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La traduzione al Salone del Libro 2013

Creato il 23 maggio 2013 da Thais @la_traduttrice

SALONE 2013 NO LOGHIIn colpevole ritardo, eccomi qui a raccontare com’è stato per me il Salone del Libro 2013. Non mi soffermerò sulla quantità di libri presenti, sulla stanchezza per i chilometri percorsi avanti e indietro fra gli stand, sul mal di schiena da troppi cataloghi, volantini e acquisti vari, e mi concentrerò sugli incontri in cui si è parlato di traduzione. O almeno ci proverò, perché è difficile prescindere dall’atmosfera della fiera libraria più importante.

Il bello del Salone, infatti, è poter girare fra centinaia di stand (magari evitando come la peste quelli dei gruppi editoriali più grossi – tanto di certo non ci saranno gli editori in persona, i loro libri li potete trovare ovunque, e non fanno neppure lo sconto) e conoscere piccole e coraggiose realtà indipendenti, fare incetta di libri che difficilmente avreste scoperto in altro modo, raccogliere cataloghi, parlare con gli editori, informarsi e spezzare un po’ la “solitudine del traduttore” sempre chiuso da solo in casa. Ma veniamo ai seminari sulla traduzione, un’occasione per imparare qualcosa oltre che per incontrare i colleghi.

Ovviamente anche quest’anno sono stati gli incontri organizzati da Ilide Carmignani per l’Autore Invisibile a farla da padrone, con un programma serrato che per essere seguito a fondo avrebbe impedito di girare per più di mezz’ora consecutiva fra gli stand.

Ho quindi fatto una selezione dei seminari che mi premeva di più ascoltare. Mi dispiace molto aver dovuto saltare il giovedì, quando Elisa Comito di STradE ha parlato di contratti. Anche l’incontro “Editoria in transizione: capire i cambiamenti per cogliere le opportunità di lavoro” dev’essere stato interessante, e se qualcuno ha potuto partecipare lo invito a condividere l’esperienza nei commenti.

Il venerdì è stato il mio primo giorno di fiera, e subito mi sono fiondata a sentire “Come si fa una proposta editoriale”. Niente che non sapessi già, devo ammettere, anche se è sempre utile ascoltare il parere di editori diversi.
In questo caso, Simona Olivito di e/o ha detto che loro accettano volentieri le proposte interessanti a patto che si tratti di una storia “bella”, che valga la pena diffondere. Chiedono una cartella di presentazione del libro e dell’autore (compresi trama, biografia, eventuali premi vinti, possibili fondi per la traduzione, eventuali opere precedenti, insomma, un gran lavoro) e poi dieci pagine di traduzione. La pecca è che, se la proposta viene ritenuta meritevole ma la traduzione non è all’altezza, possono decidere di acquistare comunque i diritti del testo e di farlo tradurre a qualcun altro: occhio quindi alle traduzioni di prova che mandate, sono il vostro biglietto da visita e dovete dare il meglio. Il consiglio è inoltre di “mirare bene” a chi mandare la proposta, studiando il catalogo recente della casa editrice: una proposta inviata a casaccio non vi fa fare bella figura. Inoltre, e/o preferisce autori giovani di cui si possa poi seguire la produzione futura (anche se non esclude autori più anziani).

Angelo Molica Franco, di Delvecchio, è intervenuto ricordando che per diventare traduttori e per fare una proposta ben mirata è necessario leggere moltissimo, sia in italiano sia in lingua straniera, per conoscere a fondo l’orientamento delle varie case editrici e il mercato editoriale in generale. Siccome non è possibile leggere proprio tutto, ha consigliato di studiare le sinossi sui cataloghi per capire le varie linee editoriali, e poi di seguire i vari premi assegnati agli scrittori e di iscriversi alle newsletter delle case editrici.

Lorenzo Ribaldi, de La Nuova Frontiera, ha ricordato che loro traducono solo dallo spagnolo e dal portoghese, e ha ammesso che la maggior parte dei titoli che escono per loro li sceglie direttamente lui, sotto consiglio degli autori già pubblicati o in base alla sua approfondita conoscenza del mondo latinoamericano. Sono comunque disposti a ricevere proposte, se interessanti e ben studiate.

Il sabato, invece ho seguito “Traduzione e riscrittura nella letteratura per ragazzi”: erano presenti i redattori di Piemme, Mondadori Ragazzi, Gallucci e RCS. Si è scatenato un piccolo dibattito fra chi sosteneva che bisogna rendere i libri accessibili a bambini e ragazzi evitando di utilizzare un lessico troppo elevato e lontano dalla lingua parlata, e chi preferisce diffondere tra i ragazzi un linguaggio più ricercato. In generale, comunque, bisogna sempre considerare qual era l’intenzione dell’autore. Il traduttore deve essere anche autore, ma senza arrivare al limite estremo della riscrittura: è necessario saper stabilire dove fermarsi quando ci si allontana un po’ dal testo di partenza. Un problema particolare e molto interessante è quello dei “nomi parlanti”, ovvero quelli che evocano qualche caratteristica dei personaggi. In questo caso il traduttore diventa un creatore vero e proprio.

Poi ho seguito un incontro della serie “Traduttore e revisore a confronto”: non mi ci soffermo perché si parlava di due libri in particolare, ma è comunque sempre interessante osservare come due teste diverse si accordano, si compensano e si aiutano a vicenda per arrivare a ottenere un testo il più “fedele” possibile, arginando gli eccessi in entrambi i sensi (traduzioni troppo foreignizing o troppo domesticating).

La domenica ho seguito solo metà della lectio magistralis di Susanna Basso “Di che cosa parliamo quando parliamo di traduzione”, e non perché non fosse interessante, ma perché mezz’ora dopo iniziava un incontro sui blog letterari che mi premeva seguire. La Basso è comunque sempre una grandissima maestra, oltre che una persona deliziosa. Ho fatto in tempo a sentire le sue riflessioni su come la traduzione sia “quello che non sto facendo quando faccio qualsiasi altra cosa”. Ovvero, mentre fai tutt’altro la traduzione è sempre lì che ti aspetta, è una presenza discreta ma costante, e quando poi ci si rimette sopra si avverte il sollievo del tornare a fare ciò che è giusto.

Ho provato anche a seguire la conferenza con Gianni Celati sulla sua nuova traduzione dell’Ulisse di Joyce, ma ammetto che l’ho trovata di una noia mortale (anziché parlare della traduzione leggevano alcuni lunghissimi brani del libro) e quindi dopo un po’ ho ceduto alla tentazione di andare a girare ancora una volta tra gli stand.

L’ultimo incontro che ho seguito è stato “Scrivere dopo Bolaño”, in cui tre scrittori cileni (Lina Meruane, Alejandro Zambra e Maria José Viera-Gallo) si sono confrontati su una serie di riflessioni riguardo alla letteratura e al loro paese: è stato davvero piacevole!

Ed eccomi al termine di questo lunghissimo post. Il “mio” Salone è stato stancante, ricco, pieno e fruttuoso, con anche qualche piccola soddisfazione come le fascette con i miei commenti esposte sui libri de La Nuova Frontiera, lo stand dove mi hanno accolta con più calore :)

E voi, c’eravate?



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