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Intervista a Stefano Esposito sulla Tav.

Creato il 31 agosto 2013 da Retrò Online Magazine @retr_online
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Sen. Stefano Esposito parla della Tav.

Un’altra estate di scontri è appena trascorsa in Valle. Tra marce al cantiere, manganellate, guerriglia notturna e blocchi autostradali non autorizzati, i titoli della cronaca nazionale sono stati ancora una volta monopolizzati dalla lotta e dalla violenza. Mentre sfogliando un quotidiano qualsiasi ci si può ben documentare relativamente alle armi rudimentali costruite dagli attivisti o alla strategia di battaglia utilizzata dalle forze dell’ordine, sembra sempre più difficile leggere qualcosa sul dibattito riguardante l’opera in sé. Come se non bastasse, i numeri da soli significano poco, acquisiscono colore e rilevanza solo se coadiuvati da una specifica interpretazione. In conclusione, i dati che si riescono a reperire sono spesso e volentieri faziosi, come prevedibile pendono da una parte piuttosto che dall’altra a seconda di chi li esamina. La pretesa di fare chiarezza sarebbe eccessiva, così come sbagliato sarebbe additare la TorinoLione come giusta o sbagliata. In questa sede proviamo almeno ad offrire un punto di vista autorevole, quello del  Senatore Stefano Esposito, Partito Democratico, accanito sostenitore e attivista Si Tav. Attenzione, non ci verrebbe mai in mente di professare l’imparzialità del nostro intervistato né vogliamo proporre le sue parole come il Verbo: controbilanceremo la sua posizione con un’intervista al Senatore Marco Scibona, Movimento Cinque Stelle, che di Esposito è l’equivalente No Tav. Tutto questo per mantenerci in equilibrio e fornire un’informazione completa ma soprattutto valida. Non abbiamo interesse nel creare proseliti da una parte o dall’altra né miriamo ad alterare le legittime opinioni di ciascun lettore. Il nostro obiettivo, il fine ultimo delle nostre interviste, è quello di fornire al visitatore una chiave di lettura in più, un nuovo punto di vista, uno stimolo alla riflessione individuale da una posizione privilegiata. Ci auguriamo di farlo in maniera etica e il più possibile imparziale, vista la complessità dell’argomento. Come al solito, siamo aperti a qualsiasi tipo di critica, osservazione o discussione.

 

Quella appena trascorsa in Valsusa è stata un’estate bollente. Non trova che lo scontro si stia radicalizzando? Se si, lei, uomo nel mirino del movimento No Tav, pensa di avere anche solo un minimo ruolo nell’impennata che ha avuto il conflitto?

Sicuramente non un ruolo diretto, mi pare evidente quale sia stata l’evoluzione del movimento No Tav in questi anni. Allo stato attuale delle cose il movimento popolare non esiste più, c’è stato fino al 2005 e ha ottenuto grandi risultati: oggi il vento è cambiato, lo dicono i numeri delle manifestazioni organizzate dalle amministrazioni comunali, sono esigui. Nel frattempo si è radicalizzata la frangia più violenta, anche a causa di alcuni amministratori che hanno pensato di poter aprire il movimento a chiunque, da Askatasuna agli attivisti che arrivano da tutta Europa. La Valle di Susa è il luogo in cui si scaricano le contrarietà a qualsiasi cosa, ormai il treno non c’entra più nulla.

 

Per lo Stato molti militanti No Tav sono diventati terroristi in piena regola, le loro case vengono perquisite e i loro materiali sequestrati. Alcuni episodi degli ultimi mesi sono poco chiari, dal camionista olandese alla ragazza che ha denunciato abusi sessuali da parte delle forze dell’ordine. In tutto questo è riconoscibile una nuova linea di gestione della dissidenza?

