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La grande crisi dei giornali italiani

Creato il 12 febbraio 2013 da Mirkospadoni
Ottocento esuberi, l’addio alla sede storica in via Solferino al civico 28 e la chiusura di circa 10 testate. Numeri impietosi, contenuti nel nuovo piano di riduzione della spesa del gruppo Rcs Media Group. La scelta del gruppo Rizzoli non è né il primo, né l’ultimo caso nel mondo dell’editoria, che vive momenti di grande difficoltà.
Nel triennio 2009 – 2011, secondo i dati raccolti dal ministero del Lavoro, sono state 37 le aziende editoriali cui è stato riconosciuto lo stato di crisi. Ben 1.210 sono stati i giornalisti in cassa integrazione, mentre sono stati 1.091 i lavoratori ai quali è stato applicato il contratto di solidarietà.
Ma la crisi che colpisce il settore dell’editoria e dell’informazione non è un fenomeno prettamente italiano. In Spagna, ad esempio e solo nel 2008, ben 80 pubblicazioni hanno sospeso la loro attività mentre 6.500 giornalisti hanno perso il posto di lavoro.
Sono tanti i fattori che contribuiscono alle difficoltà del settore. Sempre meno lettori acquistano il quotidiano, ad esempio: la diffusione media giornaliera è infatti scesa sotto le 4,5 milioni di copie, diminuendo, in soli cinque anni, nel periodo compreso tra il 2006 e il 2011, di circa un milione di copie. Nel 2008, la vendita dei quotidiani garantiva incassi per circa un miliardo e mezzo di euro. Nel 2011, tre anni dopo quindi, la vendita ha fruttato meno di un miliardo e 300 milioni di euro.
Ma a diminuire, anche in modo consistente, è anche la quantità di denaro che la carta stampa riesce ad ottenere dalla vendita degli spazi pubblicitari. L’incasso prodotto dalla pubblicità nel 2008 superava il miliardo e 400 milioni di euro. Nel 2011, ha garantito incassi per un miliardo e 160 milioni di euro.
In termini percentuali, nel 2010 la raccolta pubblicitaria è calata del 6,7% rispetto al 2010 con i quotidiani che hanno perso il 7,7%. Il trend è quindi decisamente negativo, ma tutto questo perché chi decide di pubblicizzare il proprio prodotto, azienda o servizio, ad esempio, preferisce usare metodi più innovativi, come Internet. Basti pensare che, secondo i dati dell’Osservatorio Fcp Assointernet, nel periodo compreso tra gennaio-novembre 2012, gli investimenti pubblicitari sono aumentati del 7,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Tuttavia, i ricavi pubblicitari non sempre risultano sufficienti “a compensare” le perdite accumulate dalle aziende. Allora c’è chi decide di offrire al lettore dei contenuti a pagamento anche sul web. Una scelta controtendenza, almeno al momento. Anche perché – e nel caso del Corriere della Sera, il comitato di redazione ha ricordato un certo ritardo nella programmazione di una strategia che miri alle nuove tecnologie – non è facile individuare un modello di business di successo. Il caso del New York Times è emblematico: nel 2011 decise di offrire ai lettori solo 20 articoli gratuiti, mentre per leggere il resto della versione online del quotidiano il lettore avrebbe dovuto pagare. Dall’aprile del 2012, gli articoli gratuiti scesero addirittura a 10. Tutto questo non scoraggiò i lettori, anzi. In poco tempo furono sottoscritti circa 450mila abbonamenti. C’è anche chi decide, invece, di puntare sulla creazione di una pubblicazione pensata esclusivamente per i dispositivi mobili come i tablet. Il caso più famoso è quello del The Daily del gruppo editoriale News Corporation di Rupert Murdoch. Tuttavia, l’esperimento non ha avuto successo e dopo due anni di pubblicazioni, il The Daily è stato costretto a chiudere i battenti.
Ma chi non riesce a monetizzare sufficientemente attraverso la vendita di spazi pubblicitari, di abbonamenti online o tradizionali è costretto a ridurre le spese: come il gruppo Rizzoli, per l’appunto.
(Anche su T-Mag)

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