Magazine Racconti

La Compagnia della Freccia Rossa

Da Italiamedievale @italiamedievale
 

La Compagnia della Freccia Rossa

Abbazia di Vezzolano

Sella di Vezzolano, un tramontod’inizio inverno, A.D.1110.La vista necessitò di qualcheattimo per abituarsi a sopportare il contrasto tra il rossore accecantedell’ultimo sole e il buio alle loro spalle. Stagliandosi sul valico, treuomini a cavallo contemplavano il congedo del giorno. Nel freddo pungente, ilvapore dalle narici e il movimento pigro delle code degli animali erano l’unicaanimazione di quel palco sospeso nel cielo. Per la prima volta dopo moltotempo le Alpi si svelavano loro circondandoli. Le mani impugnavano giuntel’elsa delle spade mentre respiravano l’odore di sottobosco, neve e legno. Lacroce rossa sulla veste bianca copriva le loro cotte in maglia di ferroaccomunandone i destini. Il profumo di un camino nellevicinanze anticipava che dopo una giornata intera di cavalcata avrebberotrovato un rifugio coperto. La via dalla Terra Santa erastata lunga. Non avevano mai abbassato la guardia. Fino a quel punto nonavevano fatto soste se non per i brevi riposi notturni. sentenziò il più anziano con l’accento della Corona di Aragona.Scesero a piedi la brevemulattiera tra il passo e l’abbazia tenendo le redini. Bussarono sul portone adestra della chiesa. Il doppio colpo del guanto sul legno ruppe il silenziodella vallata con due suoni secchi. disse uno dei tre in un italianocadenzato da intonazione francese.La pesante anta cigolò sui cardinifino a lasciare un passaggio. I due cavalieri più giovani seguirono il fratepuntando alle stalle per ricoverare i cavalli. Il terzo attraversò lo spiazzo indirezione dell’edificio a due piani. Aveva un’età difficile da definire. Lerughe del viso e la barba davano al volto la maturità  di una corteccia provata dalle intemperie di molte stagioni.Non era vecchio ma tutto del suo portamento raccontava di un’educazione lontanavotata alla resistenza. Era originario delle terre al di là dei Pirenei, dovegli avevano insegnato a combattere i saraceni. Poi, conoscendoli, avevainiziato ad apprezzarne la cultura e da loro aveva anche imparato a fare diconto e leggere il cielo. Per la sua età, maggiore deglialtri due, e per la statura imponente l’aragonese era identificato spesso comela guida dei tre. In realtà era come se pensassero con un’unica mente, benconsci che nessuna singola parte di una testa prevale sulle altre parti.Piuttosto ogni porzione interviene nella magica sintonia che l’anima richiede.E quei tre si comportavano davvero come sfumature diverse di una sola anima.Quella sera nel convento, avederlo camminare di spalle tra i frati,il cavaliere più anziano pareva una montagna di carne. La coperta toltadal retro della sella era appoggiata sulla sua spalla destra mentre la manoavvolgeva la forma di croce della grande spada. Sotto l’altro braccio, una telamarrone affiancata al coltello avvolgeva un oggetto grande quanto lo zoccolo diun cavallo. Accompagnato nella foresteriascelse le tre brande più appartate.Attese gli altri due e insieme sipresentarono al refettorio.  Ilservizio era già iniziato quando entrarono nel locale richiamando l’attenzionedi tutti. Il rumore delle stoviglie scemò sulle due lunghe tavolate lasciandoudire solo i passi dei loro pesanti stivali. ,,, si distinse da più parti in uncoro sommesso di bisbigli. Un colpo di tosse dal tavolo del priore richiamòall’ordine e al silenzio.Il tepore del locale era unsollievo al freddo della notte piemontese. Dopo aver appoggiato sul tavolol’involucro che scortavano, si sedettero. Consumata la cena si trovarono afissare ognuno la piccola coppa in coccio dove avevano bevuto. La fissarono.Poi, senza dire nulla, si guardarono e si voltarono in direzione del tavolodell’abate. L’aragonese annuì e, appena i frati iniziarono ad alzarsi, sidiresse verso la guida spirituale del convento.L’alba fu anticipata dal lontanolatrato di un cane nei campi. Uscirono sull’aia. Quel che rimaneva delle nebbiedella notte era rimasto aggrappato alle parti ombrose delle colline mentre suipianori del fondovalle la tavola morbida della foschia si lasciava bucare dallecime degli alberi. disse l’aragonese fissando una sella tra le montagne., aggiunse.Il priore lo aveva informato chedalle abbazie della Novalesa e della valle di Aosta erano arrivate notizie chei passi per la Francia erano ormai chiusi. In più, tutta la regione erainfestata da soldataglie, sbandati