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Jimmy p.

Creato il 23 marzo 2014 da Ussy77 @xunpugnodifilm

jimmy-p-_cover_uTrauma e guarigione: Descheplin fa sdraiare sul lettino il nativo Benicio

Piatto e soporifero, Jimmy P. (2013), ultima opera di Arnaud Descheplin, esplora la mente di un sofferente nativo americano. Tuttavia la celebrazione psicologica, tra interpretazioni oniriche e un passato rimosso, lascia il tempo che trova.

James Picard è un nativo americano che vive e lavora nel ranch della sorella Gayle a Browning, Montana. Reduce della Seconda Guerra Mondiale e traumatizzato dalla stessa, Jimmy soffre di disturbi inspiegabili: forti mal di testa, vista annebbiata e respiro affannoso. Convinto dalla sorella, si fa visitare all’ospedale militare di Topeka, nel quale evidenziano che il problema non è dovuto a qualcosa di fisiologico, ma a qualcosa di psichico. Così i medici contattano l’etnopsichiatra, di origini ungheresi, Geroges Devereux.

Jimmy P. non riesce a interessare. Difatti essendo eccessivamente evocativo e verboso, il prodotto firmato Descheplin ostenta una costruzione narrativa approssimativa e che non consegna nulla di nuovo ai presupposti iniziali. Il regista sviluppa un rapporto (quello tra paziente e dottore), ci consegna su un piatto d’argento il background culturale di entrambi i protagonisti, ma non smuove le coscienze e non riesce a farsi commovente. Probabilmente ciò accade a causa dell’esclusiva volontà di celebrare il “metodo” psicoanalitico come strumento di diagnosi e di guarigione. Perché ciò che non convince è il modo con cui Descheplin lo esibisce. Infatti la pellicola si muove sul terreno di una sceneggiatura, che si limita a “narrare” e rievocare, destinando gran parte della possibile riuscita alle caratterizzazioni di Benicio Del Toro (sottile e silenziosa) e di Mathieu Amalric (esuberante). E l’enorme professionalità dei due attori, impegnati in un duetto costante e pregno di interpretazioni latenti, aiuta il film a non sprofondare in un profondo oblio di imperante noia.

Il ritmo della pellicola è altalenante e fatica a farsi coinvolgente nel recupero di un passato (quello del nativo Del Toro) contrappuntato da esperienze che progressivamente fanno capolino durante la pellicola. La guerra, l’infanzia, il sesso, la paternità, la religione e l’educazione sono aspetti che aiutano la guarigione e aiutano lo stesso psicanalista a svolgere il proprio lavoro. E sicuramente merito della pellicola è quello di non sfociare nell’esibizione di uno stucchevole rapporto di amicizia, ma nell’ostentazione di un’interazione votata a un unico scopo. Per il resto Jimmy P. appare come un lavoro fine a se stesso, che accede all’intimità del protagonista, non riuscendo però ad accedere al lato empatico dello spettatore. In fin dei conti si assiste a una pellicola mediocre, che difficilmente commuove. Difatti Jimmy P. (dal sottotitolo profondamente evocativo Psicoterapia di un indiano delle pianure) non riesce ad allargare sufficientemente lo sguardo al di fuori di un trauma psichico (dovuto alla guerra o a qualcos’altro, non importa) ampiamente compreso già dalle prime battute della pellicola.

Uscita al cinema: 20 marzo 2014

Voto: **


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