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Il Presidente e il Re: quel 22 novembre 1963 secondo Stephen King

Creato il 22 novembre 2013 da Diletti Riletti @DilettieRiletti
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Parafrasando Karl Marx, potremmo dire che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano, per così dire, due volte. La prima volta come tragedia, la seconda volta come romanzo.

22 novembre 1963 : Lee Harvey Oswald, ventiquattrenne dalla personalità borderline, statunitense ma naturalizzato sovietico, uccide John Fitzgerald Kennedy, dando origine a mille tesi complottistiche e a un grande mito. L’affaire JFK, come e più di ogni altro mito americano, diventa istituzione, Mother of All Conspiracies. Ad esso sono state dedicate più di duemila opere letterarie, e ognuna sostiene una tesi diversa: Larry Hancock vi ha visto lo zampino dei cubani e della CIA. Edward J. Epstein sostiene che Oswald sia stato manipolato, Norman Mailer in Il racconto di Oswald lo tratteggia come un cane sciolto contro cui fu ordita una cospirazione dopo l’attentato. Don DeLillo immagina in Libra che l’attentato sia stato architettato dalla CIA, contraria alla politica estera del presidente e decisa a far ricadere la responsabilità sul governo cubano, e via immaginando.

Con 22/11/’63 Stephen King non si è sottratto alla fascinazione del mito e, solo di poco abbandonando il genere che l’ha reso famoso, riprende una sua idea del 1973 il cui titolo era Split Track, abbozzata ma poi richiusa nel cassetto senza fondo dell’autore.

In seguito alla missione affidatagli dal suo amico Al,  il nolente protagonista si ritrova catapultato indietro di cinquantatre anni, attraverso un passaggio spazio-temporale, la “tana del coniglio”. Jake Epping si ritrova così a rivestire, in un’epoca a lui completamente sconosciuta, panni non suoi, costretto a costruirsi una falsa identità per impedire l’assassinio che ha cambiato la storia degli Stati Uniti.

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La suspense, apparentemente diluita nel corso della lunga lettura, in realtà si rinnova sul filo dei tentativi di Jake/George di trovare una casa e un lavoro, crearsi delle relazioni sociali e persino un amore, il tutto per impedire a Lee Harvey Oswald di salire al quinto piano del School Book Depository a Dallas, di affacciarsi alle finestre su Elm Street, di premere il grilletto, di far schizzare le cervella del Presidente su un tailleur Chanel rosa confetto.

Impresa non facile, quella di Jake/Georges che procede a ritmo lento -un passo dopo l’altro e anche diversi passi indietro per evitare ogni sospetto ed ogni errore- a dispetto del costante accompagnamento musicale degli Everly Brothers e delle McGuire Sisters. Nel più puro stile King, l’autore sembra ad un certo punto prendere sottobraccio gli amanti del genere horror, forse perplessi dall’enorme divagazione storica: non è un caso che quando Jake si ritrova ad attraversare il Maine si fermi in una cittadina chiamata Derry, terrorizzata da una serie di omicidi commessi da un clown. Il cerchio del Male si chiude comunque attorno al lettore.

Ma, oltre la trama ben architettata, lungo il romanzo prende forma una riflessione sul tempo e sulla nozione di libero arbitrio: Jake scoprirà a sue dolorosissime spese che il passato “si armonizza”, il passato “si protegge” dalle intrusioni, tendendo a rendere nullo qualunque tentativo di modificarlo. L’uomo, per quanto determinato, nulla può contro il muro di gomma del tempo che assorbe gli urti e torna ad essere come è stabilito che sia.

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Ma più terribile ancora dell’ineluttabilità di “ciò che è stato”, è la possibilità di “ciò che sarebbe stato se non…”, l’apertura di varchi in mille futuri possibili se l’assassinio non avesse luogo. Cosa diverrebbero gli Stati Uniti e il mondo? Come potremmo avere la certezza che sarebbe davvero migliore?

E soprattutto (e su questo dubbio fa leva la maestria di King) siamo davvero sicuri di volerlo sapere?


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