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La tirannia del valore

Creato il 03 dicembre 2014 da Francosenia

critica

"A partire dal 2008, una crisi "strutturale" sta scuotendo il capitalismo. Di contro, le analisi economiche svolte dalle nuove lotte sociali rimagono limitate. Ad essere criticate, sono solo le banche e la finanza: basterebbe tassare gli speculatori e redistribuire la ricchezza, per uscire dalla crisi. Un simile discorso appare ispirato dalla vulgata marxista-leninista, in cui scompare anche la stessa prospettiva di un'appropriazione dei mezzi di produzione. Il modo di produzione capitalista, controllato dallo Stato o auto-diretto, produce solo sfruttamento e distruzione, ma la crisi del capitalismo si accompagna ad una crisi dell'anti-capitalismo, dove quest'ultimo appare accontentarsi solamente di critiche superficiali o edulcorate."

Eric Martin e Maxime Ouellet, a questo proposito, curano un libro - intitolato "La tirannia del valore" - in cui, attraverso una serie di contributi ed interventi, mostrano l'originalità della critica del valore. Un ritorno a Marx che permette di sbarazzarsi della vulgata marxista ortodossa. Marx non è affatto un economista, e considerava il capitalismo come un fatto sociale, con le sue istituzioni e le sue logiche che attraversano tutte le sfere e tutti i settori della vita. Ma le lotte sociali si accontentano di denunciare l'esclusione e domandano ancora nuovi diritti, senza però rimettere in causa la logica stessa del capitale. La nostalgia dello Stato-provvidenza, la nostalgia del fordismo e della piena occupazione, fondano quella che è la sinistra del capitale, la quale vuole integrare tutto il mondo dentro la macchina dello sfruttamento. Ma il dominio capitalista non si riduce affatto allo sfruttamento. Lo storico E.P. Thompson analizza l'importanza del tempo: il valore della merce viene associato ai tempi di lavoro che servono a produrla. Hartmut Rosa sottolinea l'importanza dell'accelerazione nella società moderna. Marx insiste sull'alienazione per cui gli individui non sono sottomessi solamente a dei rapporti di dipendenza, ma anche, allo stesso tempo, a dei rapporti di astrazione. Moishe Postone ritiene che il movimento operaio, ispirato dal marxismo tradizionale, è rimasto prigioniero delle categorie dell'economia borghese: le rivendicazioni circa le condizioni lavorative, gli orari ed i salari non hanno permesso un'emancipazione dei lavoratori ma, al contrario, hanno portato alla loro integrazione nella società di mercato. I fondamenti del capitalismo non sono stati attaccati.
Anselm Jappe espone la riflessione di Robert Kurz, il quale partecipa alla rivolta studentesca del 1968 prima di fondare la rivista Krisis, ed analizza il collasso del mondo del mercato. Kurz riprende le analisi di Marx, e si basa su una critica del lavoro astratto, del denaro e del feticismo della merce, ma abbandona la lotta di classe: "Il conflitto fra proletariato e borghesia non è stato altro che un conflitto all'interno del rapporto capitalistico", riassume Jappe. I capitalisti non sembrano difendere i loro interessi, quanto piuttosto una logica astratta. Gli economisti di sinistra, nella tradizione keynesiana, si accontentano di attribuire la crisi ad un problema di sotto-consumo. Ma è la civiltà di mercato ad essere arrivata alla fine della corsa. La crescita riposa sul debito. I posti di lavoro che vengono creati si basano sui settori dei servizi e rimangono improduttivi. Il lavoro non serve più a niente e comincia a sparire. Questa analisi è in contrasto con tutta l'estrema sinistra che borbotta di ritorno alla piena occupazione. Ma non esiste nessuna uscita dalla crisi, né per mezzo dell'austerità, né per mezzo della ripresa, nel quadro di un capitalismo considerato come eterno da tutta la sinistra.

Il filosofo Franck Fischbach propone una riflessione sul tempo e sulla storia: già Georg Lukacs indica una "spazializzazione" della vita quotidiana, a detrimento di una sua temporalizzazione. Un tale fenomeno permette di non pensare alle prospettive dell'avvenire e di restare chiusi nell'immediato. La concezione borghese della società si basa sugli individui isolati ed atomizzati, l'ordine sociale appare come esterno agli individui, i quali non hanno alcun controllo sulla propria vita. La società borghese sopprime il tempo qualitativo, il tempo dell'esperienza vissuta. I tempo diventa misurabile, calcolabile e ridotto nello spazio. Il lavoro, in particolare col processo di taylorizzazione della produzione, impone questa spazializzazione del tempo. I lavoratori sono giustapposti, gli uni agli altri: svolgono solo un compito specifico, senza padroneggiare l'insieme del processo di produzione. Le nuove forme di organizzazione del lavoro favoriscono tale tendenza, e la gestione impone il controllo per mezzo del conteggio, della misura e della schedatura quantitativa. Ma il proletariato è in grado di comprendere questo fenomeno da lui subito: "L'operaio può prendere coscienza del suo essere sociale solo se prende coscienza di sé stesso come merce", afferma Lukacs; il proletariato può prendere coscienza che il lavoro non è naturale, ma rimane una realtà prodotta socialmente, e determinata storicamente. La critica del valore, attraverso le analisi di Moishe Postone, continua tale riflessione. La produzione e l'organizzazione del tempo appaiono attraversati da tendenze contraddittorie: "il capitalismo è una società segnata da una dualità temporale: da una parte un flusso costante, accelerato, della storia; dall'altra, una conversione costante di questo movimento in un presente perpetuo". L'accelerazione permanente si accompagna ad un immediatismo che promuove perpetualmente la novità. L'ordine sociale immutabile si basa su un mutamento permanente.

