Immigrati digitali

Creato il 17 settembre 2014 da Povna @povna

Piccola città, esterno, giorno. La ‘povna, di ritorno da scuola, si gode il pomeriggio di inaspettato sole e la presenza di Ohibò, in transito verso la Lanterna – tutti e due seduti comodi al tavolo di un baretto, davanti al grande murales. Improvvisamente, il telefono: numero ignoto, ma la ‘povna risponde.
“Pronto…”.
“Pronto, ciao, parlo con la ‘povna?”
“Sì, chi…”
“Sono la tua collega Salto-della-Quaglia, ci siamo viste venerdì al collegio dei docenti”.
La ‘povna recupera un’immagine nel retro della fila e della lista.
“Certo, dimmi”.
“Ti chiamavo perché, sai, sono passata nella vostra scuola solo quest’anno, direttamente dalla scuola di infanzia: so che tu non insegni al Prefabbricato, ma all’Altro Plesso, ma il vicepreside Mambrino mi ha dato il tuo numero; sai, a proposito del progetto Comunità del Libro”.
La ‘povna si mette in modalità help-desk:
“Volevi qualche dettaglio in più, immagino. Io purtroppo sono per…”
“Perché io non l’ho mai fatto, nell’altra scuola”
["Effettivamente, alla scuola di infanzia" - ma la 'povna ha già capito che in questa telefonata ci sono molte osservazioni che non si può permettere di fare ad alta voce. Ohibò, intanto, di fronte, la guarda esterrefatto].
Salto-della-Quaglia procede, impavida:
“E dunque non so come procurarmi i libri”.
La ‘povna ci riprova:
“Se è solo per questo, ti sollevo subi…”.
“Perché la collega Wishes mi ha detto che per i libri normali ci vuole il rappresentante, ma per questi io sono andata sul sito, e il numero del rappresentante di Comunità del Libro non c’è, e allora non so come fare e mi chiedevo se tu potessi aiutarmi, e…”
["E dagli"].
“Come ti stavo dicendo, per la questione dei libri ti posso sollevare da ogni ambascia” – (la ‘povna sente la voce di Quaglia che monta, e questa volta accelera) – “nel senso che i libri, tutti i libri, per gli alunni e tutti i docenti del progetto, li ha già ordinati il collega Hal9000 a giugno, e arriveranno venerdì prossimo”.
“E io allora come faccio a ordinarli?”.
["Santa pazienza" - Ohibò, impietrito, è una statua di sale a tutti gli effetti].
“Come ti spiegavo, non devi ordinarli, perché Hal9000 lo ha già fatto per tutti e…”.
“Ma a giugno come faceva a sapere che sarei arrivata proprio io, col trasferimento?”.
["Purtroppo non lo sapeva, se no venivamo ad accopparti" - le parole premono per uscire, categoriche, ma la 'povna stringe i denti].
“Ovviamente non lo sapeva, ma sapevamo il numero di docenti, alunni, e classi, dunque…”.
“Ma allora mi stai dicendo che sono già ordinati!”.
["Alleluja"].
“Eh, già, e dunque…”.
“Ma, per quanto riguarda come caricarli sul tablet, e poi le specifiche tecniche, e poi le prese, la corrente, posso chiedere a te, se ho dei dubbi, in classe, ti chiamo all’Altro Plesso, tanto tu lo porti sempre dietro, vero, il cellulare?”.
“Ehm, no Quaglia, il cellulare in classe lo tengo spento e comun…”.
“Davvero? E come mai?”.
["Perché lo dice il buon senso, collega incapace di ascoltare, se non il regolamento"].
“Ehm, perché credo che ci sia un tempo per tutto, ma non è questo il punto; ti stavo dicendo…”.
“Ma io allora come faccio se non riesco ad accendere i libri elettronici”.
La pazienza della ‘povna è pericolosamente al limite, il tono della voce sta diventando angelico, Ohibò le rifà il verso, aggiungendo all’esasperazione burla.
“Quaglia, se provi a lasciarmi finire una frase, forse, lo capisci”. E, questa volta, le parole, ad alta voce, le scandisce.
“Come provavo a dirti, per la parte tecnica del progetto non ti devi rivolgere a me, che sono responsabile organizzativa per l’Altro Plesso e, sì, dei contenuti, ma di lettere [ovviamente]. Ma tu hai la fortuna di avere Hal9000, che è il responsabile di tutto, ed è pure di Informatica, nel tuo consiglio di classe. Ed per tutte le questioni di questo genere è da lui che devi andare”.
“…”.
“Come?”.
“Effettivamente Mambrino me lo aveva detto, e ho anche chiamato Hal, prima di telefonarti. Ma lui mi ha detto che stava andando a prendere i figli a scuola, e che mi richiamava tra un’ora. Secondo te che cosa significa?”.
["E secondo te? E meno male che insegnavi alla materna"].
“Significa che ha dei figli piccoli, e che li deve ritirare da scuola, e occuparsi di loro, e poi ti richiama”.
“Dici?”.
“Dico”.
“Allora per ora ti saluto, però…”.
La ‘povna anticipa:
“Per qualsiasi cosa relativa alle nostre materie, sentiamoci, scambiamoci idee, consigli, materiali”. [Il che tradotto significa: "Se non sai dove sbattere la testa, ti passo volentieri tutto" - ché lei, visto che sa la differenza tra scrittura critica e didattica, quando si tratta di lavoro scolastico non ha certo fisime da proprietà intellettuale]. – “Hai da scrivere?”.
“Sì, perché?”.
“Ti lascio il mio indirizzo mail, io sono per strada: così tu…”.
“Non potrei lasciarti io il mio indirizzo, anche?”.
“Quaglia, ci stavo arrivando: sono per strada, e non saprei dove appuntarlo. Se invece tu mi mandi un mail, io poi quando arrivo a casa lo vedo e ti rispondo, e così siamo in contatto”.
“Ah”.
“Sei pronta? lapovna…”
“Tutto minuscolo?”
["Le maiuscole e le minuscole negli userId della maggior parte dei provider sono inessenziali"].
“Sì, tutto minuscolo”. (Ohibò ora ride proprio a crepapancia) – “AT”.
“Come?”
“Chiocciola”.
“Chiocciolina?”.
“Sì” – [sospiro] – “chiocciolina; gi mail punto com”.
“Punto dopo gi mail?”
["Per forza, è un dominio"].
“Sì, punto. Bene, allora siamo a posto, ti saluto, riprendo i miei passi”.
“Sì, un’ultima cosa…”.
“Certo, Quaglia”.
“Ma… il nome vero me lo dici, per favore, non so come mai il vice-preside Mambrino ti ha chiamata ‘povna”.
“Per esempio perché è il mio nome di [non] battesimo?” – la voce questa volta esce gelida.
“Ah, scusa”.
La ‘povna festeggia la liberazione rubando a Ohibò un sorso del suo frullato alla menta. Per chi lo domandasse, Quaglia ha ampi otto anni meno della ‘povna. Ed è di ruolo, inamovibile, nella scuola di stato.


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