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L'uomo calvo (bulli e belli)

Da Bartel
L'uomo calvo (bulli e belli)Qualcuno mi scosse per le spalle e mi svegliò. Istintivamente guardai l'orologio. Era passata mezz'ora e io non ero sicuro di dove fossi. Me lo ricordò il ragazzo che mi aveva indicato la scrivania vuota."Il capo ti deve parlare...fuori ... in corridoio..."
Mi stropicciai gli occhi."Chi?"
Il ragazzo mi ringhio contro: "Oh! Sveglia!!! Il capo, il Dottor Lavagni, ti vuole parlare qui fuori..."
Mi alzai di scatto e lo guardai dritto in faccia. Il ragazzo indietreggiò. Lo chiamo ragazzo, ma doveva essere di un paio di anni più vecchio di me, magari un paio di anni passati al guinzaglio a mangiare da una ciotola. Il cocco del capo comunque aveva capito che non ero li per farmi maltrattare. Linguaggio corporale, linguaggio universale. Cominciavo a sentirmi stanco e confuso: io non avevo chiesto niente a nessuno. Mi avevano assunto per un miracolo e adesso questi cani bavosi mi ringhiavano contro. E il capo in sedia a rotelle mi aspettava fuori!  Usci dalla stanza sentendomi gli sguardi di tutti conficcati nella schiena. In fondo al corridoio mi aspettava il capo, il dottor Lavagni. Vidi la parte posteriore della sedia a rotelle e i suoi capelli ingrigiti. Guardava fuori da una vetrata il traffico di mezza mattina, lento e indifferente. Avvertì la mia presenza e grazie ad un rapido e coordinato movimento delle mani la sua sedia a rotelle roteò e si blocco con un leggero fremito del metallo proprio davanti ai miei piedi. Il volto era congestionato, gli occhi mi sembravno completamente gialli, due macchie di sudore si allargavano sulla sua camicia.
"Ascoltami bene ragazzo" cominciò trattenendo a fatica il tono della voce.
"Io non so chi sei e non mi interessa, ma so che ti devi licenziare, anzi non devi firmare la lettera di assunzione ...hai capito? lo dico per il tuo bene, capisci?"
"Veramente il Direttore mi ha..."
"Non me ne frega un cazzo di quello che ha detto il direttore!"" mi sibilò contro.
"Tu qui sei carne morta hai capito? Sono io che comando e non ti voglio hai capito, coglione? Non ti voglio e ti creerò una vita di inferno qui! E' meglio che sparisci!"
Lo guardai in faccia.  Sono cresciuto in un quartiere periferico della mia città, palazzoni bianco-grigi tutti uguali, brutti e tristi, abitati da gente brutta e triste. Io non ero nè brutto, nè triste grazie ai miei genitori. Per questo avevo dovuto combattere molte battaglie. Ero stato preso di mira dai bulli della zona e avevo attraversato tunnel difficili da descrivere. Sapevo che il sudore della paura è freddo e puzza, conoscevo le corse in pullman sperando che nessuno salisse a certe fermate, ricordavo le preghiere inutili per chiedere aiuto a un Dio indaffarato, rivedevo le scene di umiliazione, ricordavo lo sconforto che piega le spalle prima e le gambe dopo, ricordavo la paura della morte. Ma ricordavo anche la cavalcata della rabbia, il furore cieco, il gusto del sangue, la scoperta di essere capace di infliggere dolore, il piacere di vendicarsi, la freddezza nel farlo ancora ed ancora ed ancora. Avevo attarversato luoghi di cui quel tizio in carrozzella non conosceva nemmeno l'esistenza. Ed ero sopravvissuto.
Mi sentiì pronunciare due sillabe pesanti "No!".
Per un attimo pensai che il dottor Lavagni si sarebbe accasciato per un infarto. Vedevo le vene del suo collo in rilievo,come i muscoli sulla sua mandibola. Era paonazzo, furioso. Non disse nulla, ma per poco non mi investì con la sua carrozzella che volò via verso la porta dello stanzone che aprì con agilità e chiuse con furore. Io rimasi nel corridoio mentre l'eco della porta sbattuta mi oltrepassava ed andava a morire verso altre stanze e stanzette di quel formicaio. Avevo vinto una battaglia. Sulla vittoria della guerra non ci avrei scommesso una lira. Era inutile restare lì per quel giorno. Apriì la porta dello stanzone nell'indifferenza generale. Nessuno si voltò, nessuno fece cennò di aver avvertito la mia presenza. Raccolsi la mia borsa e salutai educatamente. Nessuno rispose. Usciì  e sorrisi al corridoio. Cercai l'ufficetto della segretaria e dopo dieci minuti di girovagare lo trovai. Dissi che per quel giorno non avevano bisogno di me e ritirai mezzo chilo di moduli da riempire e firmare. Avrei voluto salutare e ringraziare il direttore, ma la segretaria con un sorriso finto e una espressione che non capiì mi disse che il signor Direttore era fuori per questioni urgenti. Annuii educatamente ed andai via.
Per strada l'aria fresca mi colpì prima il viso poi i polmoni. Guardavo la strada. i rari passanti, le auto e i furgoni come se li vedessi per la prima volta, come se fossi sbarcato dopo un viaggio di qualche anno luce dalla costellazione di Orione. Forse era così. Camminai e mi accorsi chela mia borsa semi vuota mi dondoolava eccessivamente, come la caretlla di uno scolaro elementare. Mi efrmai a guardare una vetrina di un negozio di abbigliamento maschile. Vestiti scuri, vestiti grigi, vestiti da persone serie e cravatte, centinaia di cravatte. Il loro prezzo era eccessivo per me e per molti di quelli che conoscevo. Decisi di entrare e comprarmene una. Ero ottimista e drogato. Da allora, ogni volta che mi accade qualcosa di positivo compro una cracvatta nuova. L'ho fatto anche il giorno dopo aver conosciuto Julia a Parigi, l'ho fatto tante volete da quel giorno. La cravatta  era scura con dei piccoli gigli stilizzati grigi. L'ho ancora in armadio. Camminai per un'ora buona e arrivai vicino casa. Poi vidi il mio palazzo in fondo alla via e un forte brontolio del mio stomaco mi ricordò che ero umano ed avevo fame. Forse da quel giorno avrei potuto mangiare di più. Avrei offerto qualcosa di meglio anche a Bud e Dave, altre storie come quella dell'uomo incazzato in carrozzella. Risi. Una signora con due borse di plastica piene di spesa mi guardò un pò allarmata. Le sorrisi con tutti i denti a disposizione. Lei accellerò, non senza fatica, il passo. Era quella la felicità? Una cravatta nuova, degli amici immaginari, uno stomaco affamato e un nuovo lavoro, anzi un lavoro in una vasca di piranha?

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