Finalmente la procura di Torino, diretta da una personalità come quella di Giancarlo Caselli, ha deciso di colpire gli aspetti illegali e violenti del movimento, che ormai ne costituiscono la parte maggioritaria. Più che una nuova gestione della dissidenza vedo una presa di coscienza da parte di un magistrato come Caselli, che insieme ai suoi Pm sta colpendo le menti di quello che io ho già definito un agglomerato anarco-insurrezionalista avente come obiettivo l’utilizzo della Val di Susa come campo di battaglia contro lo stato. Se uno dichiara guerra allo stato, lo stato si difende anche con gli strumenti repressivi. Da buon garantista, non credo ci siano episodi poco chiari: il camionista olandese ha testimoniato, denunciato e fatto riconoscimenti; l’accusa di eversione a fini terroristici dà il senso di quanto è avvenuto in questi mesi. Quando si pensa di fare posti di blocco in autostrada senza averne l’autorità, quando si impedisce ad alcuni giornalisti di fare il proprio lavoro perché non graditi al movimento, credo che ci si trovi di fronte ad azioni che vanno denunciate e represse. Non vedo chissà quale cambiamento, vedo solo una presa d’atto e sono contento che chi porta avanti quest’azione sia Giancarlo Caselli, un uomo che ha sempre dialogato anche con frange con cui io personalmente non dialogherei. Caselli si rende conto che quello dei No Tav è un fenomeno che può degenerare in un qualcosa di complicato: le minacce in Valsusa sono ormai all’ordine del giorno, è una mafia senza pizzo che non possiamo tollerare. Mi auguro si arrivi a qualche condanna.

 

Da tanti anni continuiamo a sentirci dire che quello del Tav è un progetto fondamentale per l’economia italiana ed europea, lo ha affermato di recente anche la Gazzetta Ufficiale di Parigi. Il progetto LisbonaKiev però è naufragato, i fondi europei latitano: basterebbe solo questo a far sorgere dei dubbi.

Il dibattito intorno al Corridoio Mediterraneo in realtà si concentra su un elemento, come sottolinea l’ingegner Ramella in un’interessante polemica uscita in questi giorni sullo Spiffero: la necessità che le grandi opere vengano realizzate con risorse private. Il succo del discorso è questo, sul resto ci sono i dati ufficiali, che ognuno può interpretare a suo modo. Io prendo i dati per come sono, quando un documento ufficiale mi dice che l’interscambio di merci tra Italia e il quadrante nord dell’Europa è in aumento non c’è più nulla da aggiungere, si tratta di decidere se far viaggiare le merci su gomma o su ferro, soluzione quest’ultima molto più ambientalista.

Il punto su cui mi focalizzerei è un altro. Credo che le grandi opere pubbliche non possano essere finanziate dai privati: questi ultimi badano all’utile, lei crede che potrebbero finanziare con i loro soldi, ad esempio, una scuola pubblica senza volere un ritorno? Il punto è questo, le grandi opere vanno finanziate con il pubblico al di là della resa immediata, anche perché una ferrovia si realizza perché duri cent’anni. Quella del Frejus che vogliamo sostituire ne ha centocinquanta. Nel frattempo, l’investimento di 2,8 miliardi di euro per la parte italiana della linea significa per la regione un punto di PIL in più all’anno. Il Piemonte è precipitato nella classifica della competitività, e sappiamo anche perché: infrastrutture assenti, scarsa istruzione, sanità inefficiente. Decidiamoci, vogliamo essere competitivi? Dobbiamo ammodernare le infrastrutture. In una logica keynesiana e di rapporto con l’Europa, l’alta velocità è un’opera fondamentale. Per ora il finanziamento è al 27%, nei prossimi due mesi si tratterà di far certificare al Parlamento Europeo l’aumento al 47% in quanto opera strategica di livello europeo. Per noi e ancor più per la Francia, questo è un riconoscimento imprescindibile.

 

Quanto è alto il rischio di spostare il dibattito sull’alta velocità dalla sostanza alla forma? Si parla tanto degli scontri in Valle ma non si hanno informazioni relative all’andamento dei lavori in Clarea, né sui tempi di realizzazione né sui costi dell’opera.

Questo andrebbe imputato a chi si oppone all’opera, che invece di concentrarsi sul merito delle questioni, ha scelto la strada dello scontro con lo stato. La responsabilità è di chi crea la notizia, non di chi la subisce. Il perché in questi due anni in Val di Susa non si è potuto discutere di merito, e questo l’ho capito a mie spese, lo dovete chiedere a chi ha in mano il movimento No Tav.

