La Turchia e l’evoluzione di una protesta

Creato il 07 agosto 2013 da Geopoliticarivista @GeopoliticaR

Un sit-in di attivisti si è insediato il 27 maggio a Gezi Park, adiacente a piazza Taksim, ad Istanbul, per protestare contro la decisione del governo di dare il via ad un piano di “trasformazione urbana” che cancellerà dalla mappa della città quella macchia verde, per far posto ad un centro commerciale, una moschea ed antiche caserme ottomane restaurate. Tre giorni dopo la polizia ha fatto irruzione nel parco e, con idranti e lacrimogeni, lo ha sgomberato. Da quel momento la Turchia è stata investita da una mobilitazione popolare che ha coinvolto praticamente tutte le province, ampliando la protesta dagli alberi di Gezi Park alla stessa tenuta democratica del Paese, ai diritti civili, alle disuguaglianze e alle politiche del governo guidato dal primo ministro Receep Tayyp Erdogan.

Quali ragioni hanno trasformato una protesta, all’inizio piuttosto ristretta nei numeri, in una mobilitazione massiccia, caratterizzata da diverse e variegate anime? Qual è il segnale che dagli avvenimenti delle ultime settimane si deve trarre da un punto di vista politico per ciò che attiene il futuro del Paese e la tenuta del partito al potere? Quali le sue motivazioni? Evidentemente le istanze ambientaliste sono state la punta di un iceberg, ed il casus belli fornito dalla brutale repressione delle forze di polizia turche – alla fine si conteranno quattro vittime e migliaia di feriti – ha svelato una società civile, un clima politico ed economico che offre diversi spunti di analisi. Le immagini dei manifestanti hanno spinto qualcuno a definire gli eventi dei giorni scorsi come il sorgere di una “primavera turca”, che tuttavia non pare avere un solido fondamento in virtù delle differenze sociali, politiche ed economiche tra la Turchia ed i Paesi dell’Africa del nord. Una differenza sostanziale è che le proteste turche hanno come bersaglio una classe dirigente legittimata da ben tre elezioni democratiche vinte con una maggioranza piuttosto larga. Ciò che interessa in questa sede è andare ad analizzare le possibili motivazioni che hanno spinto ad una così vibrante manifestazione di dissenso e gli scenari futuri. Ciò coinvolge sia la dimensione politica ed economica interna del Paese, sia la sua politica estera.

La crisi siriana

La politica “zero problemi” con gli Stati della regione, incarnata dal ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu, per la creazione di una zona di sicurezza all’interno della quale Ankara ricopra un ruolo trainante, è stata forse l’impronta più identificativa del nuovo corso di relazioni esterne del governo dell’AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo). Il conflitto in atto in Siria – in quella che sempre più assume le caratteristiche di una guerra per procura, una costante della storia del Vicino Oriente, dove conflitti locali diventano campi di contrapposizione di giochi regionali e globali – ha visto il governo del primo ministro Erdogan assumere, fin dall’inizio, un ruolo attivo in favore dei ribelli e dell’opposizione al regime di Bashar al-Asad. Proprio quella Siria di al-Asad che, nel 2010, era il terminale dell’export turco per un ammontare di 1,8 miliardi di dollari su un totale di 113 miliardi1. Ma se, ad esempio, l’episodio della Mavi Marmara2 del maggio del 2010, ed il conseguente gelo diplomatico con Israele, aveva raccolto intorno alla figura di Erdogan un pressoché unanime consenso della popolazione, la recente politica sul fronte siriano non sembra avere lo stesso effetto.

C’è una certa riluttanza della società civile turca verso questa condotta di attore forte in Siria. Stando ad un sondaggio svolto dal Metropoll Strategic and Social Research Center, solo il 28% dei turchi crede che il governo stia gestendo in modo efficace la crisi. Decine di migliaia di siriani attualmente sono stati accolti in campi profughi lungo i novecento chilometri di confine con la Siria, causando una certa insofferenza delle popolazioni delle province interessate3. Lo scorso 11 maggio, la cittadina di confine di Reyhali è stata colpita da un attentato che ha causato 46 morti. Forti sospetti sono stati rivolti al governo di Damasco, ritenuto colpevole di una rappresaglia. Reyhali è proprio uno dei centri in cui i rifugiati siriani trovano più facile approdo e la sua popolazione è aumentata del 50% dall’inizio del conflitto in Siria.

Boom economico e disuguaglianze

L’economia turca, negli ultimi anni, ha conosciuto una crescita considerevole. Il Prodotto Interno Lordo (PIL) ha subito un incremento medio del 6,8%, con un picco dell’8,9% riscontrato nel 2011 e con un rallentamento registrato lo scorso anno. Gli investimenti esteri del Paese sono aumentati dai 2 miliardi di dollari nel 1995 a ben 16 miliardi di dollari nel 20114. Tale crescita economica non è andata di pari passo con un significativo miglioramento delle disuguaglianze sociali e del divario socio-economico tra le regioni orientali, più povere, e quelle ad Ovest, che resta motivo di forti tensioni sociali5.

