Israele e la Siria: se da Quneitra non arrivano più solo mele

Creato il 06 maggio 2015 da Danemblog @danemblog
(Pubblicato su Formiche)
Non c’era bisogno di essere un raffinato analista per capire che la crisi siriana ─ poi diventata guerra civile ─ potesse coinvolgere, a grado di approfondimento variabile, anche Israele. Ufficialmente la posizione del governo di Netanyahu è sempre stata la stessa: “nessun coinvolgimento”, ma ci sono una serie di ragioni per cui Tel Aviv vive (e ha vissuto fin dai primi periodi) la situazione in Siria in modo diretto.
Lungo è l’elenco degli episodi che possono fare da testimonianza: si va dagli scambi di colpi sulle zone contese del Golan, ai bombardamenti in territorio siriano, agli aiuti medici forniti negli ospedali delle città di confine israeliane ─ e in quelli da campo che l’esercito (IDF) ha allestito per l’occorrenza ─, e via dicendo. Ci sono ragioni di continuità geografica che spiegano il ruolo israeliano ─ la Siria confina con Israele ─ e proprio da queste, dalle alture del Golan, vengono anche ragioni di un’avversità lunga decenni. In più gli attori coinvolti in territorio siriano, sono tutti, a vario titolo, nemici dello stato ebraico: oltre ai siriani, ci sono i loro alleati, a cominciare daldeus ex machina Iran, nemico esistenziale degli ebrei, e dalla sua emanazione Hezbollah (partito/milizia sciita libanese, che ha chiuso l’ultima guerra ufficiale con Israele nel 2006, e tutti pensano già a una nuova edizione). Poi ci sono quelli sull’altro fronte, che sono anche nemici Assad, e che su carta, però, sono anche nemici israeliani: vedi per esempio lo Stato islamico (che è nemico di tutti), o altri gruppi più potabili che comunque si accomunano nell’odio profondo contro gli ebrei che è insito nel radicalismo islamico.
Più o meno. Perché la guerra è guerra, e come è noto ognuno fissa le proprie priorità e di conseguenza combatte ─ il pragmatismo, in guerra, lascia la linea dottrinale à la Obama, e prende configurazioni ancora più pratiche.
In questi giorni una coalizione di gruppi ribelli siriani sta combattendo a Quneitra Jaysh al Jihad, un affiliato locale dello Stato islamico. La coalizione è composta da varie unità, tra cui entità islamiste come la qaedista Jabhat al Nusra, il Fronte Islamico e Jaysh al Islam e Jaysh al Yarmouk. La scorsa settimana hanno preso il controllo del compound con cui Jaysh al Jihad (che vale a dire l’IS) controllava la collina strategica di al Qahtaniha, pochi chilometri a sud-est di Quneitra.
La cittadina sul Golan è da tempo contesa tra le forze governative e i ribelli; si trova all’interno della fascia di sicurezza istituita dall’Onu dopo la guerra dei Sei Giorni (il conflitto del 1967 con cui nel giro di meno di una settimana Israele si prese, oltre al Golan soffiato alla Siria, la penisola del Sinai e la Striscia di Gaza dall’Egitto, la Cisgiordania e Gerusalemme Est dalla Giordania). Di fatto è una città abbandonata da dopo il ’67, ma conserva una vitalità strategica (e simbolica). A fine agosto scorso, fu oggetto dell’offensiva denominata “The Real Promise”, con cui i ribelli presero il controllo di gran parte del governatorato: il Quneitra Crossing, non è solo un varco buono per il commercio dei coltivatori di mele drusi siriani, ma è considerato anche un corridoio per arrivare rapidamente a Damasco da ovest (ed è inutile aggiungere che la capitale è uno dei grossi obiettivi degli ant-Assad).
Israele è stata già coinvolta varie volte in scontri nell’area, mai completamente ufficializzati. Da qualche tempo si assiste a un politica molto tollerante di Tel Aviv nei confronti dei ribelli, e il dato è ancora più interessante, se si considera che tra quei ribelli oggetto dell’apertura c’è pure un temibile gruppo affiliato ad al Qaeda (che considera Israele nemico). Gli israeliani ne sopportano la presenza per ragioni di mero interesse: al Nusra è militarmente il gruppo più forte tra i ribelli siriani, e coordina le campagne anti-Assad e anti-IS (di cui è tuttora nemico giurato), che sono pure nemici israeliani. In questo momento è un vettore accettabile per tenere gli altri due pericoli lontani dai confini dello stato ebraico.
L’infiltrazione di uomini del Califfato sul suolo israeliano potrebbe avere conseguenze tragiche, e dunque i ribelli che li combattono e li tengono lontani dal confine sono ben accetti ─ e sembra che venga fornita pure assistenza medica in background. Allo stesso tempo, questi combattenti lottano contro l’esercito di Assad (SAA): Israele non teme le forze di Damasco in quanto tali, ma più che altro ha paura che possano esserci passaggi di armi diretti a Hezbollah, se SAA dovesse riprendersi il controllo dell’area.
Ultimamente Tel Aviv teme che l’Iran possa utilizzare il conflitto siriano per rifornire, senza troppi scrupoli e in modo relativamente libero, gli alleati libanesi di armamenti importanti, come missili a lunga gittata, che poi potrebbero essere usati contro Israele. Sotto quest’ottica vanno inquadrati iraid aerei della scorsa settimana contro veicoli che trasportavano armamenti (si pensa diretti a Hez). Questi bombardamenti non sono avvenuti sul Golan, ma più a nord: nella giornata di martedì è stato segnalato un altro attacco aereo presumibilmente ascrivibile ad Israele, più lontano ancora dal Golan. Nel mirino è finito un convoglio di armamenti nei pressi di Khartoum. Può sembrare strano che la capitale del Sudan rientri tra i luoghi d’interesse di questa storia, ma il legame tra lo stato africano e la Repubblica Islamica è molto forte fin dai tempi (1989) del presidente sudanese Omar al Bashir: in cambio del sostegno militare, gli iraniani ottengono dagli africani maglie larghe sui traffici, e così le rotte sudanesi sono diventate un’importante via per i passaggi segreti di Teheran (quelli diretti ad Hamas e Hezbollah).
La neutralità israeliana ribadita in mille occasioni dal premier Netanyahu è un concetto assolutamente relativo, perché ammesso che Israele non voglia interessarsi al conflitto in Siria, è il conflitto che si si è interessato di lui.


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