e briganti. La giornata trascorse tranquilla.Mentre i frati erano intenti nelle loro attività, il più giovane dei cavalieriaveva raggiunto la stalla e stava controllando la zoccolatura dei destrieri.Arrivava dalla Cornovaglia e aveva la passione per i cavalli. Strigliavapersonalmente il suo e  trascorrevacon lui talmente tanto tempo che i compagni pensavano seriamente riuscisseperfino a parlargli. Sapeva che, dopo un viaggio tanto lungo, un maniscalco nonavrebbe nuociuto alla zoccolatura delle bestie. Il secondo  dei crociati aveva invece seguito ifrati nel bosco. Gli servivano rami dritti adatti a ricavare frecce. Un grandefrassino in cima al pascolo sembrava perfetto. Vi si arrampicò e colse ilnecessario aiutandosi col pugnale. Non era consuetudine per un cavaliere usarel’arco, ma, nella contea dove era nato, l’arte del tiro era praticata anche dainobili, che si distinguevano dagli arcieri comuni per il marchio rossopennellato su ogni dardo. Quando decise di abbandonare lapatria alla volta della Terra Santa, il genitore fece confezionare al figlio unarco di dimensioni tali da essere agilmente impugnato anche in sella. Assiemegli diede una polvere rossa che avrebbe potuto utilizzare per marchiare lefrecce e continuare a distinguersi. Si unì agli altri due durante ladifesa da un assalto di una delle bande di delinquenti che infestavano le vieper Gerusalemme. Nonostante quel che si raccontavain Europa, col trascorrere dei mesi in oriente avevano constatato che la cittàdel Santo Sepolcro era in quel tempo un esempio di accettabile convivenza tramusulmani, cristiani ed ebrei. Le minacce per i pellegrini erano piuttostosulle strade, dove bande feroci razziavano ogni bene e non esitavano a ucciderechiunque apparisse vulnerabile, senza distinguere la fede. Capitò che i tre difesero daibanditi una carovana di arabi tra le colline della Galilea. La notizia,rafforzata dal fatto che da soli riuscirono a disperdere almeno una ventina diassalitori, fece presto il giro dei mercati di ogni città facendo guadagnareloro il rispetto di tutti  e iltitolo di “compagnia della freccia rossa” per la inconsueta dotazione d’arma diuno di loro. Poi, essendo uno dei superstiti un confidente del re diGerusalemme, il racconto delle gesta arrivò a corte e furono convocati.Quando si trovarono scortatidalla guardia reale pensarono semplicemente a un banchetto in loro onore, nulladi più.Giunti a palazzo, invece, ilsovrano lasciò subito la sala del trono per accompagnarli in una stanzaappartata. Lo spazio era fastosamente decorato e aveva al centro una specie dialtare. Quando lo scatto della chiave aprì l’unico sportello, i tre rimaserodelusi dal contenuto. Le pareti d’oro riflettevano soloun modesto vaso in terracotta. Si domandarono la ragione ditanto sfarzo per un oggetto di così poco valore. esclamò il re interrompendo ilsilenzio d’imbarazzo.Nessuno ribatté e passò qualchesecondo prima che il sovrano continuasse, rivolgendosi a loro. domandò l’aragonese.Si congedarono dopo aver ricevutoil prezioso oggetto, avvolto in un sacco di tela. Non avevano un’idea chiarasulla destinazione, ma convenirono che l’Europa, con le sue storie di santi ereliquie, sarebbe stata la loro meta finale.Il franco, dalla cima del grandealbero dove si era arrampicato, si guardò attorno riflettendo su come quellecolline tanto pacate nei movimenti ricordassero quelle della Galilea. Pensandoalle parole dell’abate, fu colpito anche dalla similitudine delle minacce chegravavano sugli indifesi. Erano forse quelli due segnali sulla possibiledestinazione che stavano cercando? Ne parlò agli altri due e convennero che, seera una coincidenza, era ben strana. E se non lo era, allora avevano trovato laloro meta. Avrebbero dunque aspettato ilcorso degli eventi nella zona. In ogni caso non si poteva rischiare di metterea repentaglio il tesoro.L’indomani, dopo aver presocongedo dal convento, si diressero oltre il valico in direzione della grandecittà sul Po, che avrebbero raggiunto da sud. Torino era stata decantata loroper la sua importanza e soprattutto per la presenza tra le mura di reliquie. Arrivarono in cima ad un colledal quale la vista spaziava in direzione del mezzogiorno. La lineadell’orizzonte era ancora una volta un susseguirsi di boschi. Poco più avantinotarono che, rispetto alla quiete che fino a quel momento li avevaaccompagnati, si sentivano grida, nitriti e colpi di ferro.Nella radura appena oltre ladiscesa un uomo a cavallo