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La riprogettazione della mappa del vicino oriente

Creato il 12 settembre 2012 da Eurasia @eurasiarivista

:::: Claudio Gallo :::: 12 settembre, 2012 ::::  LA RIPROGETTAZIONE DELLA MAPPA DEL VICINO ORIENTE

Jeremy Salt è professore di Storia e Politica del Medio Oriente all’Università di Bilkent presso Ankara. Il suo libro La distruzione del Medio Oriente è un brillante resoconto degli ultimi cent’anni di storia della regione, libero da clichés “orientalisti”. Abbiamo chiesto al Professor Salt di dare una spiegazione all’attuale trasformazione del Medio Oriente includendo l’intricata questione curda. I Curdi in Siria, Iraq, Iran e Turchia non smettono di parlare dell’emergere di un Grande Kurdistan.

 

Claudio Gallo: Il Presidente Siriano Bashar al-Assad ha dato carta bianca ai Curdi del nord della Siria. Questo potrebbe essere il casus belli per un conflitto con la Turchia?       

Jeremy Salt: Sarebbe eccessivo dire che Assad ha dato carta bianca ai Curdi in Siria. Sarebbe piuttosto più verosimile che, nel caos completo diffusosi in tutto il paese, non sia riuscito a impedir loro di prender controllo delle aree curde vicino al confine turco. Di sicuro non vuole aprire un fronte contro i Curdi mentre cerca di fermare i gruppi armati.

Se questo possa diventare un casus belli dipende dalla lettura che il governo turco deciderà di dare della situazione; di sicuro si trova in allarme dinanzi alla prospettiva di una enclave di Curdi nel nord della Siria, che rafforza la possibilità di creare un “Grande Kurdistan” nel prossimo futuro. Queste complicazioni potevano essere previste, ma a quanto pare non furono vagliate quando la Turchia decise di contrastare il governo siriano, più di un anno fa.

 

CG: Ankara sta tenendo un filo diretto con l’amministrazione curda irakena, sorpassando Baghdad. Per Lei qual è l’obiettivo della diplomazia turca?

JS: Al momento è difficile interpretare le azioni della diplomazia turca o capire quale obiettivo intenda raggiungere l’attuale politica regionale. Se guardiamo alla politica turca fino all’inizio del 2012, possiamo vedere che la politica del “soft power” e dello “zero problems” (per le quali aveva spinto il ministro degli esteri Ahmet Davutoglu) avevano funzionato. La Turchia aveva forti relazioni di cooperazione con i propri vicini ad oriente e il risultato della decisione di operare per il “cambio di regime” in Siria ha sconvolto ogni cosa.

Gli Stati Uniti e gli Stati del Golfo saranno sicuramente grati alla Turchia per il ruolo centrale che sta svolgendo nella campagna per far cadere il governo siriano, ma i costi per la Turchia sono stati enormi. Oltre alla completa rottura con Damasco le relazioni con l’Iraq e l’Iran sono state indebolite e così la Turchia si è messa in contrasto con la Russia.

Tutto ciò poteva esser previsto un anno fa, quando venne fuori la volontà di contrastare il governo di Damasco, che detiene forti relazioni con l’Iran, che fornisce installazioni portuali alla flotta russa e che ha anche avuto dei legami profondi con la Russia/URSS per metà del secolo scorso.

L’Iraq si è sempre opposto, fin dall’inizio, alla politica turca in Siria. Forse perché in parte l’Iraq risente ancora delle conseguenze dell’intervento armato occidentale nel 2003 e in parte perché la Turchia ha sviluppato delle relazioni con il governatorato curdo nel nord a spese delle relazioni con l’Iraq.

La Turchia ha strette relazioni commerciali col nord dell’Iraq; si potrebbe supporre che questa posizione sia dettata dal commercio, dal petrolio e dall’importanza strategica del nord curdo per la sua alleanza con l’Occidente e gli Stati del Golfo contro Siria ed Iran.

Bisogna ricordare che più del 60% degli Irakeni sono sciiti; l’elemento settario nella politica irakena è stato portato in superficie dagli attacchi quotidiani agli Sciiti e dalle accuse fatte al vicepresidente Tareq al-Hashimi, musulmano sunnita, di organizzare “squadre della morte” antisciite. Hashimi si trova ora fuori dallo Stato e il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan è tra coloro che si sono alzati in sua difesa.

 

CG: L’indipendenza è nell’agenda degli obiettivi del Presidente della regione curda Massud Barzani? 

JS: Il Governatorato curdo dell’Iraq è già indipendente in tutto, tranne che sulla carta; ha un forte esercito ufficialmente descritto come “forza di sicurezza” ed ha una propria linea di condotta politica indipendente dalla volontà del Governo di Baghdad. Una dichiarazione d’indipendenza, probabilmente, è solo questione di tempo e di trovare le circostanze adatte.

Barzani non ha mai tenuto segreta la sua veduta, secondo la quale una grande parte orientale dell’Anatolia sarebbe in realtà il “Kurdistan Occidentale”. L’inglobamento di tutto questo territorio in uno “Stato curdo” sarebbe il suo obiettivo finale. Tutto ciò rende difficile comprendere le relazioni fra la Turchia e il Kurdistan del Nord e le spese per le relazioni con il governo centrale dell’Iraq.

