risultata anch’essa decisamente opinabile; soprattutto si è creato un contrasto tra la necessità di meno parole, meno testo, dello spogliare e rendere scarno il teatro cercando un nuovo attore/nuovo uomo, con questa scelta di creare ancora, troppo, di dire troppo, di aggiungere qualcosa che non c’è da aggiungere. Non si è vista una fine, perché non c’è una fine a questo dilemma; c’è una porta aperta dalla quale questi quattro attori denudati del loro sudario, dal quale si erano strappati sin dall’inizio, escono e passano, ma passano senza conoscere una direzione. Rimane il disorientamento e noi ci chiediamo: cos’è che è ancora rimasto da togliere?
Valentina Nesi 
Il passaggio di Antonio Diana, Teatro Millelire. Recensione: il grido di dolore del teatro.
IL PASSAGGIO, L'ECO DI TEATRO OCCUPATOscritto e diretto da Antonio Dianacon Antonio Diana, Mariano Riccio, Mario Piana, Arianna Luzimusiche di Antonio Diana

dall'8 al 13 ottobre pressoTEATRO MILLELIREvia Ruggero De Lauria 22 - RomaBiglietti: intero 12€ - ridotto 10€www.millelire.org – 0639751063 – 3332911132



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