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Il reporter: un lavoro non da tutti. L’organizzazione RSF ci racconta le verità di questo mestiere

Creato il 29 dicembre 2015 da Retrò Online Magazine @retr_online

Il bilancio di Reporter senza frontiere è crudele. Sì, una parola forte, come forte dev’essere la reazione di quanti immaginano come debba essere la professione di un reporter. L’organizzazione non governativa (RSF) parla di 11o giornalisti morti nel 2015, tenendo presente che i due terzi di questi ultimi sono finiti vittime in Paesi dove regnava la pace. Si evidenzia, pertanto, la crescita enorme di gruppi armati non statali, che sempre più spesso mettono a morte quanti fanno dell’informazione e della notizia il proprio mestiere e una “vocazione”.

Facendo ora un confronto con l’anno precedente – il 2014 – la situazione fu del tutto opposta a quella attuale: se nel 2014 due terzi dei reporter venne ucciso in territori di guerra, nell’anno che sta per finire il bilancio è totalmente ribaltato. C’è tanto da domandarsi, dunque, per comprendere cosa stia accadendo in questi Paesi che – secondo un’ottica globale – non sono ufficialmente falcidiati da una guerra in corso.

A dare la notizia sul 2015 è lo stesso Christophe Deloire, segretario generale di RSF, il quale – in linea con quanto esposto – sensibilizza le autorità affinché sia istituita una realtà concreta che protegga i giornalisti e il loro mestiere. E il dato su cui soffermarsi è la morte in assenza di guerra. Perché? Quali sono le cause reali? Quali le dinamiche che si sottendono? Nel mestiere del reporter oggigiorno non basta più stare ad occhi aperti dinanzi alle atrocità perpetrate dall’Isis. Non è più sufficiente.

110 è il bilancio dei giornalisti rimasti vittime nel 2015: 67 dei quali mentre erano in servizio, e il restante 43 senza una causa reale, e pertanto la loro morte è tuttora un mistero. Sui territori di guerra c’è poco da dire, e l’opinione pubblica è consapevole di questo dato. In guerra si muore e svolgere il ruolo di reporter nel bel mezzo di un conflitto, significa innanzitutto esporsi ad un rischio di portata enorme. Ma in riferimento ai Paesi dove un conflitto reale e concreto non esiste, probabilmente c’è bisogno di spendere qualche parola di più. Sono questi i Paesi dove la tensione fra gli organi di stampa e la criminalità organizzata è alle stelle. Le organizzazioni criminali temono i media e vi si scagliano contro intimando la morte, fino a procurarla consapevolmente.

Resta il fatto che a livello internazionale oggigiorno la principale minaccia per i reporter resta il Califfato, i jihadisti, lo Stato islamico. Il Medio Oriente è una polveriera dove i giornalisti in servizio – professionisti o meno – mettono quotidianamente a repentaglio la propria vita. In quest’ottica afferma Christophe Deloire: “Bisogna nominare quanto prima un rappresentante speciale del Segretario generale dell’Onu per proteggere i reporter”. Una figura istituzionalizzata che sappia fornire garanzie a una professione oggi più che mai a rischio.

Nello scacchiere internazionale i Paesi evidenziati per l’elevato indice di pericolo sono ben noti. Si va dall’Iraq – con 11 reporter uccisi – alla Siria e allo Yemen con 10 vittime fra gli operatori dell’informazione. Lo Yemen ad oggi sta presentando al mondo un ennesimo focolaio di guerra. Il conflitto tra sunniti e sciiti è sempre più violento. Poi ci sono altri Paesi come l’India e il Sud del Sudan che manifestano profonde ferite indotte da conflitti interni o per mano di organizzazioni non statali. Infine una new entry che ha portato in scena l’Europa: per la prima volta il Vecchio Continente si sente realmente minacciato da un nemico “non più soltanto esterno”. E’ il caso della Francia a seguito degli attentati alla redazione parigina di Charlie Hebdo e al teatro Bataclan, rispettivamente del 7 gennaio 2015 e del 13 novembre dello stesso anno.

Sulla via della droga la situazione non è certo migliore. E’ questo il caso del Messico, dove a rischiare la vita non sono soltanto le “professioni scomode”, che denunciano il malaffare dei narcos, ma gli stessi civili che vivono in contesti ad elevato rischio. Il bilancio per il Messico è di 8 reporter morti nel 2015, e per la medesima ragione sono 7 le vittime nelle Filippine e in Honduras.

Esiste poi la piaga dei rapimenti. Non è certo marginale o di secondo ordine il numero dei reporter tenuti in ostaggio dalle organizzazioni criminali. Per il solo 2015 si parla di 54 giornalisti rapiti, e di 154 per quelli arrestati con l’accusa “di aver svolto il proprio lavoro”. Il numero dei rapimenti permette di tracciare con una certa attenzione una linea rossa, oltre la quale il fenomeno presenta una maggiore concentrazione. Dai 26 reporter rapiti in Siria ai 13 in Yemen, per poi passare ai 10 in Iraq e ai 5 in Libia. Tralasciando quest’ultima e prendendo in esame i restanti tre, è possibile comprendere come l’area più a rischio rimanga nuovamente il Medio Oriente.

Sul fronte degli arresti per mano delle autorità statali, i numeri certamente non diminuiscono, anzi lievitano considerevolmente. La Cina è il Paese dove nel 2015 si è registrata la maggiore opposizione agli organi di informazione, con 23 reporter arrestati. Ne fa seguito l’Egitto di al-Sisi con 22 arresti, poi l’Iraq con 18, l’Eritrea con 15 e infine la Turchia di Erdogan con 9 giornalisti messi in prigione.

La matematica alle volte non vuol essere soltanto una semplice disciplina di calcolo. Pretende di essere sviluppata al pari di una metafora, che contempla al suo interno un significato ben più ampio. Qual è dunque ad oggi la situazione dei reporter? Qual è il futuro che gli si prospetta? La notizia non può certo morire, così come non possiamo porre il bavaglio all’informazione. Un organo che ne garantisca l’incolumità è forse un primo passo per difendere questo grande mestiere.

Tags:attentati,bataclan,charlie hebdo,egitto,Europa & Piemonte.,Francia,giornalismo,iraq,Libia,messico,ONU,parigi,rapimenti,reporter,Reporter senza frontiere,siria

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