La Ruota della Vita nel Villaggio dei Mulini

Da Giovannipelosini

Vi racconto un sogno che ho fatto ad occhi aperti davanti a uno schermo, uno dei Sogni che Akira Kurosawa narrò nel 1990: un sogno sul mondo che era e che potrebbe essere, sull’umanità perduta e ritrovabile, sulla semplicità e la straordinarietà della vita, sulla ruota della vita che gira eterna.

Un giovane uomo cammina nel bosco con lo zaino da escursionista e attraversa un ponticello di legno su un allegro torrente. La pace del luogo subito lo cattura. La primavera inoltrata è tiepida, gli uccelli cantano e le fronde degli alberi si muovono dolcemente alla brezza della valle, sette bambini attraversano il ponte, raccolgono dei fiori, e li depongono su una pietra. Il giovane osserva alcune grandi ruote di mulini ad acqua che girano. Sulla riva, presso un mulino di legno è seduto un vecchio con un cappello di paglia che sta aggiustando con gesti misurati e tranquilli una ruota di legno e bambù del mulino.

«Buongiorno», lo saluta educatamente il giovane. Ma l’anziano non si accorge di lui.

«Buongiorno», ripete a voce un po’ più alta. E finalmente il vecchio solleva la testa dal lavoro e risponde: «Buongiorno a lei!»

Il giovane chiede: «Come si chiama questo villaggio?»

E il vecchio, continuando a riparare la ruota: «Eh, proprio un nome non ce l’ha. Per noi è solo il nostro villaggio… C’è qualcuno che lo chiama il Villaggio dei Mulini.»

Il villaggio che non ha neanche un nome e che sembra essere uscito dal passato incuriosisce il giovane escursionista, che si guarda intorno e chiede: «E gli abitanti dove vivono? Tutti qui?»

«No, vivono anche in altri posti.» È l’ovvia e semplice risposta, mentre il giovane si accorge che all’interno del mulino c’è una vecchia lampada ad olio.

«Non avete la corrente elettrica qui?»

«Non ne abbiamo nessun bisogno noi. La gente si abitua troppo alle comodità. Pensa che le cose comode siano le cose migliori. E così scartano le cose buone davvero.»

«Cosa usate per farvi luce?»

«Abbiamo candele, e l’olio di semi di lino.»

Il giovane si siede accanto al vecchio che lavora, e continua a chiedere: «Non vi disturba il buio di notte?»

Ancora una volta la risposta del vecchio è spiazzante in tutta la sua ovvia e semplice verità: «Ma deve esserci il buio di notte! Se la notte fosse lucente come il sole, bell’affare! Bell’affare una notte tanto chiara da nasconderci le stelle! La vorresti?»

Il ragazzo si gratta la testa e pensa di essere davvero in un altro mondo. Forse attraversando il ponticello sul torrente ha varcato i limiti della dimensione ordinaria, e ora si trova nel Paese dei Sogni. Certo, i ragionamenti del vecchio sono perfetti nella loro semplicità, ma chissà se funzionerebbero anche nel suo mondo: «Qui intorno vedo tante risaie, ma sembra che non usiate macchine da semina né da raccolta.»

«Non servono mica quelle cose,» risponde tranquillo il vecchio, «noi per quello abbiamo i cavalli, abbiamo i buoi…»

«E cosa usate come combustibile per scaldarvi?»

«Più che altro usiamo la legna. A noi non sembra giusto tagliare gli alberi… e poi ne cadono abbastanza da sé, perciò spacchiamo quelli e con quelli facciamo il fuoco. Se poi con quegli alberi facciamo il carbone, ne bastano pochi in un boschetto per avere tanto calore quanto ne dà una foresta. Così… anche lo sterco di vacca è buono per fare il fuoco.»

A questo punto il giovane sorride. Pazienza se si trova in un’altra dimensione: la conversazione è piacevole e sembra avere un senso; il luogo è bellissimo e allietato dallo scorrere dell’acqua, dal muoversi delle foglie sui rami, dal cinguettio degli uccelli.

Il vecchio continua a sistemare la ruota, ma comprende che quel ragazzo ha un sincero desiderio di capire, e allora comincia pazientemente a spiegare la semplice filosofia di vita del villaggio: «Quello che cerchiamo di fare è vivere in modo naturale, come del resto aveva sempre vissuto prima la gente. Oggi le persone si stanno scordando il fatto che anche loro fanno parte della natura come tutto il resto. Gli esseri umani devono la loro vita alla natura, però la trattano senza nessuna considerazione;» continua con tono tranquillo e pacato, «sono convinti di poter creare qualcosa di meglio, loro. Specialmente i signori scienziati. Magari hanno delle intelligenze superiori, ma il male è che ignorano completamente quello che c’è nel profondo del cuore della natura. E inventano solo… solo cose che alla fine rendono la gente infelice; e sono orgogliosi delle loro invenzioni. E quello che è peggio è che… la maggior parte della gente dà un grande valore a quelle invenzioni e le considera come se fossero dei miracoli; e adorano quelli che le hanno fatte.»

