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La filosofia della sardina

Creato il 07 novembre 2012 da Pietroinvernizzi

La filosofia della sardinaLiberamente tratto da “La filosofia della sardina – Riflessioni di un pescatore mediocre” di Robert Hughes, edito da Piemme nel 2000.

Il libro vola in poche ore e, quando l’hai finito, ti rendi conto di avere in mano tutta una vita a pesca. Con uno stile asciutto e tagliente divide le sue esperienze in “Acque salate”, “Acque dolci” e “Acque agitate”. Nei primi due capitoli racconta aneddoti, più o meno divertenti, inframmezzati a spunti filosofici, alieutici e no. L’ultimo invece è una riflessione sul futuro della pesca e sullo sfruttamento delle acque.

Questo passo racconta come si sia avvicinato alla pesca alla trota in torrente e di come suo padre l’abbia convinto a pescare le trote solo con esche artificiali…
Papà era un rigoroso purista riguardo a qualsiasi sport, ma soprattutto nel tiro e nella pesca. Parti dal presupposto che ogni arma che tocchi sia carica. Non puntarla contro niente a cui non hai intenzione di sparare. Non sparare mai a niente di vivo se non hai intenzione di mangiarlo. E mai, per nessuna ragione, vai a pescare la trota con un’esca diversa dalla mosca. […] Il primo anno che andai a Yaouk non avevo il permesso di toccare le canne anche se di soppiatto lo facevo, meravigliandomi di quanto erano fini e leggere. Il secondo anno mi fu concesso di praticare il lancio, ma con la supervisione di un adulto. Non prima della mia terza vacanza fui sguinzagliato verso l’acqua da solo. Il risultato non fu incoraggiante. Inutile dire che mi sembra di vedere ancora quella pozza. Neanche un chilometro a monte del campo, in perfetta solitudine e in un silenzio rotto soltanto da un corvo che gracchiava a intervalli, come tutti i petulanti corvi australiani. Larga una decina di metri, limpida come cristallo, con strapiombi profondi e bui. Nel mezzo, alcuni roccioni: e dietro ognuno di essi, in attesa nel gorgo, una trota, proprio come quelle che avevo studiato in precedenza nel fiume ed esaminato minuziosamente nei grafici dei miei numerosi libri sull’argomento. La differenza era che adesso avevo una canna e alcune mosche. In tutta la pozza si levavano i pesci, non solo increspando la superficie con modeste fossette, ma andando a caccia delle cavallette che cadevano nella corrente. L’aria fremeva di cavallette. Goffo come non mai, riuscii a legare una mosca alla lenza. Il primo lancio si spense maldestramente in un cespuglio. Il secondo in un eucalipto. Il terzo ammarò in un orrido groviglio vegetale. Il quarto, come sopra. Era un vero incubo. Poi, quando finalmente assunsi un minimo di ritmo nel lancio, le trote sdegnarono quelle mosche che non somigliavano alle loro cavallette. Questa via crucis durò un’ora o forse più. Alla fine, sudando per la frustrazione decisi di infrangere il grande tabù. Tirai fuori il temperino, grattai via le piume alla mosca più grossa che avevamo, vi annodai l’amo nudo e gli impalai sopra una grassa e scalciante cavalletta. Poi la lanciai in acqua. Dibattendosi, arrivò a galla oltre la roccia più vicina. Notai immediatamente agitazione e per la prima volta in vita mia, mi trovai in connessione con una trota, e attraverso di lei con il resto dell’universo. Non era enorme – una brown sul mezzo chilo – ma lottava come un gatto di Kilkenny compiendo lunghe scorribande e saltando nell’aria a mostrare le macchie dorate dei suoi fianchi. Io feci tutto a regola d’arte. Quando saltava abbassavo la punta della canna. Quando correva non bloccavo il mulinello. Tiravo in diagonale per stancarla di più. Sapevo cosa avrebbe fatto, e vedevo tutto quello che faceva. Ero in trance. E alla fine, dopo avere staccato a tentoni il guadino dal gancio sulla mia cintura, stavo lasciando galleggiare il pesce esausto dentro la rete quando la voce di Geova si abbatté su di me dal cielo come una tonnellata di mattoni. “Lascia andare quel pesce!” ingiunse. Io mi raddrizzai e mi guardai intorno come un forsennato. Niente. Poi, con mio orrore, la testa e il petto di mio padre emersero dal punto dove aveva assistito a tutta la scena, dietro il tronco di un grosso eucalipto crollato sulla riva opposta. “Libera quel pesce!” tuonò. Io svincolai l’amo dalle sue fauci e lo guardai allontanarsi mezzo alla deriva e mezzo a nuoto seguendo la corrente. “Adesso vieni qui”. Pieno di brutti presentimenti, guadai la pozza. Con un presentimento ancora peggiore osservai che papà si era slacciato la cintura dei calzoni e la stava sfilando dai passanti. Mi tolse delicatamente la canna di mano, delicatamente la posò contro un tronco caduto e poi con minore delicatezza mi afferrò per un braccio, mi fece fare un giro su me stesso e mi assestò una sferzante cinghiata sul sedere. Non mi fece nemmeno troppo male. “Ti ho visto” disse con voce cupa. “Hai pigliato quella trota con una cavalletta. Non lo fare mai più. Quelli che usano le esche vive con la trota non dovrebbero pescare. Sono dei farabutti. Dei barbari. Tanto varrebbe che usassero la dinamite. E ora torniamo al campo”. Piagnucolante e rosso di vergogna, lo seguii. Il giorno dopo mi fu consentito di tornare al fiume e da allora non ho mai più pescato la trota se non con esche artificiali.



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