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ITALICA NOIR - Hotel Aspromonte

Creato il 29 marzo 2015 da Redatagli
ITALICA NOIR - Hotel Aspromonte

Il prigioniero maneggia la manopola della radiolina portatile, che gracchia frasi strozzate, note disturbate, mozzichi di spot. Ha appena finito di cenare, un pasto misero e frugale, come tutte le altre sere da quattro mesi. Quella radiolina è l’unica distrazione che gli hanno permesso di tenere nel ripostiglio del casolare, umido e lercio; un buco di merda senza finestre dove è stato gettato da mani rozze, da contadini.

Vive su una branda che ospita una colonia penale di pulci, alla luce di una lampadina solitaria che scende triste dal soffitto chiazzato di muffa. In un angolo c’è il gabinetto, un secchio schifoso, pulito poco e male, tavola calda e fredda sempre aperta per uno stormo di mosche affamate.
Il giorno è notte, la notte è il giorno, non c’è luna né sole, solo uno sputo di metri quadri, soltanto quelle quattro pareti squallide sono il panorama corto di una cantina nemmeno buona per tenere il formaggio.

La mano del prigioniero cerca la frequenza giusta... Intermittenze, fruscii, colpi di tosse dell’etere, suoni stropicciati... Ecco, ci siamo, il radiogiornale della sera.

“ ... Israele ha accettato il piano di pace presentato dagli Stati Uniti con la collaborazione dell’Egitto. Il Segretatio di Stato americano, Henry Kissinger, ha annunciato in seguito a colloqui con re Hussein che anche la Giordania siederà al tavolo delle trattative. Il Presidente Richard Nixon da Washington esprime forte preoccupazione per la situazione del greggio, che definisce come la più grave crisi energetica degli Stati Uniti dalla seconda guerra mondiale. Sempre nella capitale USA, sono state emesse condanne - di cui la più severa a due anni e mezzo di reclusione – per i sei imputati dell’affare Watergate, sorpresi mentre installavano congegni di registrazione nella sede del partito democratico.

Interni. Un’inchiesta delle Procure di La Spezia, Treviso e Padova ha scoperto un’organizzazione sovversiva di estrema destra. Due arresti sono avvenuti a Viareggio e numerose perquisizioni sono state eseguite la notte scorsa in varie abitazioni del Nord Italia. Rinvenuti quantitativi di armi e munizioni. Nelle intenzioni del gruppo eversivo ci sarebbero piani terroristici per attentati, rapine e invio di lettere esplosive.

A Firenze, una giovane studentessa di liceo, durante un volantinaggio di giovani di destra, è stata ferita da colpi di arma da fuoco sparati da altri giovani a bordo di una 500, presumibilmente di sinistra.

Ad Agrigento arrestati quattro vigili urbani e altre due persone per tentata estorsione aggravata e concussione. La banda, ribattezzata come “la mafia dei gelati”, imponeva ai negozianti e gestori di bar l’acquisto di una particolare marca di gelato di cui uno di loro ne era rappresentante.

Sport. Sono stati sorteggiati i due gironi finali valevoli per la Coppa Italia. Nel girone A, oltre Atalanta e Bologna, si disputerà il derby Milan –Inter, mentre nel girone B la Juventus si incontrerà con la Lazio, il Palermo e il Cesena. La Sampdoria fa sapere di aver trovato un nuovo centrocampista argentino...

Il prigioniero s’arrabbia, gli occhi gli si fanno lucidi, una nuova crisi di pianto sta per assalirlo. Anche oggi nessuna notizia importante sul suo inferno personale. Si sente abbandonato, perduto. Con un scatto stizzito del pollice gira la rotella delle frequenze, la voce dello speaker del radiogiornale si strozza all’istante lasciando il posto a una canzone di Lucio Battisti che è un grande successo da oltre un anno negli apparecchi radio e tv, nei giradischi e juke-box degli italiani.

In un mondo che
non ci vuole più
il mio canto libero
sei tu
e l'immensità
si apre intorno a noi

al di la del limite
degli occhi tuoi ...

La porta della prigione si spalanca all’improvviso. Irrompono svelti in quattro, hanno il volto coperto da passamontagna di lana nera.