Il giovane ascolta in silenzio, pensa a tutti i problemi che accompagnano le “comodità” della sua vita quotidiana nel mondo “civile” da cui proviene, ma il vecchio, sempre con il suo modo pacifico, continua a esprimere il suo pensiero: «E non si rendono conto che quelle cose guastano la natura, e di conseguenza anche loro, alla fine, saranno distrutti… Non occorrono gli scienziati per dirci che le cose più necessarie alla nostra vita sono l’aria e l’acqua pulite. È proprio come per noi gli alberi e il verde… Però la gente continua ad avvelenare tutto… a perdere tutto allegramente. L’aria e l’acqua inquinate stanno uccidendo ogni cosa che renda la nostra vita degna di essere vissuta.»

Il giovane non può replicare perché sente che quella è proprio la verità; in quel villaggio almeno quella sembra essere l’unica verità possibile. Le ruote dei mulini girano senza posa a scandire un tempo ciclico lontano dal tempo di quello che ancora considera il mondo “reale”. Guarda il giallo brillante degli iris palustri sulla riva e ricorda i sette bambini che coglievano fiori per deporli sulla grande pietra presso il ponte sul ruscello. Gli era parso un curioso gioco, e chiede al vecchio il senso di quel comportamento.

«Ah, glielo dico,» risponde subito cordiale il vecchio, «questa è una storia che mi ha raccontato io padre quando era vivo. Tanti anni fa un viaggiatore, sconosciuto, preso da un male improvviso, chiuse gli occhi per sempre proprio in quel punto. I paesani ne ebbero pietà, ma erano troppo poveri per comprare una lapide: allora presero una pietra, quella che ha visto, e su quella offrirono fiori invece di incenso. E così quell’usanza si è conservata ed è arrivata fino ad oggi. E non sono solo i bambini, è tutta la gente del villaggio che mette i fiori su quella pietra; però sono pochissimi quelli che conoscono questa storia.»

A quel punto i rumori della natura sono interrotti dal suono allegro di tamburi in lontananza, e il giovane chiede: «Oggi è giornata di festa?»

«Eh?» Il vecchio impiega un po’ di tempo e deve mettere la mano all’orecchio per sentire, «Nooo, quello è un funerale!»

Questa volta lo stupore del giovane è davvero grande: tamburi a festa per un funerale? Ma il vecchio spiega ancora con pacatezza e pazienza.

«Eh, senta… questo potrà anche stupirla, ma qui un funerale è un’occasione di congratulazioni. Una persona vive onestamente, lavora sodo, e quando muore ci si congratula per la sua buona vita. In questo villaggio noi non ci possiamo permettere di avere né un tempio né un sacerdote; i paesani si riuniscono e tutti insieme trasportano il morto su al cimitero, in vetta alla collina. Certo che quando muore un bambino o un giovane è un’altra cosa: allora è ben difficile fare congratulazioni. Ma per fortuna la maggior parte degli abitanti del nostro villaggio, per la vita naturale che fa, se ne va quando è il momento giusto per andarsene. Questo funerale è per una donna. È vissuta 99 anni, e tranquilla ci ha lasciato. Mi scuserà, ma devo salutarla perché devo andare anch’io al funerale.»

Ciò detto si alza, mostrando un fisico asciutto e in salute, malgrado i movimenti un po’ rigidi siano quelli tipici degli anziani.

«Vede, quella… quella donna è stata il primo amore della mia vita. Mi spezzò il cuore e mi lasciò. E sa perché mi lasciò? Per diventare la moglie di un altro.» Entra dentro il mulino, che è anche la sua semplice abitazione ridacchiando e quasi canticchiando al tempo dei tamburi che si stanno avvicinando.

Il giovane prova molta simpatia e sorride.

Intanto lungo il sentiero si snoda un corteo variopinto e vivace, con la banda di suonatori, i danzatori con i campanelli, i bambini che spargono fiori, e quattro uomini che portano la bara sulle spalle.

Il vecchio esce con una tunica rossa senza maniche sulla stessa veste che aveva prima e con lo stesso vecchio cappello di paglia. Nella mano destra tiene un campanellino. Il giovane lo guarda non senza ammirazione e infine gli chiede: «Mi perdoni, lei quanti anni ha?»

«Io? Ho 100 anni, più 3! Eh… dovrei già prepararmi a lasciare le spoglie mortali. »

Si avvia quindi verso il corteo, ma poi si ferma, si volta verso il ragazzo con autentica compassione per donargli un’ultima perla di saggezza, quasi una confidenza: «Senta, si dice spesso che la vita è difficile, è dura, eccetera. Questa è solamente una posa dell’essere umano. La verità è una sola: la vita è bella! Più che bella! Entusiasmante!»

Ciò detto si china a cogliere un fiore e, con le braccia alzate a mostrare fiore e campanello, va a mettersi alla testa del corteo, proprio davanti ai bambini che spargono petali di fiori nell’aria e sul sentiero. Tutti si muovono a tempo di musica, con i campanelli, le grida festose e gli strumenti che scandiscono il ritmo.

Il giovane osserva il corteo festoso che si allontana e rimane qualche istante sulla riva, con le ruote dei mulini che girano senza posa.

Sta per riattraversare il ponticello e tornare nel suo mondo, ma prima coglie un paio di fiori gialli sulla riva e li mette sulla pietra insieme agli altri.

La ruota della vita gira, semplicemente gira.

Giovanni Pelosini


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