stava resistendo a un gruppo di assalitori armati dilance e mazze. I tre corpi dei soldati che forse erano la sua scorta giacevanoa terra attorno ad un carro. Il cavaliere era stato colpito sul volto e nellasua spalla destra era conficcata una freccia. Nonostante le ferite continuava abattersi con energia.Senza neppure guardarsi, i tredalla cima si lanciarono contemporaneamente al galoppo. Lo scalpitio sullosterrato investì gli assalitori sorprendendoli con l’intensità di un acquazzoneimprovviso. Il sibilo delle lame estratte dai foderi precedette di pochiistanti l’attacco. Gli aggressori si resero conto delle insegne crociate soloquando i due che brandivano la spada li stavano sovrastando impennando idestrieri. Colti dal panico erano sul puntodi disperdersi quando, dalla direzione opposta della strada, un gruppo di altrisei in sella stava già caricando in rinforzo. urlò il ferito al franco che si era intanto schieratoa sua protezione. rispose mentre con l’arco stava giàpuntando una freccia marchiata di rosso. Scoccatala, il tiro entrò dritto nellaferitoia dell’elmo del primo dei nuovi assalitori, che balzò indietrodisarcionato improvvisamente come se un muro lo avesse travolto. Mentre i due crociati sipreparavano alla nuova ondata, una seconda freccia rossa colpì un altrofacendolo scivolare. Allo scontro tra i due gruppi, lalama dell’aragonese saettò sul collo del primo capitato a tiro senza che questoavesse il tempo di accorgersene. Un vortice di sangue punteggiò di una scia colorrubino il prato innevato mentre la testa orfana del corpo roteava nell’aria perschiantarsi a molte braccia di distanza. In breve i colpi di spada nellaradura risuonavano sospesi sordamente nell’aria secca mentre la neve attutivail calpestio degli zoccoli. Nel teatro di una battaglia senza eco, una cerchiadi alberi scheletrici testimoniava la ferocia di un inferno soffice e senzaclamori. L’inglese stava resistendo amalapena ad altri due quando nella spalla di uno si materializzò con un tonfopreciso un dardo rosso. Il crociato approfittò della distrazionedell’aggressore più vicino per allungare la lama nel fianco dell’avversario.Mentre il ferro misurava la carne in profondità, lo strazio di un gutturalelamento di morte lacerò l’alchimia di colpi di spada, zoccoli e nitriti. Comefrastornati, i pochi assalitori rimasti scelsero la fuga dileguandosi inpochissimo. Si concentrarono sul cavaliereferito. I corvi iniziarono a gracchiare volteggiando in attesa del banchettoche presto avrebbero consumato su quel che rimaneva dello scontro. Sdraiarono il superstiteall’interno del carro. Era più grave di quanto credessero. sospirò con un filo di voce dimostrando di aver capito chi eraaccorso in suo aiuto.Non sapendo cosa li aspettasseoltre la strada, decisero di tornare a Vezzolano.Appena il ferito e il carrofurono affidati alla custodia dei frati, i tre si recarono dall’abate, cheaveva assistito al rientro. Guardò fuori dalla finestra.< È Andrea da Chieri, figliodel podestà locale. Nei momenti più duri del nostro inverno gira con un carrodi vivande cercando di alleviare i disagi dei poveri. Chi ha ordinato l’assaltolo conosce bene. Probabilmente non era neppure distante da voi. Forse è rimastonascosto nel bosco mandando avanti i suoi scagnozzi … … ma vi hanno sottovalutato.>L’abate si avvicinò intanto allatavola e versò in tre coppe un dito di liquido trasparente.Bevendo, il franco e l’ingleseavvertirono una colonna di fuoco vivo bruciare nelle loro viscere estrabuzzarono gli occhi accennando un colpo di tosse. L’aragonese, più avvezzo aiprodigi dei frati, abbassò lo sguardo celando un sorriso.Un rumore di passi si avvicinòdal corridoio. Un giovane frate bisbigliò all’orecchio del superiore. Poiquesti si rivolse nuovamente a loro.L’aragonese stava fissando ilcrocifisso sopra la parete e avvertì gli occhi dei compagni su di lui. Si girò verso di loro e, con un cennodel viso, fece segno di passargli il sacco della reliquia dal quale non sierano mai separati. rispose.Scesero le scale e raggiunsero lastanza del cerusico dove il corpo del giovane giaceva ricoperto da un saio finoall’altezza del torace. Tremante e madido di sudore era in preda ad una fortefebbre. Fissava il soffitto e sussurrava versi indistinguibili. La lama erastata estratta dal corpo ma la spalla e la fronte lacrimavano sangue fresco.L’aragonese iniziò a svolgere ilpanno che rivestiva il calice quando la mano del priore appoggiata sul