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Junichiro Kawasaki – 1.La fioritura dei ciliegi e la geisha

Creato il 02 febbraio 2011 da Viadellebelledonne

  Junichiro Kawasaki – 1.La fioritura dei ciliegi e la geisha  

   Percorrendo le strade di Ginza, uno dei quartieri più caotici di Tokio, verso la fine dello scorso millennio, quel che colpiva di più lo sguardo dei passanti era vedere un uomo vecchissimo, curvato dal peso invincibile degli anni, camminare a passi minuscoli tenendo al guinzaglio una tartaruga. Insieme facevano una magnifica coppia: mai due creature così sproporzionate erano apparse tanto sincronizzate nel loro lento procedere.

Di solito, il loro andare seguiva il percorso dei marciapiedi, costeggiava le minuscole botteghe artigianali dalle quali si esalava l’odore dei manufatti all’interno, fossero essi scarpe appena riparate o borse e cinture tirate a lucido nel pellame lavorato di fresco.

Più spesso, però, il tragitto era interrotto da soste prolungate davanti a vetrine che esibivano con sfacciata innocenza le più sublimi delizie del palato: dolcetti di riso d’ogni forma e dimensione, torte che imitavano con la panna il candore innevato del Fujiyama o budini ricoperti da fiori di ciliegio.

Questi ultimi, in particolare, attraevano lo sguardo di Junichiro; allora le fessure dei suoi occhietti brillavano e parevano quelli di un ragazzo innamorato della vita.

Capitava così che la tartaruga lo superasse di qualche passo e che lui fosse costretto a tirare un pochino la corda del guinzaglio, per persuaderla a minor fretta.

Quando procedere diligentemente lungo il marciapiede non era più possibile e occorreva attraversare la strada –impresa che durava una buona mezz’ora- il traffico rallentava per Junichiro: a turno le macchine si fermavano e ricominciavano lentamente ad andare solo dopo il suo passaggio, scorrendogli dietro piano piano.

Nessuno si lamentava, nessuno inveiva o manifestava segni d’impazienza. Quel signore con la tartaruga al guinzaglio era Junichiro Kawasaki, una gloria del Giappone e la città di Ginza era fiera di lui.

A qualcuno che aveva osato chiedere, talvolta, al gran vecchio perché passeggiasse con quel singolare animale da compagnia, era stato risposto: “La tartaruga è un esempio di pazienza e di sicurezza. La sua lentezza mi costringe ad essere lento a mia volta.”

 

 Naturalmente nessuno aveva osato pensare che fosse il contrario e che Junichiro cercasse in quella maniera originale di mascherare la sua debole andatura.

Quel che lui diceva andava soltanto ascoltato, non messo in discussione.

 

Il 15 agosto 1898, la spiaggia di Kujukurihama, nella Penisola di Boso, era particolarmente affollata. La gente, in costume di cotone chiaro, cercava nel mare un po’ di refrigerio all’afa che ormai incombeva da settimane sul Giappone e che non risparmiava la penisola che pure godeva generalmente, per la sua conformazione geografica, di maggiore ventilazione e quindi di migliori condizioni climatiche.

Lo specchio di mare antistante Teteyama, all’estremità meridionale, era punteggiato di barche di pescatori che in quel periodo intensificavano la loro attività, per rifornire di pesce fresco le trattorie sul lungomare. Tokio non era distante e se ne percepiva la vicinanza per intuizione: bastava lasciar vagare lo sguardo sulla Baia.

Junichiro venne alla luce nel tardo pomeriggio, dopo doglie durate un’intera giornata. La puerpera, madida di sudore, guardava quel fagottino  con i capelli nerissimi  accanto a lei sul futon, come si trattasse di una creatura approdata per avventura da un lontano pianeta.

Era giovane e inesperta, ma intelligente, piena d’amore e di buona volontà. Si sarebbe rivelata un’ottima madre.

Nella casa della sua nascita, dove la città cedeva il posto alla campagna, Junichiro  sarebbe vissuto fino a ventun anni e quella casa, pur nella sua essenzialità, o forse proprio per quello, sarebbe stata sempre la sua preferita anche rispetto alle abitazioni più grandi e comode delle età successive, specie della maturità.

Il profumo del legno dell’intelaiatura e dei pannelli scorrevoli era il primo che avvertiva al suo risveglio e precedeva quello del tè e delle focacce di riso.

Prima di andare a scuola aiutava i suoi a liberare il pavimento dai futon della notte, che venivano arrotolati e deposti negli armadi per lasciare il posto ai tatami. Così era pronto lo spazio alla vita del giorno, ai pasti, al lavoro, al gioco, al ricevimento e all’intrattenimento.