Io credo che il merito sia stato già molto discusso, sono anche convinto che ci sia sempre il tempo per un confronto, ma bisogna dire la verità: l’osservatorio sulla Torino – Lione presieduto da Mario Virano lavora dal 2006, ha fatto centinaia di riunioni. I comuni interessati dalla linea che si sono sottratti sono due, non si sono nemmeno presentati. Per dialogare dobbiamo essere in due, e noi al confronto siamo sempre stati disponibili. In Parlamento con l’arrivo del Movimento Cinque Stelle qualche sprazzo di confronto l’abbiamo anche avviato, quando SEL e M5S hanno presentato una mozione per l’interruzione dei lavori in Valsusa. Abbiamo discusso e abbiamo votato, il Parlamento ha bocciato la mozione con un’amplissima maggioranza. A un certo punto bisogna accettare che ci sono dei luoghi della democrazia che decidono e scelgono. Questo per una parte minoritaria del movimento No Tav è inaccettabile.

Spiace anche a me che non ci sia una comunicazione più efficace sui lavori al cantiere, ma è un problema dei giornali e dell’informazione italiana, a cui interessa di più la notizia fast food che non un approfondimento serio. Gli scavi stanno andando avanti, la talpa entrerà in funzione entro poche settimane e il cronoprogramma è in anticipo di tre mesi. Il cantiere è un luogo visitabile per chiunque lo chieda.

 

Non trova che alla stampa facciano comodo gli scontri in Valle? È un parafulmine: far piacere alla gente il progetto alta velocità non con un dibattito aperto a tutti ma individuando nel movimento No Tav un pericoloso nemico comune.

La responsabilità secondo me è in un meccanismo di informazione che ha preso una certa piega, ma bisogna dire che anche il movimento No Tav ha i suoi organi e i suoi giornali come il Fatto che spesso raccontano balle. Credo che difficilmente ci sarà la possibilità di un confronto semplificato, ma per chi abbia intenzione di informarsi ci sia la rete. La responsabilità delle violenze però rimane di chi le ha messe in campo: quella del movimento è una strategia perdente anche da questo punto di vista.

 

Quindi nel momento in cui Perino nella marcia della scorsa primavera dichiara che la battaglia No Tav è a buon punto?

Non so di cosa stia parlando: dalla scorsa primavera ad oggi abbiamo scavato 220 metri di tunnel, abbiamo portato la talpa in cantiere, abbiamo finanziato con trenta milioni le opere accessorie alla Torino – Lione, abbiamo approvato il progetto definitivo per la nuova stazione di Susa. Probabilmente Perino vive in un mondo tutto suo, forse contava sul fatto che Grillo in Parlamento avrebbe cambiato le decisioni del paese. Io stesso ho sperato che l’arrivo dei Cinque Stelle significasse una parlamentarizzazione della discussione, che in parte c’è stata e in parte no, alcuni senatori preferiscono andare a fare i senatori d’ufficio di chi viene inquisito per le violenze invece che affrontare un discorso sul merito.

 

C’è chi la accusa di far parte di un sistema di propaganda e repressione composto, tra gli altri, dai pubblici ministeri Padalino e Airaudo, dal Procuratore Caselli, dal giornalista Numa della Stampa e negli ultimi tempi da Paolo Griseri di Repubblica.

Nonostante non faccia parte di alcun sistema repressivo, ritengo queste persone un’ottima compagnia. Persone per bene, stimabili: essere inserito in un gruppo come questo per me equivale ad essere dalla parte del giusto. Sono scelte, c’è chi preferisce stare con loro dalla parte della legalità e chi invece sta con persone pregiudicate e inquisite come Lele Rizzo, Luca Abbà, Giorgio Rossetto e Massimo Passamani.

Non crede che in Valsusa si stia correndo il rischio di una deriva tragica?

Le forze dell’ordine negli ultimi anni hanno accettato uno scontro impari, come dimostrano gli oltre trecento feriti tra i difensori del cantiere. Non dimentichiamoci che la polizia ha sequestrato mortai e bengala. È un miracolo che fino ad oggi nessuno sia morto tra le forze dell’ordine. Il copione di oggi ricorda troppo da vicino quello di ieri, dei ’70, ed è proprio questa la deriva con cui sta lottando Caselli. Non credo che i soggetti No Tav abbiano intelligenza e mezzi per ripetere quello che accadde negli anni di piombo, me lo voglio augurare. Credo però che tutti noi dobbiamo prenderci la responsabilità di denunciare questo copione. Il nostro è un paese strano, si può fare di tutto e di più ma se poi qualcosa va storto tutti si indignano. Sono anni che denuncio in anticipo, fino ad ora ci ho visto giusto: spero di sbagliarmi sul punto più importante


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