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La ginocchiata di Boban al Maksimir: la partita che diede inizio a una guerra

Creato il 29 maggio 2015 da Redatagli
La ginocchiata di Boban al Maksimir: la partita che diede inizio a una guerra

Un evento sportivo, in questo caso una partita di calcio dall’atmosfera non solo accesa ma incandescente, può diventare un episodio storico, se non proprio un casus belli, un simbolo di disgregazione di popoli balcanici.
13 maggio 1990, Zagabria, Croazia.
Domenica mattina.
Il treno speciale affollato con gli ultrà della squadra Stella Rossa Belgrado era in arrivo.

Gli eroi iniziano la danza di guerra e il rumore si ode a Istanbul”.

Erano i Delije “gli eroi”, hooligan balcanici dalle mani pesanti. Ebbri dal tifo violento, dagli scontri, dal brandy rakija, dall’orgoglio serbo. Loro condottiero indiscusso fu Željko Ražnatović divenuto poi durante la guerra dell’ex-jugoslavia Arkan, la Tigre.
Breve parentesi biografica in punti del capo curva Arkan 1952- 2000:

  • Fugge di casa per la prima volta a 9 anni.
  • Conosce il gabbio la prima volta a 18 anni dopo una rapina in un bar.
  • Erasmus in Europa occidentale come spia della UDBA, la polizia segreta jugoslava.
  • Scambio di favori tra UDBA e Arkan: informazioni e spedizioni punitive contro dissidenti in cambio di armi, documenti, protezioni.
  • Rapina in un ristorante di Milano.
  • Rapine in Svezia, Belgio, Olanda.
  • Ancora rapine.
  • Diviene poliglotta.
  • Ulteriori rapine.
  • Incarcerato in Belgio, evade.
  • Incarcerato a San Vittore, impara l’italiano.
    Non è un detenuto modello. Fa casino. Agita.
  • Oltre ad un ricco bottino, si guadagna sentenze per ulteriori 25 anni di carcere, mai scontati.
  • Rientra a casa e diviene capo dei buttafuori della discoteca belgradese “Amadeus”.
  • Diviene capo curva degli ultras della Stella Rossa.
  • Ammazza gente.
  • La ginocchiata di Boban al Maksimir: la partita che diede inizio a una guerra
    Si mafietizza.
  • Compra e vende armi da guerra.
  • Pasticciere: la dirigenza della Stella Rossa gli dona una pasticceria. Granate e zucchero.
  • Paramilitare nei Balcani in fiamme; è il feroce condottiero delle Tigri, commandos di tagliagole, ex-ultras, spazzini etnici.
    Macelleria bosniaca.
  • Sangue chiama sangue, troppo. 
    Da colorare di rosso il Danubio.
  • La guerra arricchisce i cattivi: contrabbando di sigarette, benzina, armi.
  • Sposa la nota e conturbante cantante folk dalle tette rifatte Svetlana Ceca.
  • Viene crivellato a morte in un agguato all’Intercontinental Hotel di Belgrado.
    Regolamento di conti ordinato molto probabilmente da i vecchi amici dei servizi segreti.
    Troppo potente, Željko. Troppo scomodo, Arkan. Troppe cose sapeva, la Tigre.

Torniamo alla partita Stella Rossa Belgrado Vs Dinamo Zagabria del 13 maggio 1990. Due colori: il rosso dei Delije di Belgrado, il blu dei Bad Blue Boys croati, nemici per la pelle.
I Delije di Serbia spaccarono il treno speciale. Cori feroci. Le vetrine di Zagabria andarono in frantumi.

Ma i Bad Blue Boys non si fecero trovare impreparati. Sotto gli spalti del Maksimir una santabarbara di mazze e pietre.
Scoppiò subito la sarabanda, ben prima del calcio d’inizio.
I cartelloni pubblicitari del settore ospiti divennero falò, i sedili frisbee da guerra, le recinzioni inutili. “Zagabria è Serbia, Uccideremo Tuđman.

I ragazzacci di Arkan, a caccia, scavalcarono. Picchiarono gruppi isolati di croati delle tribune. Gli sbirri serbi della Milicija non fecero nulla, rimasero in disparte, braccia conserte dietro la schiena. “Tanto è solo feccia croata". È presumibile che la pensassero così.

Le squadre della Dinamo Zagabria e della Stella Rossa Belgrado entrarono in campo
Oh,oh. Non so se si gioca oggi.
I Bad Blue Boys allora s’incazzarono, le ringhiere aprirono grandi falle umane urlanti di guerrieri accecati dall’odio.

La ginocchiata di Boban al Maksimir: la partita che diede inizio a una guerra
La Milicija si mise i caschi e sfoderò i manganelli. Le botte in campo. Tifosi serbi, tifosi croati, poliziotti. Se ci fossero stati kalashnikov sarebbero stati usati.
Dagli spalti croati pioveva cemento. Nel campo bastonate sui nasi.
Dai mezzi dei pompieri i getti degli idranti, inutile acqua sul fuoco.

Anche alcuni giocatori croati, testimoni della violenza e dei soprusi della polizia quasi alleata coi serbi, parteciparono alla danza.
Zvonimir Boban detto Zorro, capitano della Dinamo poi centrocampista del Milan, intervenne contro un agente bosniaco per difendere un giovane tifoso dalle botte da orbi.
Boban detto Zorro: “Vergognatevi. State massacrando i bambini”. 
Poliziotto musulmano di Bosnia: “Brutto figlio di puttana. Sei come tutti gli altri!”

Ginocchiata volante di Boban detto Zorro sulla mascella bosniaca in frantumi. Per i serbi un gesto di un criminale da punire con severità (Boban non andò a Italia ’90), per i croati un gesto eroico.  
Il primo colpo di cannone della guerra incombente.

Nell’estate del 1991, l’anno successivo, la Jugoslavia cessò di esistere. Fu carneficina a un tiro di schioppo da casa nostra. Io andavo alle medie, pensavo alle donne nude e ai petardi, mentre a poche centinaia di chilometri dai confini italiani ci si scannava con una passione medievale.
Un conflitto così vicino e così lontano visto sugli schermi dei tivvùcolor nazionali.
“Avevo previsto la guerra proprio dopo quella partita a Zagabria”. Così la Tigre Arkan, Cassandra fin troppo facile.

“Ai sostenitori della squadra che su questo terreno iniziarono la guerra contro la Serbia il 13 maggio 1990” .
Incisione posta dalle autorità sul muro dello stadio Maksimir di Zagabria.

Federico Mosso
@twitTagli


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