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L’agosto egiziano. La tensione che cresce tra Cairo, Gaza, Tel Aviv e Tehran

Creato il 29 agosto 2012 da Geopoliticarivista @GeopoliticaR
L’agosto egiziano. La tensione che cresce tra Cairo, Gaza, Tel Aviv e Tehran

A poco più di un mese dalle elezioni, il presidente egiziano Muḥammad Morsi ha dimostrato di non essere una figura effimera, ma un protagonista politico del passaggio di potere nel paese. Nel frattempo Israele si prepara allo scontro, l’Iran si avvicina ai Fratelli Musulmani e la Striscia di Gaza è sempre più stretta nella morsa della fame.

L’agosto egiziano

La sera del 6 agosto cinque persone armate hanno provato ad entrare in Israele passando per il Sinai con un mezzo blindato, e nel tentativo sono rimaste uccise 16 guardie di confine egiziane. Israele ha risposto bombardando via aria il mezzo e colpendo a morte il gruppo armato; il valico di Rafah, unico collegamento con Gaza non controllato da Israele, è stato chiuso e l’Egitto ha risposto all’attacco colpendo il Sinai con le proprie forze aeree. Sono stati uccisi 25 militanti, ma soprattutto sono stati distrutti diversi tunnel che collegano la Striscia di Gaza al Sinai, già chiusi da qualche ora dagli stessi palestinesi. Pochi giorni dopo questi eventi drammatici il presidente egiziano ha rimpiazzato il direttore del Mukhābarāt, quello della guardia repubblicana e il governatore del Sinai del Nord. Il 14 agosto viene sostituita la maggior parte dei vertici militari, in particolare il ministro della difesa e capo del Consiglio Supremo delle Forze Armate, il feldmaresciallo Hussein Tantawi, e i comandanti delle altre forze armate; Mahmoud Mekki, membro della Corte Costituzionale, diventa vicepresidente e viene anche emendato l’articolo 56 della dichiarazione costituzionale del 30 marzo 2011, permettendo al presidente di riappropriarsi dei poteri che il consiglio militare si era attribuito all’indomani delle elezioni.

Si tratta del più breve ma definitivo passaggio di potere dall’establishment militare – ancora legato al dominio di Ḥosnī Mubārak – al governo dei Fratelli Musulmani usciti vincitori dalle elezioni. Nonostante il presidente avesse sempre avuto il potere di abolire o modificare la costituzione militare – è il parere espresso da Gaber Nassar, docente di diritto costituzionale all’Università del Cairo, che si riferisce all’articolo 147 della costituzione egiziana del 1971, per cui il Presidente mantiene il potere legislativo in assenza del Parlamento – Morsi ha atteso il momento di maggiore debolezza dei militari, con l’appoggio politico degli Stati Uniti e quello economico del Qatar. Il sostegno statunitense è stato confermato pochi giorni fa dal portavoce del Pentagono, George Little, e in questa ottica vanno considerate le visite ufficiali del Segretario di Stato e del direttore della CIA il 31 luglio scorso, dove era stata richiesta esplicitamente una piena transizione democratica e definitiva. Mentre la borsa egiziana si riprende ancora dal brusco calo precedente le elezioni presidenziali di giugno, il 12 agosto Hamad bin Khalifa Al Thani, emiro del Qatar, ha garantito un prestito di 2 miliardi di dollari alla Banca Centrale d’Egitto, che dieci giorni dopo ne ha chiesti poco più del doppio, 4,8 miliardi, al Fondo Monetario Internazionale: il ministro delle finanze Montaz El-Said ha quindi aumentato la richiesta del suo predecessore, che aveva chiesto 3,2 miliardi di dollari. L’Emiro è tra i principali sostenitori dei Fratelli Musulmani, e la sua emittente al Jazeera è stata un veicolo di comunicazione fondamentale per la “primavera araba”, in particolare da Piazza Tahrir. Considerato un partner efficace dalle nazioni europee – dal Paris Saint Germain al marchio Valentino – altrettanta attenzione gli viene riservata dal governo del Cairo, e soprattutto dai Fratelli Musulmani: Khairat El-Shater, ai vertici del partito e candidato alle presidenziali prima di esserne escluso, si è spostato a febbraio nell’emirato per concordare nuovi investimenti, in particolare nel canale di Suez, e la stessa emittente televisiva trasmette i sermoni di Yūsuf al-Qaraḍāwiy, voce della Fratellanza.

