Infrastrutture e trasporti, perché l'Italia fatica ad entrare nella modernità

Creato il 14 aprile 2012 da David Incamicia @FuoriOndaBlog

Eugenio Scalfari, il più acuto osservatore dei fatti italiani che può vantare il nostro giornalismo, ha scritto in un suo recente intervento, a proposito delle proteste anti Tav, che i giovani che oggi si oppongono all'alta velocità sono figli di quella generazione di padri che ha a lungo rallentato lo sviluppo del Paese per aver spremuto il welfare come un limone a danno proprio delle nuove generazioni. Le polemiche, inutile rimarcarlo, sono fioccate come la neve dello scorso febbraio animando un dibattito al solito urticante e intriso di fasulla retorica idealista. Perché fra i tanti mali che impediscono al nostro Paese di crescere, accanto all'enorme debito pubblico, alla corruzione ben incisa nel dna nazionale, alle mafie, all'evasione fiscale, alla profonda ignoranza culturale, a una classe politica da troppo tempo inetta e vorace, esiste appunto l'inadeguatezza del sistema infrastrutturale e dei trasporti.
A mettere in luce come il ritardo nella realizzazione di moderne opere pubbliche contribuisca a penalizzare il sistema economico italiano, sono state Unioncamere e Uniontrasporti in una giornata di studio organizzata a Roma per presentare gli esiti dell'Atlante delle priorità e delle criticità infrastrutturali del Paese, una indagine che ha coinvolto un migliaio di imprese ed industrie al fine di testarne il grado di soddisfazione rispetto all'attuazione delle politiche dei trasporti e delle infrastrutture. L'incontro, moderato dal giornalista economico Oscar Giannino, è stato pertanto un'occasione per dare voce allo sconforto di un segmento molto rappresentativo dell'imprenditoria italiana, la stessa che da anni chiede maggiori investimenti nel settore, ma pure per fare il punto sui cantieri che vengono considerati decisivi da parte delle imprese stesse ai fini della tanto invocata crescita.
L'impegno economico che occorrerebbe per far fronte al complessivo degrado infrastrutturale italiano, secondo l'analisi di Unioncamere e di Uniontrasporti, ammonta a circa 74 miliardi di euro. Cifra che andrebbe destinata soprattutto all'ammodernamento della rete ferroviaria, che registra nella percezione degli operatori economici le punte più elevate di disagio, e in misura minore ma pur sempre significativa al sistema autostradale e ai porti. Anche sulle reti energetiche e telematiche nazionali, che vengono ritenute dal 64% degli imprenditori interpellati molto indietro rispetto a quelle degli altri Paesi europei, sarebbe necessario intervenire con ingenti risorse.
Sul podio della top ten delle infrastrutture considerate maggiormente strategiche dal mondo delle imprese per l'economia e l'occupazione del Paese figurano, nell'ordine, l'asse stradale Pedemontano, l'autostrada dei due mari Orte-Ravenna e la linea ferroviaria Monaco di Baviera-Verona. Seguono l'asse ferroviario Ventimiglia-Genova-Milano-Novara-Sempione, l'autostrada Brescia-Bergamo-Milano, l'autostrada Asti-Cuneo, l'asse autostradale Brennero-Verona-Parma-La Spezia e, in coda alla lista, l'ormai famigerata Salerno-Reggio Calabria, il corridoio stradale ionico Taranto-Sibari-Reggio e l'elettrificazione della tratta ferroviaria Aosta-Chivasso. Secondo gli imprenditori aderenti a Unioncamere, se si riuscisse almeno a realizzare tali opere si consentirebbe all'Italia di compiere un fortissimo passo in avanti in termini di crescita e di competitività sulla scena internazionale.
Fatto sta che della cifra indicata come necessaria di 73,8 miliardi di euro, che rappresenta comunque appena il 20% dell'intero costo del Programma delle Infrastrutture Strategiche, allo stato ne risulta già individuata appena la metà e rimane scoperto un fabbisogno di quasi 38 miliardi di euro. Dato che non fa ben sperare, anche in considerazione del perdurare della difficile congiuntura finanziaria a causa della quale, in particolare tra il 2008 e il 2011, gli investimenti per opere pubbliche si sono ridotti del 24% in valori costanti. Inoltre, stando alle stime del Ministero dell'Economia aggiornate allo scorso autunno e che riguardano la sola Pubblica Amministrazione, il budget disponibile è destinato a ridursi ulteriormente negli anni a venire.
Tuttavia, i dati diffusi da Unioncamere e Uniontrasporti sono quanto mai spietati e la consapevolezza delle difficoltà di bilancio non fa affatto diminuire il bisogno ormai indifferibile di interventi. In Italia, dove su strada si muove il 91% delle merci e l'82% dei passeggeri, la rete viaria autostradale è ferma al palo da almeno un quinquennio rendendo indispensabile il dirottamento dei flussi su quella ferroviaria che, anche per questo, abbisogna a sua volta di un massiccio restyling. Pena, al di là delle insofferenze locali nei territori interessati, attualmente e in prospettiva, dalla realizzazione delle opere necessarie, una profonda e ulteriore contrazione della spesa proprio a svantaggio degli enti locali.
Il nuovo governo dal canto suo, presente ai lavori di Unioncamere e Uniontrasporti col viceministro allo Sviluppo Economico Mario Ciaccia, a commento dei dati diffusi circa le preferenze delle imprese in ambito infrastrutturale, ha puntato l'indice contro il grado di incultura della logistica del nostro Paese che spesso pervade le stesse istituzioni e che va superato, come per il mercato del lavoro e per le liberalizzazioni, a partire dallo sforzo di definire regole più aperte che, in quanto tese a favorire lo sviluppo, non possono divenire oggetto di diatriba ideologica. Insomma, le infrastrutture possono essere considerate utili o inutili, e nel caso dell'Italia sono ormai soprattutto urgenti, ma non certo di destra o di sinistra.
Del resto, il ritardo accumulato in questi anni nelle reti italiane di trasporto è degno più di un Paese del terzo mondo che di una potenza industriale. Paghiamo sì leggi farraginose e, specialmente di recente, carenze di bilancio ma scontiamo pure la cronica litigiosità che impedisce di prendere decisioni e la totale assenza di una visione sistemica e nazionale delle cose. E senza quella visione, senza la consapevolezza dei nostri bisogni e delle nostre ambizioni, diventa proibitivo disegnare un quadro normativo, sociale e culturale coerente con le esigenze dell'economia moderna come il governo Monti sta comunque provando a fare.

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