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La saga esitante di un partigiano dimenticato

Creato il 25 aprile 2012 da Gadilu

La saga esitante di un partigiano dimenticato

Ci piacerebbe festeggiare questo 25 aprile con un quesito. I partigiani sudtirolesi, se qualcuno di loro fosse ancora vivo, come si comporterebbero, cosa direbbero vedendo i tricolori al vento e udendo le grandi parole che celebrano la “liberazione” del territorio nazionale dall’oppressione nazifascista? Domanda insolita, e comunque eccentrica rispetto all’immagine stereotipata della resistenza che in Italia ha assunto due profili contrapposti: da un lato l’azione coraggiosa e necessaria di un gruppo di uomini (e di donne) che esprimevano un sentire collettivo; dall’altro quella di bande irregolari colpevoli di mettere a repentaglio l’incolumità dei cittadini per preparare un colpo di stato. Estremizzazioni, certo, anche se si tratta di cose che pure sono state dette molte volte. Ma i partigiani sudtirolesi? Che cosa racconterebbero in un giorno come questo, chiediamo di nuovo, e soprattutto chi erano?

Una risposta potrebbe darsi al modo di un “avvicinamento”. Avvicinarsi a qualcosa significa sondare il terreno, riconoscere la direzione, rimanendo tuttavia insicuri di cogliere in modo definitivo l’obiettivo che ci si è proposti di raggiungere. Anche se quell’obiettivo consiste magari in ciò che ci è più proprio.

La parola “Annäherung” apre un bellissimo saggio in prosa scritto da Waltraud Mittich su Hans Egarter appena arrivato nelle librerie grazie all’editore Raetia di Bolzano. Hans Egarter: prima oppositore alla propaganda per il trasferimento della popolazione locale nei territori del Reich, e poi, dopo l’otto settembre del 1943, impegnato in una delle pochissime formazioni partigiane (l’Andreas Hofer Bund) che qui cercarono di operare disgiungendo la fedeltà ai valori della Heimat dall’accettazione dell’ottusa idea di “tedeschità” propagata dai nazisti. Una storia a lungo dimenticata, la sua, perché una volta richiusa in fretta la ferita della guerra, anche la coscienza del recente passato doveva acquietarsi sgravandosi da troppi sensi di colpa (ammesso che venissero riconosciuti come tali).

Du bist immer auch das Gerede über dich (tu sei sempre anche la chiacchiera su di te, questo il titolo del libro di Mittich) prende forma in una scrittura ad un tempo fluida e spezzata, fatta di voci quasi bisbigliate e salvate dalle distorsioni accumulatesi come un muro di pietre attorno al lago nero del nostro oblio (“In den Flüssen nördlich der Zukunft werf ich das Netz aus, das du zögernd beschwerst mit von Steinen geschriebenen Schatten”: Nei fiumi a nord del futuro io lancio la rete che tu esitante aggravi con ombre scritte da pietre, ha scritto una volta Paul Celan).  E lo fa con un passo leggero di donna che evoca una “saga” appena accennata, in vista di un successivo completamento: “Erst wenn das Eigene erfunden ist, kann es die großen Erzählungen geben”.

Corriere dell’Alto Adige, 25 aprile 2012 (Pubblicato col titolo “Hans Egarter e i partigiani sudtirolesi”)


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