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L’ex della Magliana: “Sì, siamo stati noi a rapire la Orlandi”

Creato il 24 luglio 2011 da Yourpluscommunication

Riportiamo integralmente l’intervista di Antonio Mancini rilasciata a Giacomo Galeazzi per La Stampa sicuri solo di due cose:
a- l’argomento interesserà i nostri lettori
b- molti saranno i pareri pro e molti quelli contro

Antonio Mancini, componente della Banda, rivela “Fu presa per ricattare il Vaticano”

L’ex della Magliana: “Sì, siamo stati noi a rapire la Orlandi”

Emanuela Orlandi è stata rapita per ricattare il Vaticano e per ottenere la restituzione di un’ingente somma di denaro investita dalla banda della Magliana nello Ior». A 28 anni dalla scomparsa a Roma della cittadina vaticana figlia di Ercole Orlandi (messo della Prefettura della Casa Pontificia), Antonio Mancini, uno dei componenti del primo nucleo della banda, soprannominato Nino l’Accattone («Ricotta» nella versione letteraria e cinematografica di «Romanzo Criminale») getta una nuova luce su un mistero italiano che, tra piste straniere, servizi segreti e collegamenti all’attentato a Wojtyla, è diventato un intrigo internazionale. Mancini, dopo molti anni di reclusione, ha deciso di collaborare con la giustizia e oggi lavora come autista di un bus per disabili.

Il giudice Rosario Priore sostiene che la Orlandi sia stata rapita dalla Banda della Magliana per un ricatto al Vaticano per rientrare in possesso di 20 miliardi di lire consegnati allo Ior. È così?

«Ciò che afferma il giudice Priore a proposito del rapimento della Orlandi è l’assoluta verità, quello che mi lascia perplesso è la cifra di 20 miliardi. Conoscendo la massa di denaro che entrava all’interno della Banda e in modo particolare nel gruppo dei testaccini, ritengo che 20 miliardi sia una somma sottostimata».

Quale fine ha fatto la Orlandi?

«A lei sembra possibile che dopo 28 anni senza dare nessuna notizia di sé sia ancora viva?»

Il boss dei «testaccini» della Banda, Enrico De Pedis è sepolto nella basilica romana di Sant’Appollinare. Perché?

«Il motivo per cui De Pedis è sepolto nella Basilica di Sant’Apollinare è che fu lui a far cessare gli attacchi da parte della banda (e non solo) nei confronti del Vaticano. Queste pressioni della Banda erano dovute al mancato rientro dei soldi prestati, attraverso il Banco Ambrosiano di Calvi, al Vaticano. Dopo il fatto della Orlandi, nonostante i soldi non fossero rientrati tutti, De Pedis, che stava costruendo per sé un futuro nell’alta borghesia, si impegnò, attraverso i prelati di riferimento, a far cessare le azioni violente. Tra le cose che chiese in cambio di questa mediazione, c’era anche la garanzia di poter essere seppellito lì a Sant’Apollinare».

Tra voi chi era quello che aveva maggiori contatti con gli ambienti politici ed ecclesiastici?

«Nella Banda ognuno rivestiva un proprio ruolo, noi del gruppo della Magliana vero e proprio ad esempio avevamo il compito di conquistare il terreno. Quelli che dovevano inserirsi nei gangli del potere erano i testaccini perché avevano i modi e la sfacciataggine di amalgamare la banda di sangue (Magliana) alla banda di perbenismo (imprenditori, politici, manipolatori di denaro, magistrati, vescovoni e tutto ciò che formava l’apparato Buona Società)».

Il pentito Maurizio Abbatino sostiene che voi della Magliana conoscevate il segretario di Stato, cardinale Casaroli. Le risulta?

«Io personalmente ho conosciuto Agostino Casaroli da ragazzino nel periodo del riformatorio in quanto il Segretario di Stato si prendeva cura della devianza minorile. So però che uomini della banda in seguito hanno avuto rapporti con lui, quindi mi sento di avvalorare le dichiarazioni di Abbatino».

De Pedis aveva effettivamente contatti e frequentazioni con ambienti influenti del Vaticano?

«De Pedis, Carboni e Nicoletti erano quelli che avevano contatti maggiori con alte gerarchie del Vaticano».

I costruttori che ruotavano attorno alla Banda avevano rapporti d’affari con lo Ior di Marcinkus e altre istituzioni finanziarie vaticane?

«Sì e in modo cospicuo. Oggi la Banda esiste ancora, ha solo cambiato modo di operare. All’inizio per farci strada, dovevamo lasciare i morti per strada. Adesso la Banda ha vinto e come la mafia ogni tanto ammazza qualcuno per far capire che c’è ancora. Basta vedere i recenti nomi di omicidi e vicende giudiziarie. Un anno fa Gennaro Mokbel, con il senatore Nicola Di Girolamo, è finito nello scandalo Fastweb. Mokbel era mio guardaspalle armato e ben pagato. Garantiva la mia incolumità con Antonio D’Inzillo, lo stesso che guidava la moto quando fu ucciso De Pedis».

Perché non ha parlato prima del caso Orlandi?

«Non faccio il giudice. Nessun magistrato mi ha mai chiesto niente sulla scomparsa malgrado il vigile Sambuco abbia visto vicino al Senato la ragazza con un uomo il cui identikit somiglia moltissimo a De Pedis. Alti funzionari di polizia hanno detto di essersi indirizzati subito sulla pista-Magliana ma di aver trovato bastoni tra le ruote».

Fonte: La Stampa


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