Marie-Pierre Boucher parla delle riflessioni critiche sul patriarcato e sull'oppressione delle donne. La rivista "Théorie communiste"(TC), nonostante la sua chiacchiera sofisticata, risputa la vulgata marxista che riduce l'oppressione delle donne allo sfruttamento economico. La posizione sociale della donna, considerata come inferiore, non viene trattata fuori dalla dimensione economica. L'oppressione delle donne si riduce quindi ad un surplus di lavoro, a causa dei compiti domestici. TC non menziona mai la sfera non di mercato e l'alienazione nella vita quotidiana. La critica del valore insiste invece su una divisione socio-culturale dei sessi con una caratterizzazione attribuita alle donne (sensibilità, emotività, ecc.), mentre le femministe materialiste parlano solo di una divisione sessuale del lavoro, in cui le donne vengono limitate, occupando impieghi meno remunerati e meno valorizzati di quelli degli uomini. Da qui, si differenza la prospettiva emancipatrice: la teoria del valore denuncia una falsa liberazione della sfera domestica per mezzo dell'integrazione nella sfera del mercato e nel mondo del lavoro. Le femministe vogliono un'eguaglianza formale che faccia sì che le donne vengano sfruttate come lo sono gli uomini. Al di fuori di questa critica pertinente, la critica del valore non propone alcun reale percorso di liberazione. Per TC, solo la lotta e lo sciopero possono permettere alle donne di liberarsi dall'oppressione, affermando che solo i movimenti di lotta permettono effettivamente di sconvolgere le relazioni umane e le assegnazioni sociali.

Yves-Marie Abraham richiama la dimensione politica della critica del valore, affermando che questa corrente filosofica non sembra proporre alcuna prospettiva politica, se non il collasso inevitabile del capitalismo; per cui, a coloro che vogliono abbattere il mondo del mercato, gli scritti di Jappe e di Kurz appaiono vuoti. La critica politica dell'economia rimane il principale contributo della teoria del valore. La maggior parte dei militanti anti-capitalisti rimangono chiusi nella prospettiva di una gestione del capitale. Ma il lavoro, il denaro, il lavoro, il valore, la merce rimangono delle categorie sociali che devono essere abolite. Il Front de Gauche, l'NPA di Besancenot e gli anarchici si accontentano di voler statalizzare o autogestire il mondo del mercato senza mettere in discussione le categorie del capitale. La critica del valore mostra assai bene come il capitalismo non si riduce affatto ad un sistema di dominio economico, ma mantiene una logica che si estende su tutti i settori della vita. I movimenti di contestazione sembrano subire tutti allo stesso modo una tale logica. I teorici del valore continuano ad attaccare i luoghi comuni della sinistra radicale in quanto false soluzioni keynesiane: il ritorno al "buon capitalismo" dei "trenta gloriosi", la semplice denuncia della finanza e la valorizzazione dell'economia industriale. Tutti discorsi che si accontentano di denunciare le derive neoliberiste e che si guardano bene dal graffiare i fondamenti dell'economia capitalista. La critica del valore ha il merito di attaccare tutti gli economisti di ATTAC, le vedette dell'altermondialismo alla Frédéric Lordon, gli "economisti spaventati", e non meno spaventosi, e tutta la banda di esperti alternativi che continuano a risputare le false soluzioni per uscire dalla crisi. La critica del valore propone inoltre di abolire il lavoro come fondamento dell'economia di mercato. La disoccupazione di massa rivela la dimensione superflua del lavoro che rimane comunque la principale fonte del valore e della produzione.
Bernard Friot, militante del Parti Communiste, propone le sue strade per liberarsi dal lavoro. Si basa sul lavoro salariato e sul modello di funzionario con occupazione e reddito a vita. Ma tutti i lavoratori, ivi compresi i funzionari, devono produrre delle merci per dei "proprietari che lucrano", nel quadro di un "impiego" e sotto i vincoli di "norme temporali di concorrenza", imposti dal "valore-lavoro". Per la critica del valore,le idee di Friot fanno parte del "marxismo tradizionale" e del riformismo socialdemocratico. Friot non attacca mai le basi dell'economia capitalista e propone semplicemente una gestione dello sfruttamento.

