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“La guerra di Tessa. L’è el dì de mort, alegher!” al Teatro Tieffe

Creato il 03 ottobre 2014 da Temperamente

Nasce da un famoso verso di Delio Tessa questa produzione di Tieffe Teatro La guerra di tessa. L’é el dì di mòrt, alégher! Navigli e trincee storie e canzoni della Grande Guerra, in scena dal 2 al 12 ottobre al teatro in via Ciro Menotti 11 di Milano.
Tra le svariate iniziative culturali create ad hoc per commemorare la Prima guerra mondiale, Emilio Russo e Caterina Spadaro scelgono quella a loro più congeniale, una rappresentazione teatrale. E i registi del Tieffe si avvalgono di due collaboratori più che degni, gli attori Marco Balbi e Alarico Salaroli.
Se la forma scelta è quella più congeniale ai due registi e allo spazio, essi hanno comunque cercato di innovarla attraverso una trovata scenica: gli spettatori non siedono ai normali posti del pubblico ma salgono sul palco, ove una tavolata enorme li aspetta. Come se fossimo invitati ad una cena conviviale con gli attori, ci sediamo al loro tavolo per condividere le loro esperienze e ricordi. Sul tavolo imbandito ci sono libroni antichi, vecchie foto in bianco e nero, lettere e cartoline (presumibilmente mandate ai cari nel periodo di guerra), fogli sparsi, tutto un po’ polveroso e centenario.
Qui gli attori narrano i ricordi, decisamente poco felici, delle trincee, delle morti come mosche dei ragazzi partiti dai paesi con l’urlo illusorio e nazionalista “Vado a difendere la patria!”, aiutati dalle parole dei grandi che la guerra l’hanno fatta (in primis i versi di Delio Tessa, ma anche attraverso Emilio Lussu e Carlo Salsa), in cui campeggia anche la splendida canzone scritta da Boris Vian Le diserteur, che in Italia fu tradotta e interpretata da Ivano Fossati e Ornella Vanoni.
Salaroli e Balbi in parte si danno il cambio a raccontar storie e in parte parlano e recitano insieme, proprio come gli anziani quando gli si chiede di raccontar qualcosa. Ad aumentare l’effetto di familiarità, di narrazione storica e collettiva che ci stanno offrendo, c’è Alberto Faregna alla fisarmonica. E per finire, un bicerin de vin per tutti gli astanti insieme ad una minestra calda.
Parlare della Guerra non è facile, specie di una guerra così lontana, come quella del ’15-’18 (come si dice da sempre erroneamente) così “vecchia”, sia per come fu condotta, che per i motivi che l’hanno fatta scoppiare e i sentimenti che scatenava. Che ne sappiamo noi, in fondo, della guerra? Noi apparteniamo a generazioni in cui le guerre sono un sottofondo in tv, con scene tragiche viste da lontano di migliaia di bambini ammazzati perché “per errore” s’è colpita una scuola invece che un obiettivo militare. Niente a che vedere con le trincee fangose, in cui gli uomini si guardavano e si insultavano da una parte all’altra. Forse è per questo che un po’ l’attenzione fatica a restar su per tutto lo spettacolo. Ma il clima che si instaura sul palco è proprio quello che si cercava: un racconto collettivo, una condivisione transgenerazionale, un identico orrore per la stessa cosa, perché seppur i metodi cambiano, c’è poco da stare allegri quando degli uomini muoiono.


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