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Il Tai Chi, tra studi americani e avventure di ALicE

Creato il 01 luglio 2010 da Leragazze

Il Tai Chi, tra studi americani e avventure di ALicE

Erano i primi anni 70 quando mio padre e mia madre, tornati affascinati ed entusiasti da un viaggio in Cina ci raccontarono, tra le mille altre cose, di una ginnastica molto lenta che i disciplinatissimi cinesi praticavano tutti insieme, tutte le mattine in strada. E ovviamente questo sembrava loro assai strano, diciamo pittoresco.

Da qualche anno, passeggiando per i parchi di Roma, nonché ovviamente a Piazza Vittorio, la Chinatown romana, capita spesso di vedere persone o gruppi  praticare questa strana ginnastica molto lenta con movimenti precisi, marziali.

Si chiama Tai Chi ed è un’antichissima disciplina cinese, una vera e propria arte marziale praticata non con violenza ma con l’intento di una crescita spirituale e di un benessere psicofisico grazie al corretto modo di far circolare il chi, l’energia, all’interno del nostro corpo, del nostro organismo.

Sono più o meno gli stessi principi sui quali si basa l’agopuntura.

Due anni fa mi sono avvicinata anche io a questa disciplina e l’ho praticata per più di un anno. Qualche giorno fa Laura mi ha mandato i risultati di due studi clinici che riguardano il Tai Chi. Ve li riassumo e poi vi racconto la versione di ALicE.

Dunque uno studio clinico con gruppo di controllo, presentato all’ultimo convegno annuale dell’American Psychiatric Association, ha rilevato che il Tai Chi, praticato due volte a settimana per 6 settimane ha migliorato il comportamento in adolescenti con un disturbo mentale riducendo la loro iperattività. In una buona percentuale di casi ha migliorato anche le capacità cognitive.

L’altro, presentato al New Clinical Drug Evaluation Unit 50th Anniversary Meeting, ha rilevato che 2 ore ogni settimana per 10 settimane di Tai Chi Chih, una forma ridotta di tai chi con solo 20 movimenti, ha migliorato in modo significativo resilienza, qualità della vita e funzioni cognitive in anziani con depressione maggiore in terapia farmacologica, rispetto alla stessa popolazione che però non praticava quel tipo di attività.

Nulla da dire, ne prendo atto, ma evidentemente io non sono né un’anziana depressa, né un’adolescente problematica, perché la mia esperienza è stata del tutto diversa. Per quello che mi riguarda ho iniziato a praticare Tai Chi con molto entusiasmo, in una palestra comunale, con un’insegnante brava e simpatica. Si, però.

La lezione cominciava con alcuni esercizi di riscaldamento.

Sempre gli stessi, identici ogni volta. Li facevo a memoria. Un mese, due, tre… poi invece di rilassarmi mi innervosivo, soprattutto con me stessa  perché non avevo coraggio di chiedere all’insegnante qualche variazione sul tema che non mi facesse addormentare.

L’obiettivo del corso era imparare la forma 19: si tratta di una sequenza di 19 movimenti, ognuno formato da più “mosse” con dei nomi davvero… stravaganti: Jin Gang esce dal tempio (Sono sempre notizie!); Il fulmine attraversa la schiena (E ti è anche andata bene se sei qui e ce lo racconti!); Sei sigilli e quattro chiusure (De che?); Accarezzare il collo del cavallo (?); Separare la criniera del cavallo selvaggio (selvaggio, mi raccomando, non quello di prima!); La ragazza di giada tesse la tela e lancia la spola (Deve averla irritata qualcosa… Le consiglierei del Tai Chi per rilassarsi!); Jin Gang pesta nel mortaio (anche a lui mi sa che il Tai Chi non fa bene!). E poi, soprattutto: chi cazzo è Jin Gang?

Nel video qui sotto potete ammirare il Maestro Chen Xiaowang nella pratica di tale forma e potete anche verificare la durata dell’intera sequenza: meno di 3 minuti e mezzo.

Il Tai Chi, tra studi americani e avventure di ALicE

Ogni lezione noi invece la passavamo ad “aggiustare” in modo ossessivo parti del nostro corpo che non sospettavamo neanche di avere. Ricominciando ogni volta dal primo movimento e aggiungendo (se la fortuna ci assisteva) un “pezzettino” in più. Badate, non un movimento, un pezzettino.

L’apice della stracciatura delle ovaie la raggiungevo quando l’insegnante ci diceva di chiudere gli occhi. Era la fine: ci siamo, ci fa fare Il Palo Eretto. Che già il nome è tutto un programma. Si trattava di stare in piedi (ovviamente: è l’unico modo per non cadere in catalessi) dritti (non come pensate voi: dritti in modo innaturale), con le gambe piegate (non come le pieghereste normalmente: piegate in modo scomodo) e con le braccia leggermente aperte davanti al bacino come a reggere una grossa palla. Una volta a un seminario di Chi Kung (una delle molte applicazione del Tai Chi) la Maestra ci fece fare Il Palo Eretto per mezz’ora. Non potete immaginare i miei dolori alla schiena. Le mie 6 ernie del disco gridavano vendetta. Un’odissea. Il tutto mentre lei ci ripeteva con una voce meditativa, flemmatica e atona:

“Tranquiiiilliiiii, rilassaaaaaaatiiiiiii, senza pensieri… Cercaaaate un sorriiiiso interiooooore”.

Io ci ho provato. Vi giuro che ci ho provato. Ma poi mi è venuto da socchiudere gli occhi. Mi è andato lo sguardo sul grosso orologio appeso al muro… Le 20.45! Ho spalancato gli occhi e ho pensato: 

“Cazzo! Non ho messo a registrare E.R.”



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