“Che volete?”  Chiede terrorizzato il prigioniero.

“Stai calmo e non avere paura, ora ti taglieremo un orecchio. Quando lo riceveranno, si decideranno a pagare.” Gli rispondono gli uomini senza volto.

ITALICA NOIR - Hotel Aspromonte
In due lo afferranno per le braccia, lo tengono giù sul giaciglio. Un terzo lo afferra per i capelli, e gli blocca la testa. Sono molto più forti di lui, lo immobilizzano completamente, non può muoversi di un centimetro. L’occhio destro vede le teste senza lineamenti dei quattro fantasmi neri sopra di lui, la debole luce della lampadina ne proietta le ombre mostruose sulle pareti dello stanzino. La pupilla si dilata dal terrore quando compare l’acciaio immacolato di un rasoio a serramanico. La lama brilla. Il quarto uomo gli chiude gli occhi con due cerotti.

... in un mondo che
prigioniero è
respiriamo liberi
io e te
e la verità
si offre nuda a noi ...

Gli scostano dal lato destro i lunghi capelli sporchi e gli tirano l’orecchio. La paura lo ammutolisce, gli è impossibile gridare dallo shock. La lama poggia fredda dietro il lobo; un colpo secco e il dolore si fa intenso e immediato. È stato un rumore simile a un foglio di carta che si strappa. Un secondo colpo altrettando deciso stacca definitivo il pezzo di carne dalla faccia del prigioniero. Chi ha fatto quel lavoro sa usare bene certi strumenti. La rustica operazione di chirurgia d’asportazione nello scantinato di un rudere isolato, senza anestesia, è conclusa.

la veste dei fantasmi del passato
cadendo lascia il quadro immacolato
e s'alza un vento tiepido d'amore
di vero amore e riscopro te

Il paziente è svenuto. Al risveglio, si tocca la parte destra del volto, dove una volta c’era il suo orecchio e ora bende macchiate di rosso e il bruciore di una ferita pulsante. La radiolina è spenta.
Singhiozza e piange disperato, da solo, al buio.

Sabato 10 novembre 1973.

La segretaria della redazione del giornale romano Il Messaggero apre la posta. Una strana cosa orribile esce da una busta e cade sulla scrivania. Le urla della segretaria spaventano tutto l’ufficio, i cronisti alzano la testa dalle loro carte e le dita smettono di premere i tasti delle macchine da scrivere Olivetti.

Dal pacchettino delle macabre sorprese escono fuori tre cose: un orecchio mozzato incrostato di sangue raggrumato, una ciocca di capelli e una lettera scritta da una penna poco istruita.

SIGNOR DIRETTORE,

QUESTA È LA PROMESSA CHE VI ABBIAMO FATTO DA OGGI IN AVANTI TUTTO QUELLO CHE VI DICIAMO SARA’ FATTO CIOE’ QUESTO È IL PRIMO ORECCHIO DI PAUL FATE GLI ACCERTAMENTI SE E SUO  SE ENTRO DIECI GIORNI LA FAMIGLIA PENSA ANCORA CHE E UNA BUFALA FATTA DA LUI ARRIVA LALTRO IN POCHE PAROLE ARRIVA TUTTO A PEZZETTINI

MANDIAMO AL GIORNALE QUESTO ORECCHIO PERCHE LA FAMIGLIA DI PAUL GETTY DA TRE MESI CI PRENDE IN GIRO DICENDO CHE NON GIA SOLLDI PER PAGARE

L’orecchio mozzato appartiene, anzi apparteneva, al giovane John Paul Getty III, nipote di John Paul Getty I, l’uomo più ricco della Terra.

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Rewind storico, riavvolgimento temporale. Esattamente quattro mesi prima, Roma centro. È una calda notte di luglio ’73. Un ragazzo di sedici anni, vestito con abiti trasandati ma allo stesso tempo chic, barcolla fuori dall’uscita di un night frequentato da bella gente, il “Three Top”. Gli piace bere all’americanino.
Casa sua è vicina, anche se è un po' sballato può raggiungerla a piedi. Cerca di mettere a fuoco le lancette dell’orologio al quarzo, ma c’è poca luce, tutto gira, le lancette girano strane indietro e in avanti, sono le due e qualcosa, forse le tre e un po', non escludiamo le quattro o le cinque, comunque giù di lì.