suobraccio lo frenò., disse con il tono di voce più rassicuranteche ci si potesse aspettare.Il cavaliere annuì. Le torce sul muro diffondevano laluce facendo vibrare la superficie in mattoni. Solo gli occhi acquitrinosi delmorente e il sangue delle ferite restituivano un tenue bagliore. Il più anzianodei cavalieri, dopo che gli fu riempito il calice, si avvicinò al corpo ormaiimmobile. Rovesciò il liquido sulla prima ferita, poi sulla seconda. Intanto il cavaliere dellafreccia rossa fissava l’azione. Pensava che quel corpo, pur martoriato, nonmancasse di grazia e fascino. Più volte, aiutandolo con unamano sotto la nuca, lo aiutò a bere. Rimase al suo fianco sentendolo respirarea fatica. La notte trascorse tra i deliri che la sofferenza portava. Quando Andrea si risvegliò, i treuomini erano al suo capezzale. Attraverso le palpebre appena socchiuse mise afuoco sulla parete buia le figure illuminate di traverso. Il rosso della croce e il biancosui pettorali risaltavano sotto le barbe che ricoprivano i volti.Sussurrò un grazie con un filo divoce e richiuse gli occhi lasciandosi scivolare nel sonno ristoratore ormailontano dal confine con la morte.Giudicandolo ancora troppo deboleper spostarsi, decisero di lasciarlo in custodia dei frati per qualche giorno.Il franco sarebbe rimasto a vigilare mentre l’aragonese e l’inglese sisarebbero mossi alla volta di Chieri. Ne avrebbero approfittato per riferire labuona sorte e guardarsi attorno. Giunsero in vista della città dalsuo margine settentrionale. Il pendio digradava in direzione della pianurainvernale e di un’isola compatta di edifici. Le mura serravano le falde deitetti che sfaccettavano come un mosaico la luce pallida del giorno. Da un boscodi comignoli, rami di fumo si levavano dritti verso il cielo spento. Sul bloccouniforme delle case torreggiavano la collina e il castello. Il loro passaggio richiamò lungole vie due ali di curiosi. Giunti al palazzo, il padre diAndrea ascoltò la storia senza mai interrompere. Rinunciando a ogni una parola siinginocchiò tra i cavalieri, ne prese le mani e le baciò. dissel’aragonese notando il filo di lacrime silenziose che rigava la guancia.Pregò i salvatori del figlio diconsiderarsi a casa propria e di approfittare del suo tetto per tutto il tempoche desideravano. Dispose poi che un plotone raggiungesse Vezzolano. Prima della partenza dei soldati,il podestà si accertò che accompagnasse il gruppo un carro ben fornito difarina, sale e carne per i frati. Considerati i rischi e il pericolosoprecedente su quella strada, i due crociati chiesero di mettersi alla testa delconvoglio.Il viaggio trascorse in realtàsenza rischi e quando giunsero all’abbazia scorsero il franco e Andrea nelcortile illuminato da un tiepido sole. Il crociato stava facendo provareal giovane il suo arco. I compagni  si compiacquero della scena, notando consoddisfazione che il ferito si reggeva sulle proprie gambe. In quanto allacicatrice sul volto, era scomparsa. Ognuno dei cavalieri si eratrovato già nelle condizioni di appoggiare le sue labbra a quel modesto coccio.Ora, giunti in quei luoghi, quanto avevano veduto li persuase che forse eranoalla meta. Chiesero e ottennero dal signoredi Chieri di risiedere in città e di poter custodire in una segreta del palazzoil loro tesoro. Domandarono anche che nessun documento riportasse laconcessione. In questo modo solo loro avrebbero deciso quando e come renderepubblica la reliquia e i suoi straordinari poteri.Andrea, intanto, continuò afrequentare i crociati. Fu ammesso alla loro intimità. Ne apprese l’educazionealla cavalleria. Dal cavaliere della freccia rossa imparò a tirare con l’arco ea confezionarsi personalmente i dardi. Quando li vedeva insieme,l’aragonese non mancava di intenerirsi. Pensava al giorno lontano in cui anchelui accompagnava un cavaliere più anziano, un uomo che non gli aveva nascostonulla, di sé e della vita. Provò una sensazione di calore, un piacevole affettoper i compagni di cammino, vecchi e nuovi. Nelle stagioni successivesventarono altri agguati e smorzarono molte prepotenze. Nel tempo, la loro famarese più tranquillo il Monferrato e superò di gran lunga i confini delle terredi Torino.----------------------------------------------------------------------------
Racconto partecipante alla sesta edizione di © Philobiblon (2011)

Potrebbero interessarti anche :

Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog

Possono interessarti anche questi articoli :