Da ultimo i Curdi metteranno il loro interesse in primo piano. E’ una questione sottolineata quando Barzani ha recentemente fatto da mediatore in un colloquio con i Curdi siriani, spingendoli verso una riconciliazione. Dal momento che i Curdi siriani includono una fazione vicina al PKK (Partito dei Lavoratori Curdi), il primo ministro turco si era infuriato.

La Turchia è ora in stato di allarme per il “risveglio” dei Curdi siriani.

 

CG: La caduta di Assad in Siria potrebbe essere il punto d’inizio per la creazione di uno stato curdo?

JS: Le ripercussioni del collasso dello Stato siriano sarebbero sconvolgenti e nessuno potrebbe effettivamente prevedere cosa verrebbe fuori dalle rovine. Per il momento un tale collasso non un obiettivo ed è probabile che neppure i nemici del Governo siriano desiderino qualcosa di simile, a causa dell’imprevedibile effetto che potrebbe conseguirne.

Potrebbero volere un governo compiacente in carica, ma non desiderano un caos che potrebbe minacciare i loro interessi in tutta la regione. Uno stato curdo era sorto in Iraq in seguito all’invasione e all’occupazione del 2003, e non è accettabile che ciò si ripeta in Siria.

 

CG: L’Iran sta giocando la carta “curda” contro la Turchia?

JS: Questi Stati hanno sempre giocato le loro carte l’uno contro l’altro. E’ quella che si chiama diplomazia. Sia Iran che Turchia hanno un problema curdo che i governi possono sfruttare, sia dentro sia fuori della regione, come hanno fatto in passato. Per entrambi gli Stati sfruttare il “problema curdo” potrebbe però comportare rischi di ripercussioni.

Non ci sono prove che indichino che l’Iran stia usando la “carta curda” contro la Turchia, a meno che non mi sia perso qualcosa. Il pericolo più grande arriva dalla parte settentrionale dell’Iraq, dove il PKK e la sua controparte di Curdi iraniani mantengono basi operative.

È dall’Iraq e non dall’Iran che i militanti curdi – terroristi secondo il governo turco – hanno operato tradizionalmente contro la Turchia.

 

CG: Sembra che siamo tornati alla “distruzione” dell’Impero Ottomano dell’inizio del XX secolo. Pensa che il parallelo sia corretto?

JS: Ciò che possiamo vedere dietro alle immediate scene d’orrore in Siria è il tentativo più esplicito di dare una nuova forma al Medio Oriente a partire dalla Prima Guerra Mondiale. Il trattato Sykes Picot del 1916 aveva stabilito i parametri geostrategici del moderno Medio Oriente; ora però il modello ha smesso di funzionare per i poteri imperiali/post-imperiali e per i loro alleati nella regione.

Abbiamo passato molte fasi, ma fino ad ora lo Stato nazione ha sopportato la tensione cui è stato sottoposto. Tra queste fasi ricordiamo la guerra di Suez del 1956, l’attacco israeliano ad Egitto e Siria del 1967 sostenuto dall’Occidente e il tentativo di Israele di instaurare un governo fantoccio in Libano. Il centro dell’attenzione è quella che era chiamata “Mezzaluna Fertile”; ai giorni nostri è la zona dove si trovano Iraq, Siria, Libano e Israele/Palestina.

L’intera regione si presterebbe ad un vero e proprio collasso etnico-religioso nel caso in cui “l’Occidente” facesse il primo passo.

L’invasione dell’Iraq è stata seguita dalla distruzione dell’Iraq come Stato unitario. La costituzione scritta a Washington (così come le costituzioni di Iraq ed Egitto furono scritte rispettivamente nel 1920 e nel 1930 a Londra) ha trasformato uno Stato secolare in uno Stato con basi confessionali e settarie. Si è venuto a creare un governo centrale debole ed è stata stimolata la crescita di un governatorato curdo nel nord, sempre più potente. Affidando il futuro di Kirkuk ad un referendum (ancora da tenere), è stata promossa una vera e propria guerra demografica che sta avendo luogo dal momento che i Curdi stanno cercando di ottenere i numeri a proprio favore, sia dentro sia fuori della città.

La Siria si presta allo stesso processo di separazione etnico-religiosa, se lo Stato verrà portato al collasso. Nel 1918, le potenze imperialiste divisero il Medio Oriente secondo un criterio che all’epoca era loro favorevole. Adesso stanno nuovamente progettando e riprogettando la mappa, solo per renderla favorevole ai propri interessi. Non è un caso che questo programma coincida alla perfezione con i piani strategici a lungo termine di Israele.

Russia e Cina sono pienamente consce di ciò che sta accadendo, ragion per cui la situazione attuale potrebbe essere vista come un’estensione nel XXI secolo della “Questione Orientale” o del “Grande Gioco” tra Russia e Gran Bretagna. Certamente il risultato della lotta per la Siria darà forma al futuro del Medio Oriente per molto tempo. In ogni caso gli attori locali si considerano come le sole pedine all’interno del gioco.

 

Claudio Gallo è redattore delle notizie dal mondo per il quotidiano italiano “La Stampa”.


(Traduzione di Marco Nocera) 

 

FONTE: http://atimes.com//atimes/Middle_East/NH31Ak01.html

 


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