Dietro, a fari spenti, scivola una lunga e bassa Citroën DS bianca. Uno squalo bianco a caccia. Dentro quattro sagome nere fissano la schiena del rampollo ciucco che avanza poco dritto nella notte estiva, deserta tra i palazzi romani plurisecolari, le persane chiuse, le serrande abbassate e gatti insonni.

Lo squalo bianco silenzioso affianca la sua preda. Dallo squalo bianco escono le sagome nere. Lo accallappiano con poca fatica. Dentro! Giù tra i sedili, sdraiato prono con la faccia sui tappetini e sotto le suole di altri uomini, Paul Getty III vede le stelle, il calcio di una pistola lo spedisce nel mondo dei sogni per ore di sonno forzato.
Lo squalo bianco lascia la Capitale e fa rotta verso sud.

Nei giorni seguenti, i giornali:

“MISTERO SULLA SORTE DEL NIPOTE DEL MILIARDARIO”

“PAUL GETTY È CON UNA RAGAZZA?”

“La madre Gail Harris Getty: “Lo hanno rapito.”

“Tre uomini ci pedinavano”, dice l’amichetta tedesca.”

“Il giovane hippy sarebbe stato visto martedì con una fotomodella francese.”

“Potrebbe essere in crociera”, affermano in questura.”

“L’erede di una colossale fortuna avrebbe detto: “Per fare soldi si potrebbe organizzare un rapimento”.

Squilla il telefono nella casa ai Parioli di Gail Harris Getty. Voci dure e roche, con accento meridionale, minacciano e ordinano. Aveva ragione lei, suo figlio è stato rapito. Non si tratta, come si era sospettato (e come si era sperato), che la sparizione di Paul fosse dovuta a una sua burla cattiva, a un colpo di testa per una fanciulla, o a un tentativo di auto-rapimento per estorcere denaro alla famiglia.

Sparano grosso i banditi, chiedono 17 milioni di dollari. Cifra astronomica. Inizia una fitta e nervosa trattativa famiglia-avvocati-neobriganti, interferita dal lavoro di polizia e carabinieri. La lunga contrattazione sulla testa di John Paul è incominciata. I rapitori partono da una richiesta multimiliardaria, esagerata, la famiglia fa la sua prima mossa con poche centinaia di milioni di lire; ci vorrà tempo prima che domanda e offerta possano incontrarsi.

Paul Getty III, è figlio di Paul Getty II e nipote di Paul Getty I. Ha sedici anni, i capelli lunghi, si concia alla moda hippy decisamanete in voga nei ’70, bighellona tra Campo de’ Fiori, Trastevere, Piazza Navona.
Nella leggerezza dei suoi anni si crede spirito libero, aborre il denaro che staborda dalle tasche di famiglia, fa il bohémien de Roma. S’inventa mercante di paccotiglia, vende quadretti, manufatti, simpatiche minchiatelle su bancherelle da figli dei fiori per guadagnare spicci e giocare al povero.

Getty è un cognome famoso, internazionale, potente. Portarlo assicura vita scintillante, ma non è sempre facile, è un cognome che pesa.
Nel cerchio più ristretto del gotha del capitale, ha il suo sicuro posto tra i principati del denaro Rockefeller, Thyssen-Bornemisza, Krupp, Rothschild, Du Pont e pochi altri. La grande fortuna della famiglia dell’hippy rapito è riconducibile al carburante del Novecento, il petrolio, l’oro nero che tutto muove, che olia la storia contemporanea, che spinge il progresso, accende il futuro a scoppio, mischia le carte della geopolitica.

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La Getty Oil Company è la fonte di eterna ricchezza costruita da quella vecchia volpe di Jean Paul Getty, americano di Minneapolis, l’uomo d’affari che quando era studente passava le estati non al campeggio, ma a lavorare nei campi petroliferi del papà, a trivellare la terra dell’Oklahoma. Il ragazzo, a differenza dei figli e nipoti venturi, aveva le idee ben chiare su cosa voleva diventare da grande: il magnate del petrolio.