Il Sinai senza legge

La penisola del Sinai
Il Sinai è un ampio triangolo di deserto che divide il lussureggiante delta del Nilo dal deserto israeliano del Negev: qui la tradizione biblica ritiene che Mosè abbia ricevuto i dieci comandamenti. Da mezzo secolo è oggetto di contesa tra Egitto e Israele, su cui hanno trovato un accordo solo nel 1979 a Camp David con un trattato di pace. Tre anni dopo gli israeliani si sono ritirati definitivamente dall’area, restituendone l’amministrazione all’Egitto, che si è impegnato a non militarizzarla. La penisola è divisa in due governatorati, a nord e a sud, con una evoluzione economica e sociale differente, che ha portato ad interessi contrapposti. Il versante meridionale che si affaccia sul Mar Rosso ha goduto delle imprese internazionali che hanno investito nei villaggi turistici. Qui si trovano le città dove Al Qaeda ha compiuto tre attentati nell’ultimo decennio, con l’ovvio intento di accrescere il terrore dei turisti occidentali e colpire il turismo locale, che contribuisce per il 70% dei ricavi del settore turistico, a sua volta un terzo delle entrate egiziane. Al nord invece l’investimento è stato sostanziosamente minore, con uno sviluppo economico legato quasi esclusivamente all’allevamento ed un solo impianto industriale, un cementificio di proprietà dei militari attaccato insieme al checkpoint il 6 agosto. Ma è il lato settentrionale ad essere collegato con la Striscia di Gaza, grazie anche ad un migliaio di tunnel che riforniscono di viveri la popolazione palestinese, sotto embargo israeliano dall’elezione di Ḥamās nel giugno 2007, e consentono i traffici dei combattenti e dei civili; con ogni probabilità i terroristi dell’attacco sono passati da questi tunnel. La maggior parte della popolazione sinaitica è di tradizione beduina, e non si ritiene parte integrante dell’Egitto di cui si sente solo una periferia mal gestita. La povertà e l’assenza di uno sviluppo economico, nonostante la creazione di un’istituzione ad hoc, hanno fornito una residenza ideale al fondamentalismo e alla criminalità organizzata: secondo le rilevazioni dell’UNHCR e di Human Rights Watch da diversi anni migliaia di rifugiati eritrei, che fuggono dal servizio militare imposto senza termine e raggiungono i campi di accoglienza in Sudan, finiscono nel traffico di essere umani e di organi, se non rapiti.

Ma la vicinanza con lo Stato d’Israele ha comportato anche diverse ragioni d’interesse economico. Il condotto che trasporta gas naturale da al-ʿArīsh, capoluogo del Sinai del Nord, verso Israele e la Giordania ha subito più di 15 sabotaggi e attentati dopo gli eventi di Piazza Tahrir: Eastern Mediterranean Gas, l’azienda che si occupa di acquistare il gas egiziano e rivenderlo, era di proprietà di Hussein Salem, industriale ispano-egiziano legato

Il gasdotto tra Egitto e Israele
all’establishment di Mubārak ed arrestato a Madrid nel giugno 2011, e Yossi Maiman, uomo d’affari vicino all’ex premier israeliano Ariel Sharon e presidente del gruppo Merhav, holding israeliana proprietaria di un quarto del gasdotto. Secondo il New York Times, Israele acquista il 40% del suo fabbisogno di gas dall’Egitto ad un prezzo inferiore al mercato, per un danno all’economia egiziana calcolato di 714 milioni di dollari. Al momento Salem è sotto processo al Cairo ed è in attesa di estradizione. Gli attentati al condotto sono stati rivendicati in diverse occasioni da gruppi jihaidisti locali (“Consiglio dei Mujahiddin”, “Protettori di Gerusalemme”, “Sostenitori di Gerusalemme”), riconducibili ad Al Qaeda. Infine, il 13 agosto Mohammed Gadallah, consigliere giuridico del presidente, ha rilasciato un’intervista al quotidiano Al-Masry Al-Youm in cui ha affermato che il presidente avrebbe intenzione di rivedere gli accordi di Camp David per assicurare una piena sovranità egiziana sul Sinai.

