La coscienza: responsabilità e conoscenza. Gli sviluppi sociali del Concilio Vaticano II

Creato il 19 marzo 2015 da Retrò Online Magazine @retr_online

Spesso si parla di coscienza nella vita ordinaria, o la si lascia intendere attraverso il significato della "responsabilità". Ed ecco allora il valore dell'espressione " aver coscienza " delle proprie azioni, ovvero la consapevolezza di come ognuno sia parte di un sistema più grande al quale attivamente collabora. Ma la coscienza non è soltanto responsabilità nell'agire, ma innanzitutto l'abilità di conoscere, che è specifica dell'essere umano pensante.

Nei secoli, seguendo questo solco segnato da un lato dalla conoscenza e dall'altro dalla responsabilità, si è finiti per parlare di " coscienza morale". Una conoscenza filtrata attraverso i valori propri dell'etica. Una coscienza che sia l'esito di un discernimento fra bene e male, e di conseguenza il principio di un'esistenza consapevole. Se si tiene dunque conto che la coscienza è chiamata a un giudizio, non si può tralasciare il presupposto fondamentale di una legge morale assoluta. Potremmo affermare che si accennò per la prima volta - sebbene in forma ancora primordiale - a coscienza morale con la filosofia di Cartesio nell'alveo del pensiero spiritualista.

La coscienza da Nietzsche a tutto il Novecento attraverso fenomenologia e psicoanalisi

Una connotazione del tutto negativa della coscienza è affidata alla speculazione di Nietzsche, il quale attribuiva a quest'ultima il ruolo strategico di controllo degli uomini secondo la " morale dei deboli ". Un esito, quello fornito da Nietzsche, che vuol essere il termine di una parabola iniziata nella Grecia Antica mediante il pensiero di Socrate, poi confluito nella religione, giudaica prima e cristiana poi. Nel pensiero dell'autore tedesco la Chiesa avrebbe coi secoli prodotto delle contraddizioni, rendendo da un lato interessante la vita e dall'altro acuendo di molto i risvolti più bui della coscienza umana.

Ma una vera e propria speculazione filosofica sulla coscienza - tralasciando l'età antica - la si incontra soltanto col pensiero del filosofo tedesco di Rocken, che fa da spartiacque per il grande dibattito etico del Novecento. E sarà proprio con la fenomenologia - disciplina fondata da Husserl, discepolo di Brentano e di Stumpf - che la coscienza verrà indagata nella sua " intenzionalità ". Osservata da questo specifico punto di vista, la coscienza umana viene privata della sua portata morale, per ridursi al concetto gnoseologico, ovverosia come facoltà distintiva del conoscere. In questo senso, estraneo del tutto all'ambito etico, la coscienza finisce per fondersi con la conoscenza in un binomio ben stretto.

Un'attenta lettura fenomenologica della coscienza ci viene offerta da Hegel nell'opera Fenomenologia dello spirito, pubblicata per la prima volta nel 1807, dove l'autore spiega il percorso "obbligato" che l'individuo compie attraverso la coscienza per giungere alle manifestazioni. E la coscienza diviene il momento essenziale dove l'uomo sperimenta la consapevolezza di sé nell'incontro con l'oggetto. Da ciò si genererebbero tre fasi distinte: la certezza sensibile, la percezione sensibile e l'intelletto. Ma ciò che forse è maggiormente rivoluzionario nell'Hegel fenomenologico è il significato attribuito all' autocoscienza, la quale non è più la coscienza di sé nel rapporto con se stessi, ma la coscienza contestualizzato nell'ambiente politico-sociale. E questa autocoscienza diviene l'esito di un inevitabile e fondamentale confronto con gli altri. Una dimensione dove l'individualità del singolo viene infranta dalla necessità del rapporto sociale che struttura il soggetto.

Ma la fusione di coscienza e conoscenza - affidata propriamente alla fenomenologia - sarà ulteriormente sostenuta dall'evolversi esponenziale della scienza e dai traguardi poderosi della psicoanalisi. Un cambiamento radicale sarà fornito in seguito da Levinas, che scardinerà la combinazione coscienza-conoscenza, per subordinare la prima alla dimensione dell'etica, che dovrà ricoprire il ruolo di guida dell'agire umano.

L'interpretazione della coscienza secondo la Chiesa Cattolica

Sorvolando sulle prime speculazioni teologiche dei concili cristologici e trinitari dell'epoca paleocristiana e tralasciando i contenuti del Concilio di Trento ,che segnò una linea di demarcazione fra la coscienza cattolica e quella luterana, il primo autentico evento storico che innalzò il tema della coscienza a un'indagine teologica puntuale è il Concilio Vaticano II. Nella Gaudium et Spes leggiamo: " Nell'intimo della coscienza l'uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale [...] deve obbedire e la cui voce, che lo chiama sempre ad amare e a fare il bene e a fuggire il male, [...] chiaramente parla alle orecchie del cuore. [...] L'uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al suo cuore ".

È in quest'ottica che la Chiesa Cattolica sradica ogni relativismo etico, affermando come ogni uomo abbia una voce in sé e che in essa sia contenuta la legge di Dio. Sul fiume dottrinale del Concilio Vaticano II, il Catechismo della Chiesa Cattolica approfondisce ed estende l'insegnamento dell'antica Scolastica, secondo il quale la coscienza non è altro che " un giudizio della ragione" che sta alla base delle scelte di ogni uomo: " La coscienza morale ingiunge alla persona, al momento opportuno, di compiere il bene e il male". (n. 1777), " La coscienza morale è un giudizio della ragione, mediante il quale la persona umana riconosce la qualità morale di un atto concreto ". (n. 1778).

Richiamando poi la dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis Humanae, il Catechismo della Chiesa Cattolica sottolinea il bisogno fondamentale di rispetto della coscienza altrui, in quanto " nessun uomo dev'essere costretto ad agire contro la sua coscienza, ma non si deve neppure impedirgli di operare in conformità ad essa". Quella che ne diviene è allora una coscienza "religiosa", che, tuttavia, non esclude ma forgia e rafforza una coscienza di tipo sociale. È il singolo chiamato a vivere personalmente la lezione dell'evangelista Matteo, quando scrive: " Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro " (Mt. 7, 12), riscoprendo in questo l'inevitabile relazione a più livelli esistente fra le creature di Dio.


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