“Quando non si hanno soldi ci si pensa sempre. Quando se ne hanno, anche.”

J.P.G.

L’inizio della sua ascesa nel campo dell’estrazione è collocabile in quegli anni rampanti tra i ’10 e i ’20 del secolo scorso, epoca di imprenditoria d’assalto, di squali affamati, di pionieri della moderna industria e finanza americana. Anni e ambienti per duri in doppiopetto, con ben pochi scrupoli.

“Un’amicizia disinteressata esiste soltanto tra persone dello stesso reddito.”

J.P.G.

 

Le trivelle Getty bucano il Nuovo Mondo: Texas, Canada, Alaska. In Arabia Saudita arriva prima di altri e mette l’esponente alle cifre dei suoi conti bancari. I giacimenti son floridi, la compagnia succhia l’oro nero senza sosta.

Ora è davvero ricco Paul Getty I, ricchissimo, straricco, Creso, nababbo del fantastiliardo. L’hobby del pezzo grosso è la collezione. Oltre a dollari, matrimoni e divorzi, colleziona arte antica. Acquista capolavori a dozzine, la sua casa di Malibù diviene troppo piccola, le pareti son ingombre di tesori e allora fa costruire la Getty Villa, un mastodontico maniero californiano ispirato all’architettura romana che custodisce opere di autori da novanta come Masaccio, van Dyck, Mantegna, Rembrandt, Rubens, Turner, Canaletto, Manet, Renoir, e tanti altri, più una sconfinata raccolta di pezzi greci antichi, etruschi e romani, nell’ordine delle migliaia.

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Il potere compra la bellezza, e la rinchiude nel suo museo privato, nel deposito di Paperon de’ Paperoni. Paul Getty ha difatti le sue manie da multimiliardario. La sua tircheria è leggendaria. Certi aneddoti della sua vita lo fanno assomigliare a Ebenezer Scrooge di Dickens o alla versione umana di Uncle Scrooge – Zio Paperone di Walt Disney (ma ideato da Carl Barks). Un pettegolezzo dice che nelle stanze degli ospiti ci siano telefoni a gettoni. 

Potrebbe vestire abiti su misura confezionati dai migliori sarti di Savile Row a Londra, ma preferisce ben più economici completi prêt-à-porter, uguali a migliaia di altri, senza dover apparire diverso dalle schiere di dipendenti sotto di lui.
Lavora oltre dieci ore al giorno, è schivo, odia la pubblicità, beve poco, non fuma, lo considerano uomo di poche parole, al parlare preferisce il fare, e sicuramente il guadagnare.

“Se puoi contare i tuoi soldi, non hai un miliardo di dollari.”

J.P.G.

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Durante i primi giorni del rapimento del nipote, non risponde alle continue e angosciate telefonate della nuora, Gail Harris. Non crede al sequestro, è infastidito dalla vicenda e dal clamore; poi per quel suo nipote capellone e alternativo non nutre molta simpatia.
Nonno Paul interpreta Zio Paperone, il nipote Paul recita la parte qui scomoda di Paperino. Sembra disinteressarsene anche il padre del prigioniero, Paul Getty II, eroinomane, eremita di lusso e vedovo della seconda moglie, la bellissima Talitha (foto a lato), morta di overdose a Roma. Nemmeno lui, come la prima moglie, la madre del figlio nelle mani della ‘ndrangheta, non ha il denaro sufficiente per soddisfare le richieste dei rapitori. È sì rampollo di una dinastia ultra-milionaria, figlio dell’uomo più ricco degli Stati Uniti, ma è il vecchio a tenere le chiavi della cassaforte.
Il rubinetto dei dindi sonanti è chiuso dal patriarca, solo lui può aprirlo e per adesso Paperone non sembra aver nessuna intenzione ad elargire soldi.

"Ho 14 altri nipoti, e se tiro fuori anche un penny avrò 14 nipoti sequestrati."

J.P.G.