L’insegnamento buddista secondo cui tutto è caduco, transitorio, effimero; quello scintoista, profondamente rispettoso della natura e delle sue creature, entrambi veicolati in lui prima dalla famiglia e poi dalla scuola, avevano fatto breccia presto nella sua mente e nel suo cuore e l’avevano persuaso della necessità di una simbiosi armoniosa ed essenziale con l’ambiente in cui era immerso.

Junichiro sapeva che la sua casa fatta di legno e carta di riso non solo poteva resistere ai terremoti ma esprimeva anche la ricerca di un rapporto positivo e reciproco con il paesaggio che lo circondava.

Egli amava particolarmente, d’estate, aiutare i suoi a rimuovere gli shosi, i pannelli mobili che formano le pareti interne ed esterne: allora gli pareva che lo spazio si ampliasse a dismisura e potesse contenere l’universo intero. La brezza poteva entrare a rinfrescare le stanze e la vita domestica si svolgeva a stretto contatto col giardino. La sua abitazione diventava una tenda, un padiglione immerso nel verde: gli uccelli, gli insetti e le farfalle si trasformavano nei suoi compagni di gioco e il contatto con l’erba lo faceva sentire uno di loro.

Ma l’estate, la sua stagione preferita, era preceduta da un avvenimento che lo esaltava: la fioritura dei tre alberi di ciliegio del suo giardino.

Junichiro seguiva la lenta comparsa delle gemme e poi la loro quasi impercettibile evoluzione verso l’apertura della minuscola corolla: l’albero allora si vestiva di una luce delicata, di un pallore di perla. Era una gioia al mattino, prima dell’uscita per andare a scuola, sostare qualche minuto a godersi quella meraviglia.

Poi, dopo qualche settimana, i petali cominciavano a cadere in una pioggia aerea e rosata: qualcuno era più veloce  a toccare il suolo, altri indugiavano sulle ali di un insetto di passaggio e solo più tardi si univano ai fratelli, a terra, in un soffice tappeto bianco.

 

Junichiro, per tutta la sua lunga vita, non avrebbe mai dimenticato la gita che fece a Tokio, con i suoi genitori, nella primavera del 1908, a godersi lo spettacolo della sakura, la fioritura di ciliegi: scelsero infatti il più bel luogo del Giappone per festeggiare l’hanami, l’osservazione-contemplazione dei fiori: il parco di Ueno, uno dei più famosi della capitale.

Qui, vedere le centinaia di ciliegi in fiore che allungavano al cielo i loro splendidi rami, proiettandosi nell’azzurro come mani protese in preghiera, lo incantò e lo commosse: gli pareva che in loro fossero concentrate tutta l’armonia e la bellezza del creato e che la cattiveria e il male, di cui tanto spesso sentiva parlare dai grandi, non potessero vincere, se al mondo esisteva qualcosa di tanto incantevole e perfetto come un ciliegio fiorito.

Gruppi familiari sostavano compostamente ai piedi degli alberi, consumando pasti frugali, quasi distolti da tanto fulgore; ragazze in kimono passeggiavano chiacchierando sottovoce; pittori improvvisati cercavano di trasferire sulla tela almeno un riverbero di tanta meraviglia. Regnava ovunque –questa fu l’impressione di Januchiro- una sorta di sacro rispetto di quel luogo, che, col tempo, si sarebbe incrinato; molti decenni più tardi, infatti, quando lui era ormai vecchio e il colore dei suoi capelli era identico a quello dei fiori dei ciliegi, l’hanami  sarebbe diventato solo il pretesto per una festa commerciale, con tanto di bancarelle, fiumi di sakè, mangiate e bevute senza nessuna misura, e tanto di quell’affollamento che era necessario andare a occupare il posto la sera prima, disposti a dormire all’aperto, pur di conquistare le posizioni migliori per se stessi, per i parenti e gli amici.

Quel giorno della primavera del 1908, invece, il parco di Tokyo, dove i ciliegi fioriti sembravano miraggi di nubi terrestri, non aveva niente di convulso o di volgare; vi regnava anzi la quiete più gioiosa che si potesse immaginare sebbene le conversazioni bisbigliate avessero come oggetto la recente guerra russo-giapponese.

