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La paura di volare

Creato il 29 dicembre 2015 da Olga

Ho paura di volare. Ho paura di stare chiusa in un posto per un tot di ore. Seduta. Non avere scelta.

Ho dovuto prendere un volo fino a Singapore. Da Milano sono 11 ore e 30. Se avessi saputo quello che mi attendeva, non l’avrei mai fatto. Appena sono entrata in aereo ho detto: ok, adesso me ne vado. Ma non ho potuto farlo, allora mi sono riempita di gocce ansiolitiche. Mi sono detta: ora dormirò. Non ho dormito. Ho preso del vino. Mi sono ubriacata. Mi sono detta: ora dormirò. Non ho dormito. Sono passati 45 minuti. Ho letto “Confessioni di un italiano”. Era solo la prima ora di volo. Eravamo a cavallo tra il 1800 e il 1900. Mi sono detta: la prosa di Nievo mi cullerà verso qualche ora di sonno. Non ho dormito. Erano gli anni dell’Ottocento.

Così ho trascorso le mie 11 ore con gli occhi a palla, ascoltando sempre la stessa lista di musica (Pink Rabbits, Death with dignity, Morning, Can’t you tell, Girl from the North Country, Heaven can wait – e altre 70 canzoni), guardando un solo film senza sottotitoli, (“Paperboy”, con Mecconaga e una scena in repeat di lui che si mangia una fetta di torta al cioccolato: volevo eccitarmi. Inutile).

Ho lasciato maturare e crescere in me l’emicrania, che sulla terra ferma si chiama jet lag. A un certo punto ho cominciato a guardare lo schermo che si trovava proprio davanti ai miei occhi e mi indicava il percorso in tempo reale, con quanto mancava alla fine. Ho fatto considerazioni di astronomia e geografia, quella tipologia che dici: “E’ stato utile fare il liceo scientifico”. Quella tipologia che dici. “E’ stato veramente molto utile fare il liceo scientifico”.

Sto volando sull’aria e l’aria è materia. Sono al chiuso ma siamo destinati a stare al chiuso: lo stesso orbe terracqueo è uno spazio chiuso. La vita è uno spazio chiuso. L’ufficio che frequento tutti i giorni è chiuso e in più ha le luci al neon, come gli ospedali e gli anni ‘90 ai quali si aggiungono le poltrone verdi. Ho cominciato con le dita a marcare le distanze tra varie destinazioni sullo schermo per capire se erano più o meno di 11 ore. “Le elementari e il goniometro sono stati utili”.

Singapore Houston. Singapore Tokio, Tokio Milano. Las Vegas Sidney. E via dicendo. Non sono riuscita a separarmene. Ho passato TUTTO il viaggio a guardare uno schermo con una piccola linea che lentamente avanzava verso Singapore. Sono passata da Tbilisi, da Kabul, da città indiane che non so se esistano, molto lentamente. Ma dentro di me ho ripercorso tutta la scuola dell’obbligo. Ne ero così affascinata che ho fatto anche un servizio fotografico di quello schermo (ho pubblicato qui una piccola foto).  A un certo punto per fare una pausa dal percorso che era stancante, mi sono alzata e mi sono messa a fare yoga.  Quando ho capito che lo spazio per fare yoga non c’era, ho preso altre gocce e mi sono seduta di nuovo. Ho bevuto ancora. Ho speso mille euro di roaming per scrivere a mia sorella: “Anna, ho bevuto del vino e ho pensato alla materia”.


Ma sono arrivata. E fuori era l’Asia, l’afa e un taxi. Un posto come tanti altri, solo che non accettava la mia carta di credito. La mia anima era ancora a Milano, e come da lì a poco mi avrebbe detto un amico, quella distanza, quella discronia, quella cosa lì, si chiamava jet lag.


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