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Io e Marlene abbiamo due valigie a Berlino

Creato il 02 febbraio 2012 da Taxi Drivers @TaxiDriversRoma

Io e Marlene abbiamo due valigie a Berlino

Con Domenico di Teramo vado spesso a mangiare la pizza dal turco. Uno dei tanti che sforna margherite, ma almeno fuori non mette la bandiera italiana con i colori invertiti, così da farne un baluardo ungherese. Il posto è carino, pulito e poi lui è simpatico, il che lo rende particolarmente emarginato e non integrato due volte in mezzo alla popolazione di PrenzlauerBerg. La pizza è deliziosa anche se gli abbiamo detto almeno 4 volte che “spinaci” si scrive senza la “h” tra la “c” e la “i”.

Buono giorno! – dice sempre quando ci vede. Io arrossisco e penso un’altra occasione persa senza parlare tedesco e poi ripenso e sti cazzi. Prosciutto, oppure funghi e patate, rucola e pecorino, mozzarella o chi per lei. Domenico sente l’odore di casa io solo quello del forno a legna con il morso della fame.

- Io sono stata in Turchia, sa?

- Si vabbè ad Instanbul – bofonchia Domenico mentre mastica la sua capricciosa.

- Stai zitto Domenico. Non solo, ho visto anche Ankara, Konya, Izmir e tutta la Cappadocia, Domenico, mentre tu venivi bocciato in “Metodologie e tecniche della ricerca sociale”.

- Bella? – chiede il turco con sorriso sornione sotto i baffoni: sa già la risposta, il dritto.

- Si, molto…

Pensiamo tutti e due la stessa cosa: la luce dei tramonti su Pamukkale, il “castello di cotone”, e sui camini delle fate sparsi per la Cappadocia. Ma se pensiamo spesso a qualsiasi cosa che emani esotico, che ci stiamo a fare qua?

- Marion, non resisteresti un attimo tra zanzare e sabbia.. – dice Domenico pulendosi le dita unte.

Ho sognato Tangeri, Domenico, mentre ero in ufficio. Stretta tra le maglie della burocrazia tedesca, del ceto impiegatizio, delle parole che non capisco. Mi sono chinata sulla tastiera come se mi avvicinassi a una pianta di datteri e non a un lavoro da schiavi. Poi Isolde mi ha svegliato. Ti ricordi Isolde vero? Quella che abitava con la nonna vicino Rudow, un po’ grassoccia e  sempre con una merendina nella mano e nell’altra il cellulare.

Isolde lavora accanto a me, non fa mai una pausa, vuole essere più produttiva di tutti nonostante utilizzi solo un dito sulla tastiera. Mangia davanti allo schermo e invece di alzarsi e lavarsi le mani ci si spruzza sopra  il deodorante. Giuro. Ad un certo punto sapeva di Nivea e boulette fritta. Isolde pensa di fare carriera spruzzando, oltre alla Nivea, anche merda sui colleghi.

- Ho visto Marion distratta.

Si, Isolde ero distratta. Sognavo la tua morte per asfissia.

Eppure una volta tu mi volevi bene Isolde, ero la tua amica italiana e avevo per te il sapore orientale del pan pepato di mia nonna di Palestrina come per me lo hanno i giardini del sultano di Tangeri. Mi portavi in giro e mi spiegavi quali documenti mi servivano mentre ammiravo gli alberi di Sanssouci e il ghiaccio di Wannsee. Adesso mi saluti appena e mi chiami Schettino. Ah, beato il popolo che non ha bisogno di uomini dell’anno.

- Marion, ma Berlino è un mito! Vogliono starci tutti..

Con questa frase Domenico sa di aver firmato la sua condanna a morte.

- Domenico, i miti non esistono. Tu pensi di stare dentro un mito? Hai già dimenticato di quando ti hanno detto “torni con qualcuno che parla la nostra lingua..” . Hai studiato per nove anni all’università e non perché dovevi lavorare per vivere ma perché sei lento come una larva, per questo al momento non puoi fare altro che rispondere al telefono per pagare l’affitto te e tutti gli illusi che stanno arrivando. Svegliati Domè, e ricordati che la metafora è sempre valida: più gira droga più è alta la consapevolezza e la volontà del potere nel farla girare. Così non rompi i coglioni a nessuno mentre pensi che la libertà te la sei conquistata.

Si può amare per sempre ma non sempre. Per cui sogno Tangeri ma ho sempre una valigia a Berlino, come cantava Marlene. La città è come una simpatica vecchia fidanzata. Solo pensando a ciò ci si può difendere dall’insidia del “mito assoluto”, caro Domenico.

Anche Marlene è stata in Marocco, con Gary Cooper. Vabbè, il Sahara era  ricostruito in studio ma questo passa in secondo piano quando lei, cantante di cabaret,  segue scalza i legionari nel deserto per stare vicino a quello stronzo di Cooper.

Tu non sei Cooper, Domenico. Ritenta sarai più fortunato. Indi per cui andrò a Tangeri al massimo con Gretha (ti ricordi di Gretha?) quando te e Isolde starete al telefono con i clienti italiani analfabeti di ritorno.

Gretha è bellissima. È la gemma rara della Sparkasse berlinese: senza di lei nessuna integrazione bancaria per me poteva essere possibile. Andremo nei bazar, tra incantatori di serpenti e spezie e attraverso il Petit Socco ci vivremo l’unico mito possibile, ovvero quello irrealizzabile.

Poi torneremo a Berlino quando ne avremo nostalgia (Denn wenn ich Sehnsucht hab’ dann fahr’ ich wieder hin) perché le glorie dei tempi passati sono rimaste nella piccola valigia (Die Seligkeiten vergang’ner Zeiten / sind alle noch in meinem kleinen Koffer drin).

                                                                                                                                                                                                                                           A Flavio

Natasha “Eva Kant” Ceci

 

Io e Marlene abbiamo due valigie a Berlino
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