L'appello al dialogo tra la CGIL e l'Unione Sindacale di Base

Creato il 01 gennaio 2011 da Veritaedemocrazia

L'appello al dialogo tra la CGIL e l'Unione Sindacale di Base in una mail inviata ad una sezione dell'ANPI
di Stefano Bonif
"Sono felice che il dibattito tra CGIL e USB si sia finalmente aperto in un terreno, quello dell’ANPI, che spero favorisca un incontro costruttivo. Quello che vorrei evitare come la peste è che si faccia come gli ormai famosi polli di Renzo “quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe, a capo all'in giù, nella mano d'un uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per lamente. Ora stendeva il braccio per collera, ora l'alzava per disperazione, ora lo dibatteva in aria, come per minaccia, e, in tutti i modi, dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro teste spenzolate; le quali intanto s'ingegnavano a beccarsi l'una con l'altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura.”Capisco che l’attività dei sindacati sia in qualche modo per forza di cose legata alla contingenza, al fatto che i lavoratori debbano adesso pagare i conti, sfamare i figli ecc. ecc. e che quindi la lotta quotidiana può far perdere di vista le prospettive a più vasto raggio, di un futuro più o meno prossimo, compito che effettivamente spetterebbe più ai partiti che ai sindacati. Ma senza una visione d’insieme del momento che stiamo vivendo e del futuro che ci attende rischiamo di rispondere di rimessa e con armi inadeguate. Per questo cercherò di spostare la discussione su un livello di più ampia portata.Le riflessioni che seguono sono per forza di cose approssimate e credo sicuramente inesatte, ma se potranno servire come punto di partenza ad una discussione avranno raggiunto il loro scopo. 
Quella che stiamo vivendo attualmente è una crisi epocale, difficilmente paragonabile alle crisi del passato e difficilmente superabile senza un mutamento drammatico delle società soprattutto dei paesi “ricchi” ai quali l’Italia appartiene pur come parente povero.Praticamente, lo sviluppo di paesi quali la Cina, l’India, il Brasile ecc. ha generato un aumento nella richiesta di fonti di energia (petrolio in particolar modo), ha generato un’offerta di prodotti a basso prezzo, sta aumentando pericolosissimamente la quantità già alta di inquinamento (+ consumo di energia, + prodotti da smaltire ecc ecc). Conseguenze: sovrapproduzione di beni; difficoltà a rimanere sul mercato per coloro che hanno costi di produzione + alti; crisi dei rifiuti destinata a peggiorare.Tutto ciò in un sistema che vede il PIL come metro per tutto, per cui è richiesta una continua crescita economica per mantenere il tenore di vita stabile: il paradiso del sistema attuale è: + crescita economica + consumi. E se un paese non riesce a crescere adeguatamente viene subito preso di mira da quei poteri economici e finanziari che detengono il vero potere e che sanno come imporre le loro politiche a governi sempre più deboli e impotenti; tali politiche sono ovunque: riduzione del debito pubblico tramite lo smantellamento dello stato sociale; rimozione dei costi di produzione per le imprese tramite riduzione di diritti e salari e delle tasse. Privatizzazioni e arretramento comunque degli Stati da una gestione veramente autonomadell’economia: praticamente le politiche economiche vengono imposte da organismi extrastatuali che sono oltretutto fuori da ogni controllo democratico (FMI, BCE, ecc ecc).Crescita continua in una situazione di fortissima contrazione del reale potere d’acquisto dei lavoratori significa che qualcuno si arricchisce ogni anno sempre di più mentre la stragrande maggioranza degli esseri umani si impoverisce sempre di più. Credo che bisogna trovare il modo di uscire da questa logica: perché il PIL dovrebbe crescere all’infinito? (oltretutto, per quanto tempo ancora il pianeta potrebbe sopportare una crescita dello sfruttamento, devastazione di ambiente, foreste, acque? Tra gli studiosi del campo c’è chi afferma che ormai siamo arrivati al limite). Perché e con chi gli Stati devono indebitarsi pagando interessi che strozzano il benessere generale? Queste e tantissime altre simili domande dovrebbero trovare ampio spazio nel dibattito politico invece dellaspazzatura mediatica che volutamente ci viene fatta sorbire per distrarre l’attenzione dai veri nodi.In questa situazione, prendiamo in esame il caso FIAT: a parte che a Marchionne poco importa come sarà il mondo tra 10 o 20 anni (d’altronde dicono che fumi + di 40 sigarette al giorno), a lui, come ai tanti manager delle tante multinazionali sparse per il mondo, importa quello che viene chiesto loro e per cui sono lautissimamente pagati: ottenere adesso alti dividendi per i grandi azionisti. A parte questo, che senso ha puntare ancora sulla produzione e vendita di automobili (ancora a tecnologia inquinante e legate ai prezzidestinati irrimediabilmente ad aumentare dei carburanti)? A parte che il mercato appare saturo, già viviamo in un inferno di lamiere in strade congestionate, cosa ci si prospetta, pur di far arricchire gli azionisti? E cosa si è disposti ad accettare e a sacrificare, in cambio di promesse di dubbi investimenti dalla dubbia efficacia?Coloro che sono dentro il sistema capitalistico sopra descritto e sono propensi a sacrificare vite e diritti pur di mantenere il più possibile in vita un sistema in agonia, chiedono di firmare l’accordo capestro. Chi ha un minimo di buon senso sa che i posti di lavoro così salvati non avranno sufficienti garanzie e che fra un mese, un anno, saranno nuovamente a rischio, ma intanto si sarà rinunciato a diritti irrinunciabili.E la FIAT farà comunque da apripista a tutti gli altri settori.Come rispondere adeguatamente a tutto ciò?Per prima cosa bisognerebbe unire tutte le forze a cui non piace l’attuale stato delle cose, in ambito sindacale mai più cercare l’unità d’azione con coloro che si son dimostrati ben disposti a gettare alle ortiche diritti ottenuti con lacrime e sangue dai lavoratori e garantiti dalla Costituzione. Aprire e favorire nei posti di lavoro discussione, informazione sui reali nodi in questione e reale democrazia partecipativa. Si rischia di perdere, ma firmando accordi solo per afferrare l’osso lanciato dal padrone si perderebbe comunque.Il faro che dovrebbe guidarci dovrebbe essere quello di ottenere contratti non solo nazionali, ma almeno europei, dove dovrebbero essere garantiti i diritti fondamentali."

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