Erano infatti passati già tre anni dal conflitto ma l’eco della vittoria nipponica continuava a tenere banco ovunque: per la prima volta una potenza asiatica ne aveva sconfitto una europea e i “gialli” avevano umiliato il gigante zarista. C’era materiale sufficiente a far parlare la gente per decenni. Anche Junichiro se n’era appassionato e la sua ammirazione per la vita militare, che poteva portare a simili soddisfazioni, era nata proprio dal risultato di quella guerra. Per questo carpiva qua e là scampoli di conversazione tra le persone che passeggiavano nel parco e si sentiva crescere in petto l’orgoglio patriottico. Anche lui da grande avrebbe fatto qualcosa di memorabile per la sua patria!

In uno strano miscuglio, nel suo animo albergavano l’ammirazione per i guerrieri antichi e moderni e la sensibilità verso gli aspetti più gioiosamente minuti della realtà, che potevano manifestarsi soltanto in tempo di pace.

 Infatti, quando, facendosi notte, si  accesero le coloratissime lanterne di carta, a punteggiare d’allegria il buio, fu tale il suo entusiasmo che giurò a se stesso che in quel luogo magico ci sarebbe ritornato anche la primavera successiva, con o senza i suoi genitori.

Mentre rientravano alla pensione, da dove sarebbero ripartiti la mattina successiva, un’immagine attirò l’attenzione di Junichiro: due ragazze, vestite in sontuosi kimono, con la faccia completamente bianca e molto truccate. Sul candore del viso spiccavano infatti labbra rosse come fragole e occhi vistosamente sottolineati di nero. Parevano due bambole di cera. Il bambino notò che diverse persone si voltavano a guardarle: loro camminavano a piccoli passi, con portamento elegante e sguardo abbassato.

La veste della più grande rappresentava nella parte inferiore un cielo azzurro che sfumava in tonalità più scure in quella superiore, dove appariva di un colore blu notte, sul quale spiccava un tappeto di stelle di varia dimensione e luminosità.

L’abito della più giovane, che poteva avere sì e no quindici anni, si presentava come una marina nella parte più bassa e un declivio collinare in quella più alta dove diventavano dominanti i verdi mescolati ai marroni. Junichiro non aveva mai visto creature più belle e raffinate. Non potè fare a meno di fermarsi a osservarle. Quando furono passate:

“Mamma, papà, chi sono quelle due donne?”

“Sono due geishe” rispose pronto il padre, mentre la madre in silenzio sorrideva divertita dello stupore del figlio.

“Te ne ho parlato qualche volta, ricordi?” aggiunse

“Sì…ma non credevo che fossero così belle!”

“Che fanno?”

“Dunque, vediamo, non è facile spiegarlo, però ci provo…”pazientò il babbo

“Anzitutto sono delle brave artiste: sanno danzare, cantare, suonare…”

“…poi sanno fare alla perfezione la cerimonia del tè e intrattengono gli ospiti…” aggiunse la mamma

“Quali ospiti?” chiese il bambino

“Personaggi importanti del Giappone, ma non solo, anche stranieri…”

“E…sono felici di fare questo?” non poté fare a meno di chiedere il bambino a cui simili incombenze apparivano noiosissime

“Non saprei dirti, piccolo mio…diventare una brava geisha è molto faticoso e difficile…è un onore ma anche una schiavitù…non si sposano, non hanno figli, dipendono da signori che le mantengono, li chiamano danna…”

“E allora, perché lo fanno?” insisteva lui, per nulla soddisfatto delle risposte della mamma e delle sue titubanze

“ Per molti motivi: solo alcune, forse, per scelta…tutte le altre per bisogno. Ci sono dei genitori così poveri che acconsentono a vendere le proprie figlie a qualche okiya, le casa d’accoglienza, per farle diventare geishe. Io ho conosciuto una famiglia di pescatori che l’ha fatto e quella bambina, che aveva la mia età, non l’ho più rivista…ho saputo che è diventata una delle più richieste geishe di Gion, a Kyoto.” e sospirò mentre gli occhi diventavano stranamente lucidi, o almeno così parve a Junichiro.

“Hai visto la più piccola?” si intromise nuovamente il padre “avrà solo qualche anno più di te!”

“Quella strana pettinatura, il momoware, lo chignon a pesca tagliata col fiocco rosso, significa che è un’apprendista e la ragazza più grande la sua protettrice, una specie di sorella, che la porterà con sé per farla conoscere e apprezzare, finché non camminerà con le sue gambe…” precisò la mamma, chiudendo definitivamente l’argomento con un sorriso tirato. Erano finalmente arrivati alla pensione.

Junichiro pensò alle geishe per tutta la sera e si addormentò sul suo futon sognando kimono e fiocchi rossi. Sognò anche di salvarne una, come un antico samurai: penetrare  di notte nell’okiya, svegliarla con un bacio e convincerla a seguirlo, per essere libera e felice.

(1. continua)



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