Il nonnino non paga, il nonnino si gira dall’altra parte. Gli orchi dell’Aspromonte capiscono che hanno a che fare con un osso duro, non è tanto facile spillare soldi alla mummia spilorcia.

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Esasperati ma risoluti decidono per un taglio netto della faccenda. E così parte l’orecchio al povero nipote scavezzacollo, Paul Paolino Paperino. Seguono fotografie Polaroid del volto mutilato, fatte rinvenire sotto il cartello dell’uscita per Valmontone, al chilometro sette dell’autostrada per Napoli.
Vi interessano le foto di Paul senza l’orecchio? Dice la voce con accento calabro a un giornalista del Tempo,in una telefonata nel cuore della notte.

Questi banditi non sono così rozzi come si crede. Conoscono le dinamiche dei media. Sanno cercare il clamore, vogliono i riflettori.
Prima Il Messaggero, poi Il Tempo, scelgono i quotidiani della grande cronaca, popolari, letti da tutti. Puntano su una strategia mediatica per accattivarsi il popolino. Una certa plebe ha una mentalità invidiosa, meschina, rancorosa e piccina: "Son ricchi, che li caccino fuori ‘sti quattrini. Che differenza fa un miliardo in più o in meno a quelli con gli yacht?”

I ras della Piana di Gioia Tauro vorrebbero esser considerati una versione moderna e rozza di Robin Hood, infinitamente più barbara e violenta, avida, sporca. Come se i rapitori si lisciassero il popolo bue: non vi preoccupate, ce la pigliamo solo con quei ricchi bastardi, noi siamo poveri come voi che se la prendono con chi di grana ne ha troppa.
E i giornalisti meno seri, in panni giacobini da borgata, cadono nella trappola di fare il loro gioco, impegnandosi più sul gossip dei rapiti, sulle stramberie di chi vive nell’oro, piuttosto che sui rapitori, i cattivi di questa storia.

Sono anni strani, quei primi ’70, embrioni di guerriglie metropolitane vedono la luce nelle strade annebbiate dai fumogeni, nelle prime Br delle auto incendiate e dei sequestri mordi e fuggi, nelle simpatie ancora diffuse per schizzi di lotte armate e disegni ciarlieri di rivoluzioni leniniste. Lotta di classe: il ricco contro il povero. Si potrebbe cadere in confusione, confondendo agitazioni di piazza con altro.

Noi però, che siamo posteri e scrutiamo la Storia e non l’attualità, non faremo un tale pasticcio. Sappiamo bene chi abbiamo di fronte: banditi mafiosi famelici di lire, con cui vogliono ingrassarsi come i cugini di Sicilia e di Napoli, anzi, ancora di più, per diventare obesi di ricchezza illecita.

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Dopo l’amputazione dell’orecchio, la signora Gail, disperata, non sa più che fare per riavere Paul. Il suocero sembra sordo. Il marito si dice assolutamente contrario alla condizione non trattabile posta dai sequestratori, quella di aspettare quattro giorni dalla consegna del riscatto per il rilascio dell’ostaggio: o scambio simultaneo o nulla, dice lui.
La donna tenta la carta dell’appello per salvare la vita a suo figlio e si rivolge direttamente alla più alta carica possibile. Scrive al Presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon.

“Signor Presidente,

lei conosce il nonno del ragazzo, e anche se so quanto Lei è occupato, spero che potrà intervenire verso la famiglia Getty per convincerla a far ciò che dev’esser fatto per salvare la vita di mio figlio. Non c’è più tempo.”

 

Arrivano i soldi, s’accettano le condizioni dei gangster. L’orecchio del nipotino convince finalmente il vecchio Getty a tirar fuori il portafogli, anche Paul II rinsavisce, quel che conta è riavere il suo erede tutto intero e non a rate. L’accordo è per due miliardi di lire. La polizia deve rimanere fuori, sennò son lamate definitive.

