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La Birmania si riapre al mondo

Da Milleorienti

Di Marco Restelli

La rinascita della Birmania ha l’aspetto di una donna esile, gentile e sorridente, sempre abbigliata secondo la tradizione e sempre con un fiore fra i capelli. E’ Aung San Suu Kyi, la leader democratica che in Birmania viene chiamata semplicemente The Lady: pochi mesi fa ha potuto finalmente andare a Oslo a ritirare quel premio Nobel per la Pace assegnatole nel 1991 ma che lei non aveva mai potuto ricevere, perché la giunta militare l’aveva rinchiusa agli arresti domiciliari. Dopo 25 anni di dittatura, la rinascita di questo Paese (oggi chiamato Myanmar) passa attraverso il ritorno alla democrazia: oggi The Lady siede finalmente in Parlamento insieme a tanti membri del suo partito non più perseguitato. Internet è finalmente accessibile, i motori di ricerca non sono più oscurati dalla polizia, e l’Occidente sta togliendo le sanzioni economiche alla Birmania.

Un aspetto eclatante – per le sue ricadute economiche e sociali – di questo risveglio birmano è il grande ritorno del turismo. In nome del “turismo etico”, infatti, prima di oggi molti si opponevano ai viaggi in Birmania: «fino all’anno scorso tanti occidentali si rifiutavano di venire nel nostro Paese per non sostenere il regime dei militari » dice U Thein Win, gestore di un piccolo resort di bungalow affacciati su un gioiello naturalistico della Birmania, il lago Inle. «Anche The Lady diceva: non venite, non date soldi a strutture controllate dagli amici dei generali. Ma ora non ci sono più ostacoli etici al turismo, e gli stranieri arrivano a frotte: per fortuna, perché ne abbiamo bisogno, siamo un Paese povero», conclude U Thein Win.

I turisti occidentali naturalmente scelgono le mete classiche come Bagan, Yangon e  Mandalay,  tralasciando spesso posti magnifici ma defilati come il lago Inle. Preferiscono fermarsi dove possono vedere i grandi templi e le cerimonie di un popolo straordinariamente legato alla propria antica tradizione spirituale, il buddhismo Theravada. Oppure si recano a visitare celebri siti archeologici come la pianura di Bagan, per ammirare – magari dall’alto, in mongolfiera – le centinaia di stupa buddhisti costruiti fra l’undicesimo e il tredicesimo secolo.

La pagoda Shwedagon di Yangon

La pagoda Shwedagon di Yangon

Certamente nell’ex capitale Yangon è imperdibile la Pagoda Shwedagon, con le guglie dorate dei suoi templi e i riti delle donne intente a cucire le tonache da monaco che poi apporranno sulle statue del Buddha, qui venerato come Primo Monaco. Gli altari degli spiriti guardiani (retaggio di culti magici infiltratisi nel buddhismo) sono affascinanti, con le offerte di frutti scolpiti a forma di pesci o di altri animali. Queste “sculture di frutta” sono vere opere d’arte, destinate però a marcire presto dato il clima torrido della regione, a significare che tutto – comprese le offerte agli dei – è impermanente, come insegna il Buddha. Ma gli insegnamenti del Buddha attirano gli occidentali a  Yangon anche per altre ragioni: in città non mancano i centri di vipassana (come il Dhamma Joti Vipassana Centre) che offrono corsi settimanali di ritiro spirituale e meditazione di consapevolezza sul respiro.

Mandalay non è da meno quanto ad attrattive: non si può non rimanere stupiti nel Tempio di Mahamuni per il fervore dei fedeli davanti all’enorme statua dorata del Buddha, una statua che continua a crescere o meglio a “ingrassare” perché i devoti vi appongono migliaia di foglietti dorati in segno di venerazione; è triste però pensare che tale rito riveli anche il maschilismo di certo buddhismo birmano, in quanto l’onore di apporre quei foglietti dorati è riservato solo agli uomini: le donne non possono farlo in quanto impure. Per contro, in città si può andare al Tempio del Libro, aperto anche alle donne: contiene l’intero Canone Buddhista scolpito su 729 lastre di marmo, ciascuna delle quali si trova all’interno di un piccolo stupa. E’ stato calcolato che una persona, leggendo 8 ore al giorno, per leggere tutto il “libro di marmo” impiegherebbe 450 giorni.

