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La strana storia dei tre coloni israeliani rapiti

Creato il 18 giugno 2014 da Rodolfo Monacelli @CorrettaInforma

A seguito del “rapimento” dei tre coloni israeliani, Israele ha richiamato i riservisti, arrestato più di 100 palestinesi e un ragazzo è stato ucciso nel campo profughi di Ramallah

coloni israeliani La strana storia dei tre coloni israeliani rapiti

È ormai fatto risaputo, giovedì notte sono scomparsi tre coloni israeliani. I tre giovani, Eyal Yifrach, 19 anni, Gil-ad Shàer e Naftali Frankel, con cittadinanza americana, entrambi di 16 anni, sono stati visti l’ultima volta facendo l’autostop, al ritorno dalla Yeshiva, la scuola ebraica, nei pressi di Hebron. Altra notizia scontata, grazie all’irreprensibile lavoro dei nostri mezzi di informazione.

Ciò che molti si sono curiosamente scordati di dire è che la scuola frequentata dai tre si trovava all’interno dell’insediamento di Allon Shvut, nell’area colonica di Gush Etzion, situata tra Betlemme ed Hebron. I tre ragazzi perciò non erano solo israeliani, erano tre coloni israeliani. Precisazione che non vuole giustificare in alcun modo il rapimento, ma certamente aiuta ad avere un’idea più completa e sopratutto veritiera dell’accaduto. Essere un colono israeliano nei territori palestinesi significa, secondo la Corte Internazionale di giustizia e il Consiglio di sicurezza dell’Onu, violare l’art. 49.6 della Quarta Convenzione di Ginevra e il diritto internazionale. Significa essere parte attiva di uno dei più grandi ostacoli alla pace, gli insediamenti, che da anni stanno divorando pezzetti sempre più grandi della Cisgiordania e logorando la quotidianità degli abitanti, sopratutto di quelli che vivono ad Hebron, dove 500 coloni fanno il bello e il cattivo tempo. Dove Baruch Goldstein, estremista ebreo americano che nel 1994 uccise 29 palestinesi nella Moschea di Abramo, viene acclamato come eroe nazionale.

La maggior parte degli israeliani rifiuta questa narrazione eroica di un atto terroristico, ma la maggior parte degli israeliani vive nelle zone costiere di Tel Aviv ed Haifa, al riparo dalla straziante quotidianità dell’occupazione. La maggior parte degli israelini dimentica che esiste un posto chiamato Cisgiordania, dimentica che in nome della loro sicurezza vengono violati ogni giorni i diritti di migliaia di persone. La società civile israeliana dimentica tutto ciò finchè non succede qualcosa di grave come la scomparsa di questi tre ragazzi. Gideon Leavy, editorialista dell’Haaretz, ha scritto che “Se in Cisgiordania gli studenti yeshiva non vengono rapiti, allora la Cisgiordania scompare dalle coscienze degli israeliani”.

Un altro fatto noto è la reazione del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, che ha immediatamente attribuito la responsabilità diretta dell’accaduto al neonato Governo di unità nazionale, ad Hamas e, in particolare, ad Abu Mazen. Entrambe le forze politiche si sono dichiarate estranee all’accaduto ed Abu Mazen ha condannato il rapimento e l’uso della violenza da entrambe le parti in un comunicato stampa ufficiale. Il risultato di tutto ciò: da venerdì  tutta la Cisgiordania, zona A, B o C che sia, è sotto assedio. Netanyahu ha iniziato a chiamare alcuni riservisti e nella sola città di Hebron è stata inviata una truppa aggiuntiva di circa 2500 soldati.

Ciò che ancora stenta ad attirare l’attenzione dei media mainstream è la “punizione collettiva” che Israele sta infliggendo al popolo palestinese: finora sono state perquisite circa 800 abitazioni private, spesso con incursioni notturne e uso sproporzionato della violenza; sono state fermate 240 persone, 180 appartenenti ad Hamas; 200 persone sono state poste sotto detenzione amministrativa tra cui Aziz Dweik, capo del Parlamento palestinese e altri 39 membri di Hamas; un ragazzo di 23 anni, Ahmed Arafat,  è stato ucciso nel campo profughi di Jalazone, nei pressi di Ramallah durante una protesta contro i raid israeliani; infine Gaza è stata bombardata tre volte, sei persone sono rimaste ferite, e si inizia a soffrire la mancanza di beni di prima necessità.

Senza contare che da venerdì sono notevolmente aumentati gli attacchi da parte dei coloni nei confronti dei palestinesi. Numerose le manifestazioni organizzate vicino al luogo del rapimento, durante le quali si gridano slogan razzisti e si bruciano le bandiere palestinesi, in un’escalation di tensione e violenza che non promette niente di buono. L’apice dell’isteria israeliana è stato raggiunto con la creazione di una pagina facebook che incita all’uccisione di un palestinese ogni ora finché non saranno ritrovati i tre ragazzi. La pagina ha quasi 20 mila like e continua ad essere on line nonostante le varie segnalazioni agli amministratori di Facebook per l’evidente istigazione ad odio e violenza.

È curioso che, dopo giorni di ricerche a tappeto, non sia venuto fuori nemmeno il più piccolo indizio, mentre, con tutti questi arresti, sono state completamente minate le basi della resistenza palestinese. I malpensanti potrebbero addirittura gridare al complotto, dato che il rapimento, finora rivendicato da Dawlat al Islam, ignoto gruppo salafita di cui si sta valutando la credibilità, ha fornito ad Israele l’alibi perfetto per poter assediare militarmente la Cisgiordania, arrestare indiscriminatamente centinaia di palestinesi, rastrellare migliaia di case e fare una scansione totale del territorio in seguito alla riconciliazione tra Hamas e Fatah, il tutto in un contesto ampliamente “giustificato” dalla gravità dei fatti avvenuti il 15 giugno.

Per concludere, un altro fatto semisconosciuto ai più è che nei giorni prima del rapimento fosse in corso uno sciopero di più di 300 palestinesi che hanno chiuso i negozi nella Città Vecchia di Gerusalemme per protestare contro la situazione dei prigionieri nelle carceri israeliane e contro la detenzione amministrativa. Lo sciopero è stato notato da molti ebrei israeliani, ma la maggior parte di loro non aveva la più pallida idea di cosa stesse succedendo, alcuni pensavano addirittura a una festa religiosa mussulmana. Oggi, invece, le conseguenze dell’occupazione si sono imposte alla coscienza della società civile israeliana che, un’altra volta nella storia, può scegliere di nascondersi dietro l’allarme terrorismo o interrogarsi sulle motivazioni di questo gesto, sullo status quo e sul peso della propria quotidiana indifferenza.




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