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La Morte del Sabato Sera

Creato il 30 novembre 2010 da Danielevecchiotti @danivecchiotti

La Morte del Sabato Sera

foto:flickr

Nell’epoca della mia preadolescenza, sul finire degli anni ’80, ogni sabato sera sognavo di scappare dalla finestra e andare a ballare come facevano i ragazzi “grandi” (vicini di casa diciottenni o poco più) che, inevitabilmente, a quell’età assumono le sembianze di miti e di punti di riferimento comportamentali.
Impazzava la discomusic di stampo italico, allora, e io consumavo le musicassette della Baby Records fantasticando di diventare un disc-jokey e di passare notti folli facendo scatenare migliaia di quelle schiere di ragazzi fichissimi e “troppo giusti” che si vedevano a Deejay Television.
Ovviamente però già alle venti e trenta i miei scenari da boogie nights si rivelavano per le chimere che erano, così mi infilavo un pigiamone di flanella e finivo sul divano di casa a guardare “Fantastico” con Baudo, la Cuccarini e il trio Lopez-Marchesini-Solenghi, aspettando che il tempo facesse il suo corso e che venissero anche per me i giorni dell’indipendenza e delle luci psichedeliche.
In effetti poi quella fase è arrivata, e, memore del desiderio forte e di quella sensazione di attesa, tra i venti e i trenta non mi sono negato nulla (o quasi) di quella vida loca tanto bramata da bambino.
Adesso però ho tre volte gli anni che avevo quando pucciavo biscotti nel tè davanti al programma abbinato alla Lotteria Italia, e, proprio grazie al fatto di essermi tolto tutte le curiosità, gli appetiti e gli sfizi, ogni volta che di sabato, rientrando a casa con le borse della spesa alle sette di sera, mi imbatto in qualche gruppetto di gggiovani che fanno progetti per le follie della notte imminente, avverto un senso di orticaria, di rifiuto, di noia per un cosmo che ho ben conosciuto e che, proprio per questo, non mi interessa più.
Così mi succede di sentirmi nascere dentro un languore diametralmente opposto a quello che agitava la mia pubertà, e di bramare follemente un bel programma televisivo che mi dia la scusa per buttarmi sul sofà con una bevanda calda, i calzettoni di lana pesanti e il trasgressivissimo progetto di godermi un bello show senza dover uscire nel freddo del mondo esterno.
Peccato solo che, ahimé, vent’anni non siano passati senza lasciare traccia nello stile e nella qualità dell’entertainment televisivo e che sabato scorso, dopo essermi comodamente adagiato sul divano e armato di telecomando, mi sia ritrovato di fronte alla totale impossibilità di guardare alcunché. Raiuno proponeva una qualche replica di Don Matteo (e il problema, ovviamente, non sta nel fatto che si trattasse di replica, ma proprio nella fiction in se stessa). Raidue mandava in onda due non meglio precisate serie televisive statunitensi, di quelle fatte con lo stampino e, chissà come, al contempo prevedibilissime nella trama eppure incomprensibili. Canale 5 peggiorava ulteriormente la situazione, facendo cantare le canzoni di X Factor ai bambini di Bonolis nello studio della Clerici. Un ensemble di dejà-vu e mancanza di idee da far impallidire persino il direttore editoriale della Collezione Romanzi Harmony.
Su Rete 4 non so: il mio televisore si rifiuta di sintonizzarsi su una frequenza su cui abbondi la faccia di Emilio Fede; Italia Uno trasmetteva un film natalizio, che volendo accontentarsi sarebbe anche andato bene, per una serata easy come quella che sentivo la necessità di trascorrere, ma in tempi di streaming e video on demand non è che uno sia più abituato a vedere spot pubblicitari ogni sette minuti, e il mio sistema nervoso ne avrebbe subito pesantissime conseguenze.
Insomma ho rimpianto in maniera struggente quei vecchi show del sabato sera che allora mi sembravano roba borghesuccia per anziani, e che invece oggi – essendomi io trasformato in una specie di borghesuccio anziano – farebbero perfettamente al caso mio. Le sigle lunghe coi titoli di testa infiniti, i cantanti veri come ospiti d’onore, i balletti e gli sketch comici. Il sabato sera di una volta, insomma. Quello che, a suo modo, poteva trasformarsi in un piccolo evento anche se avevi cinquant’anni e non programmavi un’uscita folle per i clubs.


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