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Il Quirinale che non vogliamo

Creato il 01 gennaio 2015 da Casarrubea
Giorgio Napolitano

Giorgio Napolitano

Ce l’aveva detto, e in questo è stato coerente. Del resto novant’anni non sono un fatto indifferente nella vita di una persona e, tanto meno, lo sono nella vita di chi, con la sua azione, segna la storia e l’immagine di un popolo. Nel bene o nel male. Napolitano è stato certo, tra i mondi peggiori possibili, quello che di meglio ci poteva capitare. Antifascista convinto e sicuro democratico. Non è stato di sinistra durante la sua presidenza, e ha cercato di gestire il suo mandato facendo del suo meglio, ma anche non facendo di tutto per essere veramente al di sopra delle parti e delle cricche, in cui l’Italia si è sempre divisa.

Tra le cose peggiori che ha fatto c’è il non aver dimostrando di contribuire, al massimo delle sue conoscenze, a svelare i segreti rapporti tra Mafia e Stato, premettendo, dopo essere stato convocato dai giudici, di non potere aggiungere nulla a quanto già conosciuto su quei rapporti. Il che, per un ex ministro degli Interni, divenuto poi Presidente della Repubblica è un fatto poco comprensibile. O come quella volta in cui, venuto in Sicilia per consegnare la medaglia d’argento alla famiglia di Placido Rizzotto, dimenticò totalmente che le famiglie dei sindacalisti uccisi dalla mafia, sono diverse decine e che ad esse sarebbe stato doveroso, rivolgere non solo un ricordo, ma anche una promessa di futuro riconoscimento. Perciò rimane l’ombra del sospetto che in questo caso abbiano agito sul presidente, allora, le pressioni di parte e che anche nel caso in parola il presidente sia stato poco imparziale.
Napolitano, uno degli ultimi uomini di vecchio stampo, ha assicurato la barra dritta nella transizione della crisi economica e generale dell’Italia e dell’Europa, negli ultimi quasi nove anni, ma se ne va “a Dio spiacente e a li nimici sui”, col suo fardello di retorica, parvenze, e di grigiore umano. Speriamo che chi lo seguirà non sia peggiore.
Si fanno diversi nomi a tale proposito e già si intravede lo scenario di una lotta interna al partito di maggioranza. Per gli altri partiti i nomi furono fatti e bruciati a suo tempo: Emma Bonino, per non parlare di tutti gli altri. Fuori dal PD: Pier Ferdinando Casini, uomo di potere per eccellenza, o Giuliano Amato. O dentro il PD: Romano Prodi in prima fila, seguito da altri “vecchi” come Pier Luigi Bersani, Dario Franceschini, Walter Veltroni o lo stesso Piero Fassino. Ci sono poi i nuovi parvenus come Roberta Pinotti, ministro della Difesa, che sembra la più papabile di tutti.
Non ne vedo uno, uno solo, che non sia di parte, ma che sia al contrario capace di schivare per dichiarata volontà le consorterie che sembrano caratterizzare sempre di più le scuderie, più o meno lontane di appartenenza. Esse hanno un tratto specifico. Ruotano su se stesse; ogni individuo richiama l’altro, ciascuno si dà una mano con chi gli sta più vicino, e pur di essere nel giro, con i soldi nostri, venderebbe pure il proprio padre. In televisione, negli uffici, nei centri di comando, nei servizi, nella pubblica amministrazione. E’ un nuovo sistema di potere (nuovo in quanto a capillarità della diffusione del suo modello), in cui ciascuno contribuisce a realizzare l’ordine satellitare che gli è stato assegnato. Basta vedere certe trasmissioni televisive, osservare le facce che vi si notano, o seguire certe rubriche, o costatare che attorno a tutto ruotano Case Editrici, testate di giornali, attori e ambienti, e quant’altro necessario a formare il potere planetario-satellitare che ne viene fuori.
Stando allora ai nomi finora emersi per la candidatura al Quirinale, nulla sembra presagire un cambiamento di rotta. Il timone sarà sempre quello del pilota automatico, incapace di farci navigare in acque tranquille.

GC


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