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Intervista a Rosa Dimichino

Creato il 13 gennaio 2012 da Sulromanzo

EinaudiQuando ha varcato la prima volta la porta della casa editrice Einaudi e come ci è riuscita?
Premetto che già ai tempi del liceo – lo storico Liceo D’Azeglio, che accolse molto prima di me personalità di spicco nel panorama culturale italiano come Cesare Pavese, Massimo Mila, Leone Ginzburg, Norberto Bobbio e lo stesso Giulio Einaudi, il futuro editore – mi fu data (e non soltanto a me) l’opportunità di collaborare esternamente alla “cucina” di redazione. Pertanto, non ancora laureata, fui naturaliter assunta in casa editrice.
I nomi di allora, chi ricorda con più piacere? Chi invece con qualche perplessità? Per quali ragioni?
A parte l’editore, che tutti chiamavano “il principe”, dal quale ho ereditato il piacere del profumo della carta fresca, appena stampata, non posso non citare la figura che ho amato ed amo di più, per la stima e l’affetto che mi ha sempre accordato. Parlo dell’allora direttore commerciale Roberto Cerati, oggi presidente onorario della casa editrice, ultimo anello della catena che lega la vecchia alla nuova Einaudi, dopo la crisi del 1983 e il successivo ingresso della berlusconiana Elemond. Due figure per me anche simbolicamente importanti: “il principe” e “il monaco”, come lo definiva lo stesso Einaudi ("il monaco che va in giro a predicare il libro"). Discreto ed essenziale, umile ed empatico, grande stratega delle vendite e insieme intellettuale raffinato: questo è per me in sintesi Roberto Cerati, colui che ha raccolto il testimone dell’editore alla sua morte.
Ricordo anche con piacere l’ineguagliabile eleganza di Giulio Bollati, la simpatia frizzante di Guido Davico Bonino, la maestria grafica di Oreste Molina e del suo più stretto collaboratore Roberto Jouve (entrambi allievi di Munari), il volto umano di Ernesto Ferrero e i primi passi letterari del suo “secondo”, il “marchesino” Orengo: Nico Orengo, scomparso purtroppo prematuramente.
E ancora, mi torna alla mente la figura di un giovane laureato presso la Scuola Normale di Pisa, che passò in casa editrice come una meteora, al richiamo della sua vocazione: parlo di Antonio Cannistrà, attualmente Padre Generale dei Carmelitani Scalzi con il nome di p. Saverio del Sacro Cuore.
In ultimo, ma non per ultimo, ricordo con affetto Andrea Casalegno, germanista di valore, collega di redazione e in seguito giornalista del “Sole24Ore”, il quale tuttora mi onora della sua preziosa amicizia. A lui mi legano tanti ricordi: non solo quelli delle battaglie sindacali condotte all’interno della casa editrice, ma anche e soprattutto la tragica memoria della scomparsa del padre Carlo, vicedirettore della “Stampa”, assassinato nell’androne di casa dalle BR.
Devo aggiungere, inoltre, che la folla dei personaggi che ruotavano intorno all’Einaudi – autori, consulenti e collaboratori – era davvero enorme, ma tra di essi alcune figure brillano nel mio cuore: quelle dei germanisti e scrittori Claudio Magris e Laura Mancinelli, dell’ispanista Cesare Acutis, degli italianisti Gian Luigi Beccaria, Emilio Faccioli, Marziano Guglielminetti, Folco Portinari e Salvatore S. Nigro, e del filosofo del diritto e informatico giuridico Mario G. Losano.
Sarebbe impossibile elencarli tutti, ma come non pensare, fra le scrittrici, a Rosetta Loy. Quali sono stati, se ve ne sono stati, i grandi nomi con i quali ha avuto modo di intessere una relazione non solo professionale, ma anche amicale?
Beh, certo, Rosetta Loy, ma non l’ho conosciuta personalmente... Ho invece avuto la fortuna di intessere rapporti per me fondamentali con Primo Levi, Norberto Bobbio, Italo Calvino, Natalia Ginzburg, Elsa Morante, Nuto Revelli, Mario Rigoni Stern e Francesco Biamonti, per citarne solo alcuni.
Quando appresi la notizia della tragica fine di Primo Levi, quel sabato mattina di metà aprile del 1987, diedi in un pianto dirotto e mi sentii disorientata e smarrita, come se nel mio orizzonte si fosse spenta una stella fissa, come di fronte alla morte di un padre…
E poi, quando se ne andò anche Biamonti, persi con lui un amico schivo ma prezioso, che aveva saputo elevarmi alla poesia della vita, ad apprezzare il valore del silenzio, fatto di lame di luce accecante e di inquiete e profonde oscurità. Male di vivere, nostalgia primordiale dell’infinito, che il cantore dell’estremo Ponente ligure ha rappresentato in tutte le sue opere nell’istanza di un nuovo umanesimo, sapienziale ed universale, capace di recuperare la dignità dell’uomo sopra ogni pregiudizio e l’intimità sinfonica con la natura ora deturpata e violentata.
Per questo considero Francesco Biamonti, nel panorama letterario italiano contemporaneo, sicuramente voce di primo piano.
