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JOHN SHIPE - Villain

Creato il 15 marzo 2011 da Restoinascolto
JOHN SHIPE - Villain
Mi sbilancio e dico John Shipe album dell’anno. Successe lo scorso anno con  Hey Marseilles: scoperti in primavera non li tolse nessuno dal podio più alto. E così per il 2011 la butto là e sposo la causa Shipe. Per quel che vale la mia opinione, ovviamente, e per segnalarvi un altro bravo artista in giro dai primi anni ’80 e con altri tre album già alle spalle, tra cui uno suonato solo con il violoncello. Sulla copertina dell’album “si spara una posa” manco fosse Salvator Dalì, anche se il primo effetto fu di (ri)vedere il compianto Willy De Ville che del sentimento più nobile scrisse canzoni indimenticabili. La musica, in verità spense ogni paragone, le canzoni accesero le emozioni. A partire dalla ballata (anche banale e scontata nell’andamento se volete) di Love Belongs To Everyone, ma che meriterebbe ben altra gloria radiofonica (pare che in qualcuno degli Stati Uniti venga programmata in heavy rotation e richiesta molto più dell’ultimo Radiohead … tsk tsk, mi si consenta :-), per finire ad un altro classico quale What Right Do We Have to Fall in Love?, l’altro vertice dell’album (quante ne sono state già scritte a questa altitudine?). In mezzo altri piccoli scrigni da aprire, dall’ironica Villain che narra dell’uomo sfortunato con quel “genere” di donna a cui piace, invece, l’uomo “stronzo” (In my next life I’m gonna be bad / I go crazy thinking about all the fun I coulda had. / And that’s all I gotta say about that ) all’intimità di Some Hidden Things (Some hidden things might be easier/Than the crap we live with day after day. / What I really mean is, what scares you most / Just might bring on the light of day. / It's what you finally need at last, / To help you forget about the past / Some hidden things); un bel duetto con Halie Loren nella country ballad Hard to Believe che rimanda la memoria a quello tra Tweedy e Feist in You and I nell’Album dei Wilco; e Disaster, che mi ha ricordato la leggerezza di alcuni brani contenuti nel disco di T-Bone Burnett, The Criminal Under My Own Hat del ‘92. E poi, quel tocco in più alle composizioni che da la sua voce, nasale quanto basta, per renderlo un perfetto cantante confidenziale. Gran bel disco, in definitiva, di quelli che il mio organismo gradisce sempre più col passare degli anni, quale nutrimento musicale essenziale (e mi riprendo anche l'ultimo dei Decembersits). Me ne volete fare una colpa? Il trionfo del sentimento sulla ragione. Buon ascolto.
Love Belongs to Everyone
What Right Do We Have to Fall in Love?
 
Hard to Believe (with Halie Loren)

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