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Il welfare, il lavoro e la sindrome del “Carosello”

Creato il 04 luglio 2011 da Antonio Conte

Più spesso, recentemente, le aziende fanno sempre più presente la necessità di trovare persone già formate da inserire nelle proprie strutture. La richiesta appare quasi legittima, se non fosse che molte aziende italiane innervano stili di conduzione e specialità professionali del tutto innovative, tale che è quasi impossibile trovare due o tre sole aziende che fanno la stessa cosa nelle stesso modo nella stessa area geografica. Anche se è ravvisabile che certi aspetti lavorativi sono in effetti standardizzati, vedi settore contabile o amministrativo. Ma già sul piano commerciale e più propriamente nel settore operativo proprio aziendale ci sono evidentemente maggiori differenze.

Come può, dunque una società, un’organizzazione professionale o un’agenzia di educazione e/o formazione ecc., trovare personale già formato?

Anche sul piano delle compatibilità relazionali e sociali a volte si vorrebbe che filasse tutto liscio e che il neo assunto sia in effetti ‘innestatto’ nel processo produttivo in modo quasi meccanico. Dimenticando quel magico processo vitale, che alimentando il nuovo ramo fluisce in esso il prezioso fluido al fine di trasformare i rari zuccheri alla luce del sole. E’ dunque vita, la visione di una nuova foglia e di un nuovo frutto.

Ma, questa metafora floristica, se ben predispone al futuro non fa di certo dimenticare il passato. Infatti certa società civile non può ovviamente dimenticare le difficoltà economiche degli anni ’40 e ’50 in particolar modo. Ne quel timido sollievo economico al reddito pro capite di parte di essa. Parliamo per lo più dei ceti medio-alti e di quelli delle grandi città, degli anni sessanta e in quasi tutti i settanta. La crisi è iniziata a far di nuovo capolino già dagli anni ’80, e poi si è concretizzata sempre più prepotentemente raggiungendo il suo apice negli a cavallo della fine e dell’inizio del millennio. Tutt’oggi non sappiamo se finirà ne quando.

A dir il vero, moltissimi iniziano a parlare di ripresa, quasi ad indurre ottimismo e speranza, ma molti ancora soffrono il quotidiano, come  i giovani, che ormai sono molto più che diplomati, ed anzi sono moltissimi i laureati. Altri con curriculum di tutto rispetto e con tanto di costosi Master, altri con tirocini ed ancora altri con brillanti Stage.

Il Welfare all’italiana, pare però che non sia ancora maturo del tutto, e nonostante i molti strumenti che oggi il Governo mette a disposizione, forse troppi, la situazione non sembra del tutto corrispondere alle esigenze del lavoratore. Ed i dispositivi stessi non sempre sono applicati in modo del tutto coerente. Tanto che lo stesso Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, dichiara in merito all’accordo del 28 giugno scorso, tra Confindustria e Sindacati quanto segue: “In un Paese nel quale il pluralismo sindacale  è particolarmente accentuato e le relazioni industriali sono particolarmente intense è davvero essenziale che tutte le grandi organizzazioni dell’industria abbiano raggiunto un accordo sul sistema delle regole comuni. E’ infatti interesse di tutti che le parti definiscano tra di loro, senza cercare soluzioni attraverso la via giudiziaria, le regole in base alle quali gli accordi possono essere sottoscritti anche a maggioranza e ciononostante applicarsi a tutti senza conflitti né incertezze. E ciò è in particolare importante per i contratti aziendali ai quali dovrà essere sempre più riconosciuta la capacità di regolare tutti gli aspetti del lavoro e della produzione con il connesso aumento detassato dei salari. Pomigliano e Mirafiori hanno aperto la strada alle nuove relazioni industriali e alla fine in esse del Novecento ideologico”.

Pochi giorni prima, il 13 giugno a Roma, il Governo pensando al Terzo settore, si proponeva di ripensare il sistema welfare. Ecco in merito ancora una dichiarazione del Sottosegretario al Lavoro e alle Politiche Sociali, Nello Musumeci intervenendo a Roma alla presentazione del Libro bianco sul terzo settore: ”Il sistema del welfare in Italia va ripensato, tenendo conto dei nuovi bisogni comunitari, che vanno intercettati, rappresentati e soddisfatti.” Ed ancora: ”Il ministro Sacconi e tutto il governo puntano alla riforma del codice civile, nella parte in cui si occupa delle associazioni, fondazioni e dei comitati. La legge-delega approvata in tal senso consentirà prima dell’estate  di depositare in parlamento il primo decreto attuativo. Il mio apprezzamento va a quanti, ogni giorno, operano nel terzo settore, spesso nel dovere del silenzio, con grande spirito di servizio e di volontariato.

Magari il nuovo sistema welfare italiano, che vorrà predisporre il Governo, pensi anche a quella schiera di giovani laureati e diplomati, e sono tanti ed a quelle aziende che hanno necessità di formazione giovani “su misura” per le proprie esigenze professionali e di nicchia. Ma si pensi anche alla loro dignità di lavoratori, di persone portatori di diritti e di legittime istanze. Ad esempio le banche non chiedano più garanzie di solvibilità a giovani coppie con contratto di lavoro a tempo determinato, per il rilascio del mutuo, se il Governo non impone tali obblighi-garanzie alle aziende, o non dia loro gli strumenti moderni come ad esempio Stage e Tirocini retribuiti, e/o in qualche misura garantiti verso un’elevata possibilità occupazionale. In modo che le aziende possano scegliere in modo sempre più mirato i propri stagisti. Ci si chiede in buona sostanza, se è legittimo per le banche richiedere garanzie ai giovani perché non sia parimenti legittimo per i giovani che le aziende possano riconoscere e poter disporre di tali standard a loro vantaggio? Non siamo forse parlando per plasmare un modello lavorativo e professionale unico di riferimento?

La rete normativa non sembra proporre sempre un modello di pari dignità, o per lo meno non sempre è applciato. Cosa che ricorda la “sindrome del Carosello”, fenomeno del tutto italiano. In cui, si ricorda, la Commissione RAI esigeva un filmato di 2 minuti e 14 secondi nel cui il codino finale di 35 secondi si sarebbe dovuto pubblicizzare il prodotto, con l’unica regola certa che nel filmato sostanziale della scenetta non doveva assolutamente apparire, ne essere citato il nome ne il prodotto dell’azienda. Ma solo esclusivamente nel codino pubblicitario. Oggi chi non se ne rende conto? Cioè con quanto ipocrisia di è andato avanti, e per quei venti anni dal ’57 al ’77 ? Non era più coerente ed efficace creare una pubblicità più mirata? Ci si chiede quanto è costato alle aziende italiane pagare la “ninna nanna” ai bambini. Di certo il business che ha mosso Carosello è stato notevole, ma l’obiettivo quale era? Mettere a nanna i bambini o far vendere i prodotti delle aziende sponsor?

Ci si augura che il Governo, nel definire o legittimare nuovi modello occupazionali, ascolti anche la critica dei lavoratori e tenga, quindi conto della realtà tutta, (al di la della sindrome citata) tanto di quella aziendale quanto di quella dei lavoratori e dei suoi diritti. In quanto solo un accordo sincero, onesto e leale può far nascere una nuova spinta di ottimismo commerciale e finanziario, necessario per risollevare l’economia nazionale.

Antonio Conte

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