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La logica del supermercato

Da Kelidon @kelidonphoto
Picture "Il bottegone è una stanza enorme senza finestre, con le luci giallastre sempre accese a illuminare le cataste di scatole colorate. Dal soffitto cola una musica calcolata per l'effetto ipnotico, appesi al muro ci sono specchi tondi ad angolazione variabile e uno specialista, chiuso chissà dove, controlla che la gente si muova, compri e non rubi [...]. Nessuno dice una parola, tanto il discorso sarebbe coperto dalla musica e dal continuo chiacchierare delle calcolatrici". Vi ricorda niente? E' il tipico supermarket del XXI secolo, o no? Però questo brano è tratto da un libro del 1962 (Luciano Bianciardi "La vita agra")! E' proprio giunto il momento di rileggerselo, Bianciardi, con le sue tirate anticonsumistiche! Oggi che siamo definitivamente degradati dal rango di cittadini ed esseri umani a quello di clienti e consumatori, oggi che il denaro è l'unico metro di tutto e solo sulla base di ciò che possiede si valuta un uomo o una donna, oggi Bianciardi è di drammatica attualità. Nel libro, d'altra parte, c'è posto anche per la fotografia, quella che andava forte all'epoca, ovviamente, i reportages di stampo sociale. Ecco così delinearsi la figura di Carlone: "siccome al liceo andava bene in italiano, era venuto su con l'idea di farsi giornalista, ma poi qualcuno gli consigliò, proprio per via della sua mole e della pratica del gioco del rugby, di scegliere invece il fotoreportaggio, un mestiere che richiede buone spalle, se vuoi farti largo nella calca e scattare il flash al momento buono. Carlone aveva accettato, e adesso lo vedevo, rincasando, steso sul letto a sfogliare vecchi numeri di Life: così, diceva, per trovare un'idea, uno spunto [...]. I servizi ciascun fotografo doveva cercarseli da sé, girando per le redazioni, inventarli, con la speranza che poi qualcuno li comprasse [...]. Idee Carlone ne aveva: ogni tanto pigliava il treno, diretto a Genova, a Venezia, oppure alla campagna romagnola [...]. Rientrava dopo un paio di giorni con la faccia stanca, perché le notti le passava alla sala d'aspetto della stazione, per risparmiare". C'è in queste poche righe, tutta l'atmosfera di un tempo che è stato e oramai non è più. In alcuni casi per fortuna (dormire nella sala d'aspetto delle stazioni ferroviarie non è il massimo!), ma il più delle volte c'è da dire: purtroppo. Purtroppo oggi il fotoreportaggio è pressoché morto e quella parte che sopravvive è oramai in buona parte allineato alle esigenze della committenza, e si concentra su storie trite e ritrite, senza alcuno slancio poetico, senza emozioni, senza partecipazione. Nell'era del digitale e della televisione le informazioni viaggiano rapide, troppo rapide. Chi si fermerebbe a guardare delle belle e tragiche foto sullo schermo dell'iPad? Scorrere, scorrere! I pochi eroi che ancora tengono duro sono come i panda, andrebbero protetti e coccolati, non presi a calci in culo nelle redazioni dei giornali! Il bello è che ti spacciano tutto questo per democrazia: è democratico che le foto "importanti" di un evento le facciano i cittadini (i cosiddetti Citizens!) grazie al loro ultimissimo modello di fotofonino (manca solo che si veda per bene la marca, che un po' di pubblicità non guasta), è bello e democratico che grazie alle fotocamere digitali chiunque possa diventare un fotografo, che dico un fotografo: un fotoreporter! Evviva la democrazia! Ma chissà, forse è giusto così: è come nel ciclismo, no? Perché battersi alla pari soffrendo in salita come Coppi, Girardengo o Bartali, quando con un "aiutino" è possibile fotterli tutti? E allora: chi si metterebbe a ragionare su quale servizio realizzare in un luogo remoto e scomodo, rinunciando per di più al letto di un lussuoso albergo, quando è possibile guadagnare bene fotografando un calciatore del Milan che si spupazza una delle figlie miliardarie di Berlusconi? Ma verrà forse un giorno, sognava il Bianciardi, in cui "scomparsa la carta, non avremo né moneta né giornali né libri. Perciò, trasmettendosi le notizie di bocca in bocca, noi non sentiremo né le false né le superflue. Senza libri, la letteratura dovrà tramandarsi per tradizione orale, e la tradizione orale non potrà non scegliere i soli capolavori". Ma, tranquilli, non credo sarà tanto presto (in fondo 50 anni sono già trascorsi invano). Per ora, godetevi pure tutte le cazzate che i mass media ci propinano...

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