Qual era il suo preciso ruolo in casa editrice? E come è cambiato nel tempo?
Entrai nell’Einaudi come “indicista”, curiosa qualifica coniata appositamente per un esiguo gruppo (tutto femminile!) addetto, nell’ambito della redazione, a stilare indici dei nomi e analitici. E grazie al cielo questa figura, all’interno della casa editrice, è poi infine sparita.
D’altra parte, io sostengo (e non solo col senno di poi), che non aveva ragione di esistere nemmeno allora, dal momento che nessun altro editore aveva neppur lontanamente preso in considerazione la creazione di un apparato simile.
Non che non fosse utile: al contrario. Diciamo che era un servizio di cortesia che l’Einaudi offriva agli autori e ai traduttori di prestigio. Nondimeno il modello fordista al quale si rifaceva mi desta tuttora raccapriccio.
Queste sono le “dolenti note” della mia esperienza einaudiana…
Poi, nel tempo, divenni anche revisore di traduzioni e traduttrice, preparatrice di testi originali per la stampa ecc. Insomma, ebbi un profilo di redattore più completo.
Se pensa a quei tempi e a oggi, quali sono le differenze più evidenti alle quali pensa per quanto concerne il mondo editoriale?
In parte ho già risposto. Ci sono figure come l’”indicista” che solo l’Einaudi aveva un tempo… e non sto parlando di preistoria. Figurarsi oggi se sarebbe pensabile assumere personale qualificato (laureato) a tempo indeterminato per dar vita a un’equipe paragonabile a quella della vecchia catena di montaggio, e disposta a svolgere continuativamente un lavoro ripetitivo e frustrante, ancorché ora con l’ausilio del computer (io, ahimé, lo facevo a mano su schede…).
Più in generale, il mondo dell’editoria è completamente cambiato, e ciò non è una novità. Ma, devo pur dirlo (e non per fare dietrologia), non sempre in senso migliorativo. Si sono velocizzati i tempi, si è messo al di sopra di tutto il criterio della produttività, è aumentato il numero dei libri pubblicati, ma a scapito della qualità.
E questo valga sia sul piano della coerenza della linea editoriale, oggi più confusa quanto più onnivora, sia per quanto attiene la confezione del libro, realizzato sì in tempi molto brevi, ma sovente senza la cura necessaria.
Per non parlare, poi, dell’ulteriore passo compiuto dall’editoria online, dal fai da te informatico, che ha eliminato troppo spesso il filtro della valutazione del testo, nell’Einaudi del “principe” vero e proprio rito, che si svolgeva collegialmente intorno al “tavolo ovale” ogni mercoledì, alle ore 17.
Va detto dunque che, come in tutti gli altri settori, anche l’editoria è a una svolta epocale. Ed essa non riguarda soltanto il sistema produttivo, bensì la progettualità medesima e il pubblico dei destinatari.
Naturalmente il discorso a questo punto si farebbe molto complesso, ma mi limito a porre alcune domande. Chi sono i lettori di libri oggi? Quale la loro avvedutezza e il loro criterio nelle scelte? Quali sono, di questi tempi, i generi di libri più venduti? E d’altra parte, quanto influisce la massiccia presenza del mondo digitale sulla produzione, la distribuzione e la fruizione libraria? Quante sono le “rifritture” proposte in veste inedita? E quanto il pubblico si “affeziona” alla serialità piuttosto che all’opera unica e irripetibile?
Sono spunti di riflessione che mi permetto con umiltà di suggerire, partendo dal mio modesto osservatorio personale.
Che cosa consiglierebbe a un giovane che desideri lavorare in ambito editoriale?
Il primo consiglio che gli darei è di accostarsi al lavoro con umiltà e pazienza. Un consiglio semplice e valido per qualunque settore. Inoltre, gli direi di usare tatto con gli autori con cui eventualmente dovesse trattare, avvalendosi sempre della sua competenza, ma senza ostentazione. Di essere disponibile con tutti, di affinare lo strumento psicologico, oggi più che mai importante in un mondo in cui le voci fanno tanto rumore, ma la comunicazione vera è difficile... Gli direi di metterci passione, e lasciare che le pagine che ha tra le mani gli parlino, per poter meglio intervenire su di esse.
Gli direi, insomma, di non schifare la gavetta, anzi: di considerarla condizione permanente, tenendo conto che nel lavoro, come in ogni momento della vita, “gli esami non finiscono mai”, per dirla con il grande Eduardo.
Sì, Eduardo De Filippo, uno dei personaggi più grandi – insieme con Pier Paolo Pasolini, appena quindici giorni prima della morte – che ebbi ancora l’onore di incontrare nella sede storica dell’Einaudi, in via Biancamano 1.  
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Rosa Dimichino è nata, vive e lavora a Torino. Ha fatto parte della redazione della casa editrice Einaudi dal gennaio 1975 all'ottobre '85 ed è tuttora impegnata nel settore editoriale.

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