Inetta del Twitter

Da Gynepraio @valeria_fiore

Quando apri un blog, e ci scrivi, e sei felice di aver scritto, poi desideri che qualcuno ti legga, e ti dica cosa ne pensa: altrimenti ti compreresti un quaderno Mead. Forse se un blog lo aprivi nel 2003, per qualche strana alchimia ti leggeva tantissima gente. Ma se quel blog lo apri nel 2013, affinché qualcuno venga a sapere della sua esistenza, devi supportarlo tramite i Social Network. Perché no, purtroppo nessuno va su Google, scrive “Blog ragazza bionda simpatica” e finisce sul tuo dominio.

Io, per fortuna o per malasorte, faccio la Marketing Manager e lavoro in un ufficio. Non sto legata mani&polsi alla scrivania 75 ore a settimana, ma nemmeno 20. Utilizzo moltissimo il web, ma non sono costantemente online: a volte sono in riunione, a volte in trasferta, a volte vengo fagocitata da un foglio Excel e ci sto 5 ore consecutive.

Ho aperto solo una pagina Facebook (sulla quale siete caldamente invitati ad apporre un like) per condividere i contenuti del blog, ma continuo ad utilizzare i miei account Instagram, LinkedIn, Pinterest e Twitter personali* e pre-esistenti. La verità è che gestire la propria presenza online è impegnativo: avere account distinti, anche se tecnicamente più corretto, avrebbe richiesto troppo tempo. Oltretutto, non ho problemi ad ammettere i miei limiti: non sono un Social Media Manager. Pensate, ancora nutro questa convinzione demodè secondo la quale c’è un modo ideale per fare le cose, che è figlio in egual misura della preparazione accademica e dell’esperienza, e siccome non possiedo nessuna delle due preferisco lasciar perdere, cercare di scrivere post decenti e nel frattempo aspettare che RCS mi faccia diventare la nuova Susanna Agnelli (vi assicuro che quando dietro a un blog o a un business c’è la mano di un bravo Social Media Manager la differenza si vede, eccome. Nonostante ciò, c’è chi la chiama Scienze delle Merendine).

Il mio più grosso rimpianto è essere una totale inetta del Twitter. Secondo molteplici ricerche, gli utenti Twitter hanno un livello culturale più alto degli utenti di Facebook, sono più ironici e articolati. Tra di essi ci sono lavoratori d’intelletto, fruitori di quotidiani, webzine, blog tematici e personali. Solo una minima parte degli iscritti a Twitter realmente twitta (generare interesse in 140 caratteri è meno facile di quanto sembri, infatti c’è chi proprio non ci riesce); la maggior parte si limita a leggere, lurkare, e se è molto proattivo, a retwittare. Teoricamente, Twitter sta ai blogger come Gallipoli agli adolescenti in fregola. Il Paradiso Terrestre.

Il problema è che vado su Twitter e mi sento malissimo. Non seguo giornalisti, perché la maggior parte di essi è una purga. Non seguo celebrities, perché gli account istituzionali sono noiosi. Seguo soprattutto privati cittadini, spesso blogger, ma non necessariamente. Ma twitto pochissimo. Ve l’ho detto, sono una inetta del Twitter.

Il mio primo limite è culturale. Io sono torinese, e noi cittadini sabaudi non ci infiliamo in discorsi che non ci riguardano: non lo facciamo sul tram, figurati su Twitter. Quindi mi costa uno sforzo enorme dire la mia, specialmente se è un’opinione non richiesta. Il peggio si verifica quando -dopo tutta ‘sta fatica emotiva per superare la mia reticenza- mi inserisco in una conversazione e alcuni, i più altezzosi, NON MI CAGANO. Mi sento come quando portavo a mio padre un suo ritratto e lui mi diceva “Ha-ha” e lo metteva sulla pila degli altri 87 ritratti che gli avevo fatto nei 15 giorni precedenti.

Oltre a essere torinese, ho anche avuto una educazione tradizionale: quindi evito di esprimermi negativamente e gratuitamente, a meno che non sia strettamente necessario. Tipo, non mi sognerei mai di puntualizzare i refusi o di commentare una foto dicendo “sei grassa” (tutte cose che questi miei occhi hanno letto veramente). Ma il vero limite è che sono una cagasotto: mi prendo tantissima paura quando vedo certe reazioni dinanzi a commenti di sconosciuti. Senza arrivare ai vertici di maleducazione e povertà morale di Christian Rocca (leggetevi questo articolo, se volete), ho terrore di essere etichettata come un troll, una invidiosa, una moralista, un cesso, una sfigata, un’accollo (again, tutte cose che questi miei occhi hanno letto veramente). Ho sicuramente un problema di ipersensibilità, ma se uno degli aggressivi del Twitter mi saltasse alla gola, io ci resterei male.

Ma Twitter è anche pieno di soggetti desolanti. A parte i poeti, che meriterebbero un post a loro dedicato, ci sono i saggi, la cui vita giornata è votata a scrivere massime esistenziali. Sono la prima a riconoscere il limite dei 140 caratteri, ma sono concetti di una ovvietà disarmante su temi ipermasticati come amore/amicizia/autostima/la felicità, ma di un livello talmente basso che se nel corso di una cena facessi un’uscita così banale le mie amiche mi incatenerebbero all’addiaccio sul balcone mentre loro mangiano il dessert e si bevono il bicchiere della staffa senza di me.

Ora non per dire, ma questo soggetto ha 25.000 followers (=gli abitanti di Fidenza, di Fossano o di Portogruaro)

Ma i peggiori sono i brillanti del Twitter, equamente divisi tra cinici e battutisti. I cinici sono specializzati nell’ironizzare sulla propria malasorte sentimentale o sul degrado dei costumi di donne/uomini del XXI secolo. Io non sono solita interrogarmi sulle abitudini sessuali altrui, ma vorrei fargli patpat sulla spalla: sembra che non scopi nessuno dal 2008. Per il solito problema di ipersensibilità, mi sento in colpa perché io, una stronza qualunque senza followers, invero scopo come un riccio. Quindi smetto di seguirli.

I battutisti invece si producono -quando va bene- in freddure/giochi di parole e -quando va male- barzellette. Io, nota al mondo per la mia buffonaggine**, sono spiazzata da tutto questo virtuosismo comico. Me li immagino a casa, felici della loro arguzia (“Cado nell’errore più penoso che un clown possa fare: rido delle mie stesse trovate” Heinrich Boll, “Le opinioni di un clown”), a bersi da soli un bicchiere di Chinotto sgasato. Ça va sans dire: mi intenerisco e mi sento tristissima per loro. Quindi smetto di seguirli.

Insomma, tolti giornalisti, celebrities, altezzosi, aggressivi, poeti, saggi, cinici, battutisti, su Twitter ci rimangono giusto i fake e una manciata di persone. Che hanno cose da dire, possibilmente non sempre le stesse, e le dicono come probabilmente le direbbero se le incontrassi al bar. Quelle continuo a seguirle.

*Utilizzare gli account personali mi ha aiutato a non perdermi troppo di vista. Una mia paura, quando ho aperto un blog, era che il personaggio si mangiasse la persona. Che il web diventasse un luogo in cui dare libero sfogo a quello che di persona non potevo dire o che non potevo sottoscrivere, firmandolo con nome e cognome. Alcune volte, lo ammetto, ho espresso dei pensieri che non potevo dire, o non potevo dire alla persona giusta, perché non c’era, o perché i tempi non erano maturi. Ma poi tranquilli che gliele ho dette tutte, quelle cose, più tante altre che qua dentro non scriverò mai.


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