Un misterioso personaggio, un certo Mr. Chase, si occupa dello scambio. Newyorkese, forse manager della Getty Oil accorso dalla base del Kuwait, forse ex FBI, forse ex CIA. Forse, forse, forse: Mr. Chase, Mr. Forse - Maybe.
Rappresenta la famiglia tutt’intera, dietro lui c’è di sicuro il vecchio a cui risponde. Non ha un compito facile, è da tempo inoltre che conduce indagini per fatti suoi, collaborando con gli investigatori italiani solo quando vuole lui. Paga profumatamente i concierge degli alberghi romani dove soggiorna per dimenticarsi alla svelta del suo nome. È freddo, elegante, misurato nelle parole e nei gesti, fuma la pipa flemmatico dall’alto dei suoi due metri d’altezza. Lo descrivono come un signore dagli occhi di ghiaccio.
Mr. Chase, l’uomo degli affari speciali di casa Getty.

Son furbe le faine della Sila, adottano un buon sistema per la consegna del malloppo. Non concordano un luogo specifico, bensì ordinano a Mr. Chase di portare i soldi con sè, di comunicare modello, colore e numero di targa dell’auto che usa – una FIAT 130 -  e di mettersi al volante sulla Salerno – Reggio Calabria in direzione Sud. Al resto penseranno loro.

Prima di mettersi in viaggio, l’americano installa una microcinepresa da spy story alla base dell’antennia radio della 130, ma il tempo pessimo guasta la candid camera e nessun criminale verrà ripreso.
In auto percorre come gli è stato detto l’Autostrada del Sole. Macina chilometri ad andatura controllata, scende giù in meridione, pipa stretta tra i denti, occhi aperti sulla strada. In Basilicata, ad altezza di Lagonegro, gli si avvicinano due vetture. Una Mini Minor e una Citroën DS bianca; lo squalo bianco è di nuovo a caccia. Lo affiancano. Figure coperte da passamontagna abbassano i finestrini. Tirano sassolini sulla FIAT di Mr. Chase, sporgono le mani e strofinano pollice e indice: il segno inequivocabile che indica soldi, moneta.

È il segnale convenuto. L’americano accosta prima di una curva, la banda subito dopo. Un uomo mascherato arraffa tre sacchi con i miliardi e sparisce lesto dietro la curva. Mr. Chase nota che è un tipo tarchiato, cammina in modo strano e storto perchè ha le gambe a X, soffre cioè di valgismo.

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Quattro giorni dopo, nella notte tra il 16 e il 17 dicembre 1973, Paul Getty III viene liberato al confine tra la Basilicata e la Calabria. Vaga per ore al freddo e sotto una pioggia incessante lungo l’autostrada venuta male del Mezzogiorno, nella terra di cupe foreste e lupi, con scarpe da tennis inzuppate e il maglione fradicio, illuminato dai fari di auto che scansano il vagabondo.
Un camionista si rifiuta di prenderlo a bordo, non gli piace quel giovane barbone e non si capisce una parola di quel che dice, preferisce piuttosto avvisare i carabinieri che con una gazzella lo vanno a prendere. Paul è libero.

E poi?

Jean Paul Getty I, Paperon de’ Paperoni, muore nel 1976 all’età di 84 anni. Lascia alla Foundazione che porta il suo nome una collezione privata con pochi pari al mondo. Quando il nipote lo chiama per ringraziarlo per aver pagato la sua liberazione, riattacca immediatamente. Malelingue vociferano che il giorno della dipartita del vecchio, il suo storico nemico Rockerduck abbia festeggiato ad ostriche, champagne ed escort di lusso.

Sir Eugene John Paul Getty II (Junior), bibliofilo e filantropo, in vita sua ha donato non uno, non due, ma centinaia di milioni di euro. Il suo sogno proibito sarebbe stato quello di fare il bibliotecario, altro che quel petrolio sozzo.
Il vecchio, prima di schiattare, gli lascia per spregio un’eredità di 500 sterline. Talleri lanciati in terra al figlio che ha sempre disprezzato come buono a nulla. Nel 1984 però riesce mettere mano all’Eldorado Getty, usandolo non per accumulare ancora, ma per diffondere arte. Vita diversa la sua: droga pesante (passione in comune con il figlio), donne da capogiro, mecenatismo, tragedie.
Viene insignito del titolo di baronetto dalla Regina. Il riscatto pagato per la liberazione di Paul III proviene in gran parte dal borsello del vecchio Jean Paul I, nonno del rapito, che pretende da Paul II la totale restituzione del debito, in comode rate con il 4% d’interesse sulla somma che considera come un prestito.

