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INTERVISTA: il vero volto dell’Islam torinese

Creato il 17 gennaio 2015 da Retrò Online Magazine @retr_online

L’assalto a Charlie Hebdo ha riproposto in modo drammatico il problema del rapporto tra Occidente ed Islam nella sua dialettica tra esclusione ed integrazione. Retrò Online si è recato nella sede dell’Associazione Islamica delle Alpi, in via Chivasso 10f, e ne ha parlato con il dott. Mohamed El Bahi, presidente del sodalizio, e con il dott. Brahim Baya, responsabile dei rapporti con la stampa.

islam

Da destra: Brahim Baya e Mohamed El Bahi. Photocredit: Luca Giovannini.

Dottor Baya, i fatti di Parigi hanno commosso e indignato il mondo intero. Qual è stata la reazione dei musulmani torinesi?

Principalmente indignazione: la comunità è stufa ogni volta di essere associata a fatti con cui non ha nulla a che fare. Anche questa continua richiesta di “dissociarsi” che arriva dai media non ha senso: non dimentichiamo che tre vittime erano musulmane. Ci sentiamo frustrati perché siamo sempre chiamati a rispondere di qualcosa che non ci appartiene e veniamo guardati con sospetto. Non ci devono chiedere ogni volta di dare un segno, perché noi abbiamo sempre condannato e condanniamo questi gesti, che sono un insulto alla nostra fede. Lo dimostra il comunicato che abbiamo emesso appena si è saputo della strage, la manifestazione dell’otto gennaio, le parole degli imam durante la preghiera del venerdì. La reazione di condanna dei musulmani italiani è stata unanime.

Mentre i giornali di tutto il mondo pubblicavano le vignette di Charlie Hebdo in segno di solidarietà, i media americani hanno evitato di farlo, quasi a sostenere che in fondo i vignettisti, con la loro satira irriverente, “se l’erano andata a cercare”. Il Financial Times ha parlato di “stupidità editoriale”. É una giustificazione plausibile?

Non c’è nessuna giustificazione a quel massacro. Un conto è critica – le vignette erano offensive per molti – un conto è uccidere: non spetta a chi si sente offeso rispondere così. La nostra religione chiede di applicare il perdono, non di dare la morte. Poi dovrebbe intervenire anche la deontologia dei giornalisti stessi, che dovrebbe limitare l’offesa gratuita e cercare invece di far passare, attraverso la satira, dei messaggi. Dipende dalla sensibilità dei vari vignettisti, poi è la legge che stabilisce cos’è diffamazione e cos’è espressione di libero pensiero.

Nei Paesi dove viene applicata la sharia, però, questo confine è molto labile.

Per me la sharia non è il corpus di leggi che alcuni Paesi applicano, ma è, nel suo significato letterale, la “via” per arrivare a Dio. Non condivido la visione restrittiva di stati come l’Arabia Saudita, fonte dell’integralismo nel mondo, dell’Iran o del Sudan e non posso che condannare quando la libertà – intesa in modo responsabile – viene violata. Per vivere insieme con idee diverse bisogna usare il buonsenso per evitare di creare conflitti.

Charlie Hebdo riportava sulla copertina il motto “una giornale irresponsabile”: il suo mestiere era provocare…

Al di là della strage, certamente da condannare, la libertà non deve essere fine a sé stessa, ma costruttiva. La libertà dovrebbe servire alla crescita ed al miglioramento della società, non a distruggere e offendere la sensibilità dell’altro.

Su un piano più “politico”, invece, diversi leader invocano norme più severe sull’immigrazione, ed in particolare sulla costruzione di moschee e centri islamici. É un soluzione?

Assolutamente no! Questo è fare il gioco dei terroristi: il loro scopo è isolare la comunità musulmana da quella nazionale e creare conflitti. Loro cavalcano la paura per scopi politici: più si riducono le libertà dei 20 milioni di musulmani europei, più essi sono incentivati a dare ascolto ai fanatici. La politica più lungimirante sarebbe aumentare l’inclusione sociale: i musulmani sono gli alleati dei non-musulmani nella lotta al terrorismo, non i nemici. Noi siamo cittadini europei e non vogliamo essere costretti a rinunciare alle conquiste democratiche dell’Europa, come la libertà religiosa e di pensiero per colpa dei terroristi.

Una domanda forse un po’ provocatoria: lei si sente più musulmano o italiano?

Come uomini noi abbiamo diverse identità – nazionale, spirituale, culturale, sociale, persino alimentare – che non sono opposte tra di loro. Io credo nella Costituzione e credo nei principi islamici, ma la mia lealtà a questi ultimi non fa venire meno quella all’Italia, perché l’Islam non è uno stato, ma una fede. Il sedicente Stato islamico è contrario in tutto e per tutto ai principi del Corano, nella sua formazione, nella sua pratica e nei suoi massacri.

In Italia il problema della predicazione integralista è ben presente: ad agosto l’ultima espulsione di un imam per incitamento all’odio contro Israele. Ma cosa fanno spontaneamente i musulmani moderati per emarginare, all’interno della comunità, le frange radicali?

“Moderati” e “radicali” sono categorie sbagliate: esistono letture diverse dell’Islam, alcune (la maggioranza) più riformiste, altre più tradizionali. Entrambe le letture e le loro gradazioni sono legittime: ogni musulmano è libero di leggere i testi ed interpretarli a suo modo, visto che non abbiamo una Chiesa unitaria. Ma tra una lettura letterale del Corano e la violenza radicale c’è molta differenza. In ogni caso noi ospitiamo nella nostra moschea solo imam moderati, e segnaleremmo immediatamente alla pubblica sicurezza chi predicasse la violenza. La comunità islamica di Torino, ad oggi, ha raggiunto una certa maturità anche su questi temi, come dimostra la risposta ai fatti di Parigi, molto diversa e meno ambigua rispetto a quella che vi fu all’11 settembre.

