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LA LEBBRA di Iannozzi Giuseppe – Cap. XXIII

Creato il 23 gennaio 2012 da Iannozzigiuseppe @iannozzi

La lebbra – di Iannozzi Giuseppe

Cap. XXIII

LA LEBBRA di Iannozzi Giuseppe – Cap. XXIII
Lino venne infine dimesso dall’ospedale. Era di nuovo in strada, senza amici, senza speranze e per giunta innamorato di Aidha, una ragazza musulmana e islamica, che con tutta probabilità non avrebbe rivisto mai più. Non poteva però accettare l’idea d’averla persa e per sempre. Doveva pensare, pensare a un modo per rintracciarla, per sapere qualche cosa in più di lei.
Al momento di dimetterlo, Dalla Chiesa gl’aveva ridato indietro il suo sermone; era malconcio, ma intonso non lo era mai stato. Se lo cacciò in tasca, senza però badarci troppo. A dire il vero adesso quel diavolo di libro gli pesava e non era più sicuro che gl’avesse raccontato tutta la verità. Raccolse invece fra le mani, con molta più religiosità, quella che era la sua cartella clinica. Dalla Chiesa gl’aveva grossomodo spiegato che i problemi di salute erano passati senza lasciare sconvenienti tracce, in pratica non avrebbe avuto problemi immediati, poteva dirsi dunque guarito al cento per cento. Per gli attacchi di panico gli aveva consigliato di andare in un ambulatorio dispensato dal Servizio Sanitario nazionale, affinché esaminassero il suo caso. Lino azzardò di chiedere di Gabriele, ma il primario gli rispose in maniera vaga, rassicurandolo che Gabriele era via, in vacanza. Con il sermone cacciato nella tasca posteriore dei pantaloni, si alzò dalla sedia dov’era stato fatto accomodare dal dottore. Gettò un’occhiata all’intorno, alle pareti bianche e scabre: l’ufficio era spartano, forse fin troppo, non c’erano crocifissi né quadri alle pareti, solo un calendario, un carrello per i medicinali, la scrivania, il ricettario e poco altro. Era lo studio di un medico.
Quel giorno Dalla Chiesa gl’apparve più umano del solito, quasi felice. Per gli attacchi di panico gli prescrisse delle pillole, raccomandandosi però d’andare quanto prima in un ambulatorio convenzionato. Lino gli confessò di non avere un solo spiccio in tasca. Il dottore gli restituì un sorriso e subìto gli cacciò in mano due pezzi da cento, duecento euro, più di quanto avesse mai visto Lino in vita sua in un’unica botta. Balbettò emozionato. “Non è molto, lo so, è per far fronte ai primi giorni…”, disse Dalla Chiesa, quasi scusandosi.
Lino non sapeva che dire, tanta prodigalità non gl’era mai caduta così dal cielo. Il dottore trafficò tra i cassetti tirando fuori due blister: “Questo è l’ansiolitico che le ho prescritto. Per qualche giorno è a posto. Mi raccomando, non ne abusi. Prenda una compressa soltanto, in caso di necessità”. Gli strinse poi la mano, con energia, congedandolo.

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