Paul Getty III esce molto provato dalla prigionia calabrese. Si sposa poco dopo con la fotografa tedesca Gisela Martine Zacher trasgredendo così a una severa legge familiare imposta dal nonno che vieta ai nipoti di sposarsi prima dei 25 anni di età, pena l’interdizione dai forzieri.
Con il passare degli anni le sue cattive abitudini, che prima erano solo incoscienti svaghi adolescianziali comuni a tanti, peggiorano. Si droga e molto. Fa cretinate internazionali, come farsi pescare in atti molto osceni in luogo pubblico con modelle o rubare un furgone dopo aver accartocciato la sua auto contro un gard rail fatto fuso.
Dopo aver scherzato per troppo tempo con il fuoco, si brucia; a un party si sgola un beverone con teschio e tibbie, un mix di metadone, valium e alcool che gli dilania cuore e mente. Si ritrova a 24 anni semiparalizzato, semicieco, sordo, incapace di articolare parole, spastico.

“Come mi sono ridotto?” Farfuglia alla mamma, che lo accudirà fino alla fine dei suoi giorni insieme a un manipolo di infermieri. Paul, un tempo giovane e bello, condannato ad un surrogato di vita, si spegne nel 2011.

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I rapitori tirano su un bel gruzzolo, di cui una parte viene usata per costruire case alle proprie tribù. Si dice di un quartiere a Bovalino, comune della locride marina, il cui cemento sia stato tirato su dal rapimento qui narrato. Quartiere “Paul Getty” o “Paulghettopoli” è stato battezzato dalla leggenda metropolitana con un retrogusto di verità.
Sotto i passamontagna dei carcerieri ci sono le brutte facce di Saverio Saro Mammoliti “il playboy di Castellace”, suo fratello Vincenzo, Girolamo Piromalli (a lato) detto “Don Mommo”, Antonio Femia, Domenico Barberino portantino all’ospedale policlino Gemelli, e Giuseppe Lamanna “Bebè il mafioso”, buttafuori del “Gattopardo Night” di Roma, basista dell’operazione.
Antonio Mancuso è invece un individuo tracagnotto, e soffre di valgismo, cammina con la stessa andatura instabile descritta da Mr. Chase il giorno del pagamento del riscatto. Mancuso è l’esattore zoppo.

I rapiti tra i ’70 e gli ’80 dalla criminalità calabrese, che proprio in quegli stava mutando pelle, sono dozzine. John Getty è uno dei tanti, uno dei più eclatanti.
Non sono atti delinqueziali improvvisati, ma una vera e propria industria del sequestro, seriale. Le cosche si specializzano nel rubare non cose, ma persone. Sono accalappiauomini, pescano industriali, professionisti, aristocratici possidenti e i loro figli.

I prigionieri vengono trattati peggio delle bestie. Catene, tozzi di pane, e buio, sempre buio. Sono tanti i sequestri di persona e le bande non si fanno scrupoli a rapire anche bambini. Come Marco Fiora, sette anni, recluso per settimane nelle condizioni di un ergastolano del quarto mondo, senza pietà, con catene che sarebbero disumane anche per un cane randagio impazzito dalla rabbia. Le immagini televisive dei giorni dopo il rilascio commuovono, si vede un bimbo tenuto in mano dal suo papà, con gli arti provati che fa difficoltà a camminare, pallidissimo dalla galera mafiosa, un fantasmino Casper finito nelle mani dell’uomo nero.

ITALICA NOIR - Hotel Aspromonte
L’Aspromonte, territorio selvaggio, boschivo e montagnoso, dove lo Stato, mai riconosciuto sul serio, arriva poco, è zona ideale per le prigioni dei banditi. Celle, caverne, ruderi, diventano lager dove gettare persone considerate cassaforti ambulanti, non più esseri umani ma marce.

