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Il senso dello scrivere

Creato il 17 marzo 2015 da Rivista Fralerighe @RivFralerighe

Fuori tira aria di bufera. L’allievo, timido e avvolto nel suo scialle, si avvicina al maestro. Prova gratitudine e devozione perché grazie ai suoi insegnamenti l’arte del seminar paura tra i fili di una trama ha meno segreti. Ma in sere tormentate come questa, altre domande affollano i suoi pensieri. Domande che arrivano da assai più lontano. Si ricorda che una volta sentì dirgli che si può dire d’essere uno scrittore quando le giornate smettono d’essere scandite dalle lancette di un orologio, ma dal ritmo del narrare, proprio e altrui. Quando la scrittura diventa oggetto d’amore. Lui però, a distanza di tempo, quella lezione ancora non l’ha compresa. Non del tutto. È difficile spiegare l’odio e il terrore a chi non li ha mai provati, dice allora il Maestro, ma lo è ancor di più per l’amore. Tu, mio caro, dimmi: hai mai amato qualcuno per davvero? Sì, certo, risponde l’allievo. O almeno credo. Ma cosa c’entra questo con la scrittura? Amare, gli sussurra il Maestro, è differente da una semplice infatuazione. Non lo dobbiamo confondere con la sete che ci arde in gola, o con il pensiero dolente che si esaurisce con una fitta passeggera. Amare significa essere disposti a perdere ogni cosa. Amare è non riuscire a nutrirsi di null’altro se non dell’oggetto del nostro interesse. Significa averne bisogno come dell’aria, come del cibo.

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Per farti comprendere meglio la questione, caro mio, ecco come ne parla un certo Ken Follett:
Quando mi sveglio la mattina la prima cosa che penso è di scrivere la prossima scena del mio libro. È quello che mi diverte di più. È fantastico dedicarsi a qualcosa che uno sa di fare bene. Mi diverto scrivendo, ma “divertirsi” è una parola che non dà del tutto l’idea. L’atto di scrivere mi appassiona. Coinvolge tutto il mio intelletto, le mie emozioni e comprende tutto quello che so del mondo e di come funziona l’essere umano. Tutto fa parte della sfida per accattivare i miei lettori. Il mio lavoro mi assorbe totalmente.

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Ma di sicuro non è il solo a vederla in questo modo. Da questa parte dell’oceano, una scrittrice belga di talento, assai più giovane di Follett, una certa Amélie Nothomb, un giorno disse:
Mi chiedono perché ho scelto di scrivere. Io non l’ho scelto. È la stessa cosa che innamorarsi. Si sa che non è una buona idea e uno non sa come ci è arrivato, ma quanto meno deve provarci. Gli si dedica tutta l’energia, tutti i pensieri, tutto il tempo. Scrivere è un atto e, come l’amore, è qualcosa che si fa. Non se ne conoscono le istruzioni per l’uso così si inventa perché necessariamente devi trovare un mezzo per farlo, un mezzo per riuscirci.

Tieni anche presente, continua il Maestro, che il motivo per cui si scrive è forse una delle domande che più di frequente vengono rivolte agli scrittori. Ma come avviene per ogni altra faccenda umana, i più non hanno idea del motivo per cui fanno talune cose e non altre, persino tra coloro che si fregiano di adoperare in modo assai raffinato il proprio intelletto. Delle tante che ho sentito, ragazzo mio, serbo tra le cose preziose le perle che ci ha lasciato un certo Pier Paolo Pasolini. Al giornalista che un giorno gli chiese che senso avesse per lui lo scrivere, così rispose:

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Senso, nessuno: mi sembra una cosa completamente priva di senso. Io continuo ad essere scrittore per forza d’inerzia, per abitudine; ho cominciato a scrivere poesie a sette anni e mezzo e non mi sono chiesto perché lo facessi; ho continuato a scrivere per tutta l’infanzia e tutta l’adolescenza ed eccomi qui a scrivere ancora. L’unico senso possibile è un senso esistenzialistico, cioè l’abitudine a esprimersi, così come c’è l’abitudine di mangiare, di dormire. I limiti sono quelli linguistici. Cioè, io come scrittore italiano sono molto limitato; preferirei essere uno scrittore di lingua swahili, che è la dodicesima lingua nel mondo ed è parlata nel Kenia, in Tanzania, nel Congo, eccetera.

Sono disorientato, Maestro, dice l’allievo, lei mi parla di abitudine allo scrivere come un’attitudine naturale, spontanea. A tal punto che parrebbe inutile tentare: se uno non l’ha espressa fin da bambino, probabile non lo farà mai. Non proprio, o non solo, mio caro, dice il Maestro. Per trovare l’oro occorre scavare. A volte una vita intera non basta. A volte si trova una piccola vena, la si porta alla luce per scoprire affranti che non è quella che ci porterà lontano. Quella importante è ancora nascosta sotto spessi strati di roccia e ci costerà molto più sudore e sofferenza. Se non si tenta, non ci si può togliere il dubbio.

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Per concludere, diciamo che per risolvere il tuo enigma, non basta una sola domanda, nemmeno una sola risposta. È questo che ci insegna un certo Antonio Tabucchi:
Preferirei formulare la domanda così: perché si scrive? Tempo fa, quando ero giovane ascoltai Samuel Beckett rispondere: “Non mi rimane altro”. Le risposte possibili sono tutte valide, ma con un punto interrogativo. Scriviamo perché temiamo la morte? Perché abbiamo paura di vivere? Perché abbiamo nostalgia dell’infanzia? Perché il passato è fuggito in fretta o perché vogliamo fermarlo? Scriviamo perché a causa della vecchiaia sentiamo nostalgia, rammarico? Perché vorremmo aver fatto una cosa e non l’abbiamo fatta o perché non dovremmo aver fatto qualcosa che abbiamo fatto e non avremmo dovuto? Perché stiamo qui e vogliamo stare lì e se stessimo lì non sarebbe stato meglio per noi restare qui? Come diceva Baudelaire: la vita è un ospedale dove ogni malato vuole cambiare letto. Uno crede che potrebbe guarire più in fretta se si trovasse accanto alla finestra e un altro pensa che starebbe meglio vicino al riscaldamento.

L’allievo si avvicina alla finestra. È notte fonda, ma fuori non è buio. Le tenebre sono rotte da lampi elettrici e riflessi di pioggia. La bufera non è terminata è nel pieno del suo tumulto. In serate come questa, è difficile che i dubbi si sciolgano. Piuttosto si moltiplicano e si riannodano, nonostante, ingenui o saggi, gli uomini corrano a ripararsi sotto l’ombra dei giganti.

Samuel Giorgi



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