Il confine sopra e sotto

Il valico di Rafah è l’unico che Israele non controlla direttamente dal 2005, quando si è ritirato dal territorio di Gaza. L’ex presidente Mubārak, che non ha mai apprezzato Ḥamās e la sua resistenza ideologica, ha continuamente limitato il passaggio: con la sua caduta nel luglio 2011 il valico è stato aperto al traffico pedonale, ma l’attacco dei giorni scorsi aveva portato a chiudere l’accesso (con una tregua di tre giorni per la festa di Eid ul-Fitr, l’interruzione del digiuno dopo la fine del Ramadan). Israele ha isolato l’intero territorio dopo la vittoria elettorale di Ḥamās nel 2007: ciò ha portato alla costruzione di migliaia di passaggi sotterranei di collegamento con l’Egitto, tramite i quali Gaza riesce a procurarsi le risorse energetiche essenziali. L’ufficio locale del United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs ha rilevato nel giugno di quest’anno un deficit energetico superiore al 60%, con pesanti ricadute su una popolazione locale di 1,6 milioni di persone: ad esempio 90 milioni di litri di scarichi fognari non trattati finiscono nel Mediterraneo, e la maggior parte degli ospedali riesce a funzionare solamente con il carburante fornito dalla Croce

Per approfondire
Rossa Internazionale. Dunque con l’operazione militare egiziana delle scorse settimane, che ha portato alla distruzione dei tunnel sotterranei tra il Sinai e Gaza fondamentali sia per il sostentamento dei civili palestinesi sia per le milizie armate, si è formata una crepa profonda e definitiva tra il consiglio militare e il governo del partito Libertà e Giustizia, quei Fratelli Musulmani di cui fa parte anche Ḥamās. E probabilmente non è un caso che a questi eventi sia seguita un’esclusione dei militari dai vertici di governo. Probabilmente l’affermazione del presidente Morsi e l’esautorazione dei militari è il passo in avanti decisivo per una riapertura definitiva del passaggio, mentre è in progetto la costruzione di un oleodotto tra Egitto e Gaza che possa sviluppare una rotta commerciale tra le due aree.

Dall’altro lato del muro

Negli stessi giorni Avi Dichter, già direttore dello Shin Bet, è stato nominato ministro del Fronte Interno: nonostante provenga dal partito centrista Kadima, è tra i più favorevoli ad un attacco contro l’Iran, ed è considerato un passo in avanti verso il conflitto. Che il quotidiano Yediot Ahronot paventa possa attuarsi in autunno, quando gli scienziati iraniani avranno raggiunto una quota sensibile di arricchimento dell’uranio; in questo caso tuttavia le elezioni presidenziali del 6 novembre negli Stati Uniti potrebbero ostacolare una piena partecipazione statunitense all’attacco. Il governo di Netanyahu non ha particolarmente apprezzato la conferma della partecipazione del presidente Morsi al vertice dei non allineati il prossimo 30 agosto a Teherān. Oltre ad essere lo storico nemico del vicino israeliano, si tratta della prima visita di un capo di Stato egiziano in Iran dall’anno della rivoluzione islamica, il 1979, lo stesso anno della firma degli accordi di pace di Camp David. Un avvicinamento che segue quello già avvenuto all’ultimo incontro dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica, con la proposta di una mediazione congiunta, insieme alla Turchia e all’Arabia Saudita, nei confronti della Siria, appena esclusa dall’organizzazione. Ad inizio agosto, in una visita al Cairo, il viceministro degli Esteri iraniano Bahrouz Kamlvandi ha anche proposto una rapporto diplomatico più stretto tra i due paesi.

Prossimamente

Oltre al giudizio di legittimità che la Corte dovrà esprimere sul partito Giustizia e Libertà nella prima metà di settembre, il governo egiziano ha dovuto prima affrontare venerdì 24 una manifestazione indetta dai nostalgici del presidente Mubarak. Con l’esautorazione del Consiglio Militare, il presidente si trova ora in mano gran parte del potere esecutivo e legislativo: la stessa costituzione attualmente in vigore non dà limiti al suo mandato. La commissione che sta lavorando alla nuova carta costituzionale dovrà presentare a breve un testo con cui andare ad elezioni entro l’inverno; in caso contrario Morsi potrà nominare una nuova commissione. Mentre il suo partito deve recuperare un profondo calo del consenso popolare, che alle elezioni presidenziali ha visto perdere più di 6 milioni di voti rispetto alle legislative.


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