In questa indagine su ladri di esseri umani, è molto inquietante il caso dell’ingegner Carlo de Feo, sequestrato e buttato in una buca. L’ingegner De Feo, passa settimane, mesi, un anno in quella galera primitiva. 365 giorni in un buco buio, fa impressione pensarci.
Un giorno riesce a liberarsi dalle catene, son divenute larghe per quell’uomo scheletrico. Scappa per i boschi, l’ingegnere, fino a quella che pensa essere la salvezza; trova un paese, invoca aiuto nelle vie, bussa alle porte e alle finestre. Scende in strada una piccola folla ma non per aiutarlo. Donne e bambini lo accerchiano e lo immobilizzano per riconsegnarlo ai carcerieri.
È una storia che colpisce, che fa capire come il brigantaggio non sia mai stato sconfitto per davvero e che gode ancora di fette di popolazione. C’è uno Stato parallelo, che detta le sue leggi, ha il suo esercito, esige i suoi tributi, offre lavoro e compensi per chi gli è fedele.
È la ‘ndrangheta, governo ombra di Calabria.

La ‘ndrangheta è un organizzazione mafiosa dai tratti misteriosi, nata con caratteristiche di società segreta, filo-massonica. La sua solidità e forza è dovuta alla sua natura decisamente familiare: gli affiliati di una cosca sono membri dello stesso nucleo familiare, non si tradiscono tra loro. Il pentitismo, che ha inflitto colpi durissimi a Cosa Nostra in Sicilia, qua invece è un fenomeno molto ridotto.

Negli anni del rapimento Getty è in corso un processo evolutivo delle ‘ndrine. La droga è la polvere del desiderio. È innegabilmente il mezzo più veloce per far denaro, una montagna di denaro, l’Himalaya d’oro. Per acquistare grossi quantitativi di eroina e cocaina, entrare nel narcotraffico internazionale che conta e colmare il gap con camorra e mafia siciliana, occorrono soldi e tanti. Il business dei rapimenti è la fonta primaria di finanziamento.
Nel caso Getty la prova della relazione viene fuori dai rapporti di due agenti sotto copertura del Narcotic Bureau americano, che raccontano di quando si sono incontrati per discutere di compravendita di cocaina con vari esponenti criminali, tra cui il boss Saro Mammoliti, invischiato fino al collo nel sequestro del giovane Paul. La riunione d’affari avviene nello stesso casalore dove era stato recluso Getty.
Nell’industria dei rapimenti compare anche Luciano Liggio, nome-crocevia di altre storie, ombelico di vicende noir, un’altra tessera del mosaico che si compone nel dietro le quinte del novecento italiano e di cui ITALICA NOIR si è occupata durante gli approfondimenti sulla prima e seconda guerra di mafia.

‘Ndrine dei Piromalli, dei Mammoliti, dei Macrì, dei De Stefano... Promotori del cambiamento da organizzazione rurale a imprenditoriale.
Per fare un semplice riassunto di quella che è stata ed è la ‘ndrangheta si potrebbe delineare in un schema, la filiera finanziaria e imprenditoriale della ‘ndrangheta negli ultimi 40 anni, dal punto a) al punto i):

a)   da mafia agricola ai sequestri di persona: miliardi estorti.

b)   Compravendita di stupefacenti: migliaia di miliardi.

c)   Collegamenti con i clan esteri d’origine calabrese, in Canada, USA, Australia, Germania. Rete globale.

d)   Investimenti nell’edilizia.

e)   Corruzione a tutti i livelli.

f)   Riciclaggio in attività legali del frutto delle attività illegali: fiumi di denaro PIL d’intere nazioni.

g)   ‘Ndrangheta mafia numero uno al mondo.

h)   Ricchezza pulita, il mafioso diventa imprenditore rispettabile.

i)   Invincibilità.

Federico Mosso
@twitTagli

Per approfondire:

Note musicali:

  • Lucio Battisti “Il mio canto libero”. Hit del 1972-73.
  • Deep Purple “Smoking on the water”. Hit del 1973.
  • Prophetic Band “Also spracht Zarathustra”. Hit del 1973.
  • Piero Ciampi “Ha tutte le carte in regola”. Semi-hit del 1973.
  • Pink Floyd “The Dark Side of the Moon”. Album capolavoro del 1973.

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