L’acquavitaro

Da Antonio

Mestiere invernale quello dell’acquiavitaro, ma soprattutto serale: si praticava, infatti, dalle nove di sera alle dieci del mattino, per offrire confortevoli sorsi alle anime che popolavano le notti di Napoli. I suoi clienti erano in particolare i cocchieri assonnati e infreddoliti in attesa di qualche raro client. Le bottiglie di liquore erano allineate negli scomparti di una cassetta appesa al collo mediante una cinghia di cuoio, accanto ai bicchieri detti “prese”. Un piccolo imbuto gli serviva per travasare i liquori da una bottiglietta all’altra. La merce era rischiarata dai raggi di una semplice candela o di un lanternino piazzato su di un lato della “cascetta”.
Francesco De Boucard, nella sua celeberrima raccolta “Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti” (1853) fa l’inventario dello spiritoso magazzino ambulante. Le acquaviti vere e proprie: “centerba”, “rumma” “ànnese” “sammuchella”. Poi c’era “lo doce”, cioè i rosoli: “stomateca” (digestivo), “ammennola”, “amara”, “cafè”…I bravi acquavitari vendevano anche la “mescolanza”, antenato napoletano del cocktail, secondo personalissime ricette.
Il liquore più richiesto era l’”ànnese”, l’anice, che i napoletani sorbivano pure nel caffè o nell’acqua. Alessandro Dumas, nel suo “Grande dizionario di cucina”, si disse stufo dell’insopportabile odore di anice, che percorreva nel vento ogni piazza e ogni vicolo.



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