Éric Martin e Maxime Ouellet, i curatori del volume, evocano alcuni limiti della critica del valore: una sorta di pessimismo, come avveniva con la Scuola di Francoforte, alimenta questa corrente e non sembra emergere alcuna prospettiva politica. Ancor peggio, i sostenitori della critica del valore riducono la lotta di classe alla sua tendenza riformista. I movimenti operai non avrebbero fatto altro che integrare gli sfruttati nel capitalismo, il quale si adatta e si evolve riguardo alle contestazioni di cui viene fatto oggetto. Dal loro punto di vista, questi teorici evidentemente conoscono male la storia delle lotte e la riflessione critica che ne è conseguita, e preferiscono frequentare i seminari universitari piuttosto che i picchetti degli scioperanti, e rimanere rinchiusi nell'ambito della piccola borghesia intellettuale.
Gille Labelle discute le tesi di Anselm Jappe, imputandogli di fare l'apologia di quelle idee che si avvicinano all'anarchismo più sciocco; l'avanguardismo ed il bolscevismo vengono denunciati in maniera pertinente, la rivoluzione non deve passare attraversi un cambio della direzione del potere e del controllo dello Stato, ma una simile lucida critica del marxismo-leninismo sfocia nella messa sotto accusa di qualsiasi forma di azione politica. La lotta di classe viene considerata come inefficace, addirittura dannosa. Però i movimenti di lotta permettono di cambiare le condizioni di vita e solo una rivolta collettiva può permettere di sbarazzarsi del capitalismo. La critica del valore sembra accontentarsi di una contestazione da salotto. E' sufficiente osservare ed analizzare il capitalismo senza combatterlo. Comprendere il mondo non deve servire a permetterci di cambiarlo, ma semplicemente di sfilare nelle conferenze accademiche.
Il filosofo riformista Pierre Dardot considera la vacuità della chiacchiera economica sul valore e sulla sostanza: un discorso poco comprensibile che si riferisce al capitalismo come ad una metafisica che appare lontana dalla vita realmente vissuta dai proletari. Il discorso sul valore permette soprattutto di non parlare di sfruttamento, di lavoro, dell'umiliazione che lo Stato ed i padroni fano subire, della precarietà e della miseria. La critica del valore trasforma il capitalismo in una sorta di astrazione, e partecipa della separazione fra la politica e la vita.

La critica del valore può permettere un rinnovamento del pensiero critico. Sorgono nuove riflessioni dalle analisi semplicistiche degli altermondialisti e degli altri anarco-goscisti. Il capitalismo non può essere ridotto semplicemente ad un sistema economico, suscettibile di essere maneggiato, indirizzato o autogestito. La logica della merce colonizza tutti gli aspetti della vita e attraversa tutto l'insieme delle relazioni umane.
Tuttavia, la critica del valore si limita troppo ad un'insurrezione da salotto mondano per poter influenzare le lotte sociali. I teorici del valore appartengono ad una piccola borghesia intellettuale, e poi occultano ogni analisi di classe. Cercano di ottenere un piccolo riconoscimento presso gli accademici di sinistra, sindacalisti ed altermondialisti: la piccola borghesia intellettuale che dirige partiti e sindacati dell'estrema sinistra del capitale. Moltiplicano le assemblee, le conferenze e i dibattiti.
Ma il confronto teorico non può limitarsi al piccolo ambito intellettuale: è nel movimento di lotta che l'intervento teorico e pratico può arrivare a cambiare veramente la società. Nei movimenti sociali, esiste sempre una lotta fra quelli che vogliono migliorare il capitale e quelli determinati a distruggerlo.

critica Tyrannie-de-la-valeur

« La tyrannie de la valeur. Débat pour le renouvellement de la théorie critique »
(écosociété, 2014), ouvrage dirigé par Eric Martin et Maxime Ouellet.

INDICE:

Introduction – La crise du capitalisme est aussi la crise de l’anticapitalisme
Eric Martin et Maxime Ouellet

Une histoire de la critique de la valeur à travers les écrits de Robert Kurz
Anselm Jappe

Marx : la critique du capitalisme comme critique du communisme
Jacques Mascotto

« Sérialité » ou « totalité » ? Ontologies du social, capitalisme et socialisme
Gilles Labelle

La valeur n’est pas une substance
Pierre Dardot

Ce que la valeur fait au temps et à l’histoire
Franck Fischbach

Activités féminines, travail et valeur
Marie-Pierre Boucher

Révolution du moteur et machination de la valeur (Essai sur la machine et le capital)
Louis Marion

Comment arrêter l’automate ?
Yves-Marie Abraham

Prolégomènes à une analyse comparative de la sociologie dialectique de Freitag et de la Wertkritik
Jean-François Filion

Glossaire
Bibliographie sélective sur la critique de la valeur


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