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Intervista a Marco Pavin, seconda parte

Creato il 22 giugno 2010 da Empedocle70
Intervista a Marco Pavin, seconda parte
Più che una domanda .. questa è in realtà una riflessione: Luigi Nono ha dichiarato “Altri pensieri, altri rumori, altre sonorità, altre idee. Quando si ascolta, si cerca spesso di ritrovare se stesso negli altri. Ritrovare i propri meccanismi, sistema, razionalismo, nell’altro. E questo è una violenza del tutto conservatrice.” … ora .. la sperimentazione libera dal peso di dover ricordare?
Direi di sì, se è vera sperimentazione! In realtà quella che noi chiamiamo “sperimentazione” spesso è rielaborazione di concetti già proposti in precedenza e sedimentati, anche a livello inconscio. Spesso è solo scopiazzatura, talvolta semplicemente spazzatura… Ma va bene così, c’è bisogno anche di quella! Le cose sono sempre andate in questo modo: i creatori nell’arte e nella musica sono veramente pochi…
Sembra essersi creata una piccola scena musicale di chitarristi classici dediti a un repertorio innovativo e contemporaneo, oltre a lei mi vengono in mente i nomi di Elena Càsoli, Arturo Talini, Maurizio Grandinetti, Marco Cappelli e David Tanenbaum, David Starobin, Marc Ribot con gli studi di John Zorn … si può parlare di una scena musicale? Ci sono altri chitarristi che lei conosce e ci può consigliare che si muovono su questi percorsi musicali?
Fermo restando che esistono anche degli ottimi polistrumentisti, distinguerei subito tra chitarra classica ed elettrica.
Se ci riferiamo alla chitarra classica, più che di scena musicale, alludendo a quanto dicevo sopra, parlerei piuttosto di una necessità. Non si può continuare a proporre programmi solistici con prevalenza di trascrizioni e composizioni minori dell’800. Giuliani, per quanto geniale, non è paragonabile a Beethoven, e Beethoven non ha scritto per chitarra. La letteratura per chitarra è soprattutto quella moderna e contemporanea e non la si può ignorare.
Se ci riferiamo alla chitarra elettrica, i tempi sono maturi per poter parlare di scena musicale. Qui in Europa, di solito coloro che si dedicano alla chitarra elettrica contemporanea provengono da studi classici, ma non sempre conoscono a dovere la tecnica e le possibilità dello strumento. Ho l’impressione che molti dei chitarristi classici che prendono in mano la chitarra elettrica per suonare musica contemporanea lo facciano per seguire una moda o per sembrare “trasgressivi”. Io penso che la chitarra elettrica sia uno strumento musicale come tutti gli altri, che bisogna conoscere a fondo. Basta guardarsi intorno per scoprire che esistono i veri specialisti, magari nel sottobosco “underground”, lontano dai riflettori dei circoli accademici.
In Nordamerica invece ho conosciuto ottimi chitarristi elettrici “colti” che provengono dal rock o dal jazz. Mi spiego meglio: conoscere anche la chitarra classica è di per sé un arricchimento e non certo un male. Però la chitarra elettrica per essere suonata bene richiede a mio avviso un certo background che non può prescindere da elementi quali jazz, rock, improvvisazione. Richiede inoltre una approfondita conoscenza delle tecniche esecutive, nonché delle tecniche legate all’amplificazione e al processamento del suono.
Quali specialisti della chitarra elettrica contemporanea, posso aggiungere i nomi di Mauro Franceschi e Seth Josel in Europa. Di Kevin Gallagher (che suona molto bene anche la classica) e Marco Oppedisano a New York, e naturalmente Steven McKay.

Parlando di compositori innovativi, che ne pensa di John Zorn, dei suoi studi Book of Heads e della scena musicale downtown newyorkese così pronta ad appropriarsi e a ricodificare di qualunque linguaggio musicale, dall’improvvisazione, al jazz, alla contemporanea, al noise, alla musica per cartoni animati?
Indubbiamente sono una pietra miliare, sia per l’esplorazione delle possibilità tecnico-espressive della chitarra elettrica, sia per l’esplorazione, senza alcun confine e preclusione, dei linguaggi musicali contemporanei. In un certo senso Zorn in questi studi è un Frank Zappa della chitarra elettrica contemporanea.

Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione temporale” musicale?

Più che di rischio parlerei di un senso di liberazione! Per me la globalizzazione temporale è un elemento di stimolo e di continua ricerca. Vedo ad esempio molte analogie tra musica rinascimentale e rock, oppure tra musica medioevale e jazz modale. Molte sono le rivisitazioni al giorno d’oggi, e questo è un modo per far rivivere la musica. Non mi piace pensare all’evoluzione della musica su base temporale, e non è detto che tutto sia progresso. Ad esempio la scoperta della tonalità ha portato allo sviluppo di tutta la musica occidentale e ha fatto raggiungere livelli sublimi alla musica classica, ma in un certo senso ha anche posto dei paletti per un lunghissimo periodo.

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