La Birmania si riapre al mondo

Un angolo del Lago Inle

Queste mete sono i “must” per il turista, eppure la Birmania è ricca anche di luoghi con un’anima più “intima” e meno spettacolare, legata alla natura, alle tradizioni popolari, all’integrazione uomo-ambiente. Come il lago Inle, che si trova nello Stato Shan, nella Birmania nord-orientale. Il lago è lungo 22 kilometri e largo 11 km ma profondo appena pochi metri, e colpisce subito l’osservatore per una peculiarità: le sue acque calmissime sono punteggiate di orti galleggianti. Gli abitanti della regione  – di etnia Intha – hanno creato da secoli un originale sistema di coltivazione sull’acqua: impastando insieme terreno paludoso,  alghe, giacinti d’acqua e radici di piante, hanno creato delle vere e proprie isolette galleggianti, fertilissime, sulle quali coltivano tanti tipi di ortaggi e fiori, che poi rivendono. Lo Stato Shan infatti ha un clima ideale per l’agricoltura e una vegetazione ricchissima (67 tipi di canna di bambù) e fornisce alla Birmania il 58% di tutta la frutta e la verdura: papaya, mele, banane, zucche, zucchine, zenzero, pomodori, canna da zucchero (da cui si produce il rhum locale).

Gli orti galleggianti sono fissati al fondo del lago per mezzo di bambù, ed è sorprendente vederli ondeggiare dolcemente quando passa qualche barca a motore, come quelle che trasportano i turisti. Le barche a motore provocano piccole onde che sollevano anche i fiori di loto e i gigli a pelo d’acqua, e  quelle ondine floreali sembrano fiori fra i capelli di una donna. Altro motivo di stupore è dato dal modo in cui i proprietari spostano i propri orti: il contadino aggancia l’orto alla propria barca con un cavo e traina via l’isoletta come fosse una zattera, per portarla a casa o al mercato. Contadini e pescatori muovono le barche stando in piedi a poppa reggendosi su una gamba mentre spingono il lungo remo con l’altra gamba o, quando sono stanchi, con le braccia. Quasi fossero esotici gondolieri veneziani.

E’ un mondo d’acqua, perché tutto si trova o si svolge sull’acqua: anche i mercati sono sul lago, le bancarelle non sono altro che barche da cui il venditore si sporge per offrire la merce al compratore (locale o turista) della barca accanto, merce che a volte è costituita da oggetti di artigianato in legno o in lacca, di grande bellezza e ancora di poco prezzo. I 17 villaggi che circondano il lago Inle sono tutti su palafitte, e lì si trovano le donne, che lavorano in imprese famigliari o in piccole cooperative che producono di tutto: tessuti, oggetti in lacca, sigari, gioielli d’argento. Pure gli eco-resort per turisti sono costituiti in gran parte da bungalow su palafitte, e perfino la scuola è su palafitte: al mattino fa tenerezza vedere bimbi di 8 o 10 anni, abbigliati con la divisa scolastica, arrivare in piccoli gruppi remando su una barca e dirigersi così verso la scuola. Nel pomeriggio, si ritrovano a giocare fra le palafitte con gli aquiloni: sopra ogni casa vola un aquilone.

Saranno questi bambini i testimoni del futuro sviluppo della Birmania, saranno loro a dover difendere le tradizioni e il delicato ecosistema di luoghi come il lago Inle di fronte all’inevitabile boom turistico che attende il Paese. C’è solo da sperare che i birmani puntino su un turismo sostenibile, e che i visitatori sappiano rispettarne le peculiarità.

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Birmania: informazioni pratiche

Quando andare
Il periodo migliore per visitare la Birmania/Myanmar è da novembre a marzo, quando non fa troppo caldo e le  piogge sono minime. Da evitare invece il periodo da luglio a settembre, a causa dei monsoni.

Cosa occorre
Il visto d’ingresso, da procurarsi all’Ambasciata del Myanmar di Roma, Tel: 06-36303753. Il passaporto deve avere una validità di almeno 6 mesi. Nessuna vaccinazione è obbligatoria, ma c’è chi consiglia la vaccinazione per l’epatite A+B.

Come arrivare
Il Tour Operator Tucano Viaggi Ricerca (www.tucanoviaggi.com, tel. 011 5617061, email [email protected]) propone 8 differenti itinerari in Birmania, anche in combinazione con la Cambogia o con estensioni di vacanze-mare. I prezzi variano secondo la durata e la sistemazione: es. l’itinerario “Il Paese delle centomila pagode” comprende tutti i luoghi più importanti (compreso il lago Inle) in hotel a quattro stelle, dura 12 giorni e costa 3.090 euro.

La Birmania si riapre al mondo

Per saperne di più
Guida Myanmar/Birmania, edizioni Lonely Planet/Edt, pp. 520, euro 25

Quello che avete letto qui sopra è un mio reportage uscito sul mensile Yoga Journal di settembre, con il titolo “La rinascita della Birmania”.


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Da Luisa Rapuzzi
Inviato il 26 settembre a 15:56

molto interessante questa riapertura della Birmania ai viaggi, e foto pubblicate sono un chiaro invito a orogrammare