Certo che, quando si parla di jihad, tra l’opinione pubblica affiora una certa preoccupazione. Ce ne può dare una definizione univoca e chiara?

É una domanda che si ripete, ormai. Il termine è maschile, il jihad, ma viene tradotta mediaticamente con “la jihad” per associarlo automaticamente a “la guerra santa”. In realtà indica lo sforzo che il fedele fa per essere coerente con i principi dell’Islam, un sforzo interiore di purificazione dal male. Questo è il cosiddetto jihad maggiore; esiste poi lo jihad minore, ossia la resistenza attiva ad ogni male esterno, come gli attacchi fisici. Per noi non vale il principio del “porgi l’altra guancia”: se siamo invasi, la nostra fede ci prescrive di resistere.

Dottor El Bahi, Lorenzo Mondo su La Stampa ha sostenuto che l’Islam deve seguire l’esempio storico di ebraismo e cristianesimo, passando da un’interpretazione letterale e “rigida” del Corano ad una allegorica e dunque più conciliante. Il presidente egiziano Al-Sisi, in un discorso all’università di Al-Azhar (massima autorità sunnita), ha invocato una “rivoluzione religiosa” contro ogni estremismo. Qual’è la sua posizione in merito?

Al-Sisi è un dittatore appoggiato dall’Occidente e non è nella posizione di dare interpretazioni, visto che non sa nemmeno leggere i testi sacri. In ogni caso l’Islam non ha bisogno di fare lo stesso percorso delle altre due religioni rivelate, perché ha al suo interno un impulso riformista, sancito dallo stesso Maometto nei suoi detti (la Sunna). Le interpretazioni si susseguono e adeguano al religione alle condizioni storiche, pur senza snaturarla nei suoi principi immutabili. Noi non siamo d’accordo con le interpretazioni letterali dei talebani, dei sauditi, dei sudanesi; lo sforzo interpretativo del testo deve essere sempre presente, altrimenti si commette tradimento nei confronti dell’Islam. Non c’è bisogno che qualcuno lo chieda, lo fa la fede stessa. Bisogna però fare autocritica: questo principio dal Duecento al Novecento è stato congelato e si è ricorso a letture sorpassate, ma ora è il momento di andare avanti. L’Islam dalle sue origini è sempre in evoluzione.

Il filosofo musulmano Abdennour Bidar ha pubblicato, sull’Huffingon Post, una lettera aperta all’Islam, in cui ne stigmatizza le “malattie croniche”, tra cui incapacità di costruire democrazie durevoli e laiche, difficoltà croniche a migliorare la condizione femminile, incapacità di separare nettamente il potere politico dal controllo dell’attività religiosa, incapacità di instaurare il rispetto e la tolleranza del pluralismo religioso. É il segnale che qualcosa sta cambiando all’interno dell’Islam?

A livello politico Bidar sta giustamente criticando i regimi autoritari, che ora si dicono islamici e che islamici non sono, tant’è che uno dei primi precetti dell’Islam è l’elezione democratica dei capi. Questi dittatori che si ammantano con l’Islam creano i peggiori danni all’immagine dell’Islam stesso. Per quanto riguarda il concetto di laicità, è una forzatura fare un parallelo tra la storia dell’Occidente e la nostra. Se qui la laicità – e con lei la secolarizzazione – nasce in risposta all’oppressione della religione, da noi la religione è stata spesso strumentalizzata dal potere. Noi vogliamo la laicità proprio per liberare la religione dai governi; poi certo bisogna tenere le radici culturali di un popolo e delle diverse sfumature di laicità.

Se riusciranno a liberarsi da questi “dittatori”, come saranno le future democrazie islamiche?

Innanzitutto spero che non vi siano ulteriori interventi scomposti dell’Occidente: quelli che ci sono stati, dall’Afghanistan all’Iraq e alla Primavera araba, non hanno fatto altro che propagare i focolai di integralismo e terrorismo che ora si autoproclamano “Stati islamici”. Il messaggio fondamentale, che pochi conoscono, è che molti strumenti della democrazia, che gli occidentali sentono come propri, sono già contenuti nel Corano. La separazione dei poteri, il suffragio universale, l’accountability, ossia la responsabilità del governante verso il popolo, lo stato di diritto ed il principio della legge al di sopra di tutto: tutto questo fa parte della natura islamica.

E la questione femminile?

Il Corano dice che le donne sono pari e sorelle degli uomini: il messaggio del Profeta è un messaggio di liberazione. L’attuale condizione femminile nelle società islamiche non rispecchia affatto il testo sacro, ed è colpa del congelamento interpretativo, Pensi che in questa moschea, durante le lezioni, abbiamo avuto difficoltà a far sedere vicini donne e uomini, mentre questo era comune all’epoca del Profeta: è una questione di mentalità.

Per concludere: i fatti di Parigi hanno avuto enorme risonanza, tanto che c’è chi li ha paragonati a quelli dell’11/9. Si va verso lo scontro di civiltà o l’integrazione è ancora possibile?

Oggi, rispetto all’11/9, c’è una risposta diversa e più netta da parte sia dei musulmani che dell’Occidente: questo percorso di maturazione della comunità intera ha dato i suoi frutti. Io auspico un confronto perché i valori di religione, patria e democrazia siano motivo di unione e non di scontro. Occorre isolare il terrorismo, come fece negli anni di piombo il Partito comunista con le Brigate Rosse; ma per noi già adesso questi non sono “compagni che sbagliano”. Noi siamo rappresentati più da Ahmed, il poliziotto che ha difeso Charlie, che dai fratelli Kouachi.

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