Autoritarismo

Nell’affrontare gli eventi di Gezi Park, alcuni media occidentali hanno assunto il processo di islamizzazione del Paese operato dall’AKP di Erdogan quale ragione principale del dissenso. Ciò risponde ad una eccessiva opera di semplificazione che rischia di trascurare altri aspetti, che riguardano invece la gestione del potere da parte del primo ministro. Come fa notare Levent Yilmaz, professore di storia all’Università Bilgi di Istanbul, “la chiave di lettura fornita in Francia ed altrove nei media occidentali ha spinto a sminuire certi segni di autoritarismo in favore di segnali religiosi; l’esempio delle recenti disposizioni legislative che limitano la vendita di alcool ne costituisce un esempio. La questione mi sembra meno repressiva di alcune leggi che sono in vigore oltre l’Atlantico, per esempio, dove la vendita di alcolici è spesso vietata a chi ha meno di 21 anni. In Turchia, il governo vuole impedirne la vendita dopo le dieci di sera o in prossimità delle scuole. Personalmente, ciò è più un segnale di conservatorismo, che di islamizzazione”6.

Nel marzo del 2012, il parlamento turco ha approvato una legge per la costituzione di un Istituto nazionale per i diritti umani e, nel mese di giugno, un ombudsman con il compito di esaminare i casi di denuncia contro pubblici ufficiali ad ogni livello. “Diversi esponenti di organizzazioni non governative e della società civile – riporta l’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watchhanno sollevato forti critiche verso il radicato controllo sulle nomine di questi istituti da parte del governo, che ne mina alla base la loro indipendenza”. Ancora, tralasciando la repressione di Gezi Park, “la violenza utilizzata dalla polizia in luoghi pubblici e contro i manifestanti, resta un problema serio. Spesso le autorità tendono ad oscurare il problema indagando a loro volta coloro che riportano gli abusi perpetrati dalle forze di polizia, piuttosto che le loro rimostranze”7.

Una delle richieste che con più forza si è levata dalle strade turche nei giorni della protesta è quella che ha avuto come bersaglio i media ed i mezzi d’informazione. La mattina del 3 giugno, ad esempio, migliaia di manifestanti hanno espresso il loro rabbioso risentimento dinanzi alla sede del canale NTV. La sera prima era stata la volta della sede del canale concorrente, Haberturk. La copertura mediatica della mobilitazione turca è stata oggetto di diverse critiche da parte dei manifestanti al grido “media venduti al potere”8. La tenuta di un sistema d’informazione che non lesina una certa riluttanza verso forme di espressione di dissenso resta una questione delicata. Stando a quanto affermato dall’International Press Institute (IPI), “una pronuncia della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che risale al novembre del 2011 ha giudicato la Turchia in prima fila, tra i membri del Consiglio d’Europa, in termini di violazione della libertà di espressione, inclusa la libertà di stampa. Dunja Mijatovic, rappresentante dell’OCSE in materia di libertà dei media, ha svolto uno studio secondo il quale circa 100 giornalisti sono tenuti in stato di carcerazione, la maggioranza dei quali erano incriminati in virtù della legge anti-terrorismo”9. In una recente intervista, Haluk Sahin, giornalista e professore presso il Dipartimento di presentazione e programmaizone televisiva, dell’Università Bilgi di Istanbul, ha detto la sua sul ruolo dei media nei recenti avvenimenti e sul generale stato dell’informazione turca: “I grandi media «mainstream» hanno capito che fare affari con il governo porta maggiori benefici rispetto all’adempimento del proprio dovere, che consiste nell’informare le persone su quello che accade. I giovani che hanno manifestato, lo hanno fatto non solo contro il governo, ma anche contro i media. Nel corso dell’era Erdogan, il legame, che c’è sempre stato, anche se su scala limitata, tra servizi segreti e media si è esteso comprendendo anche il ministero della Giustizia, tribunali ed altre istituzioni, contigue a pubblicazioni vicine al governo. Le manifestazioni di Gezi Park hanno rappresentato uno schiaffo ai grandi media”10.

La chiave politica

Il movimento sorto a Gezi Park non ha istanze politiche precise, ha avuto carattere spontaneo e variegato, senza una guida politica definita: “L’opposizione politica istituzionale – fa notare ancora il professor Yilmaz – rinuncia, del resto, a tentare di recuperare questo movimento ed il milione di turchi che contestano. Ciò pone in evidenza la spontaneità dell’evento popolare, senza ideologie preconcette […]. E’ dotato di una grande eterogeneità, senza le caratteristiche ed i particolarismi dei movimenti partigiani”11. Curdi, ultranazionalisti, conservatori, anarchici, rappresentanti della comunità alevita – che rappresenta il 10% della popolazione – addirittura i tifosi delle tre squadre rivali di Istanbul, si sono trovati fianco a fianco nei cortei che hanno riempito le strade in quei caldi giorni di giugno. I diversi tipi di approccio da parte di membri del partito al governo – la maggiore flessibilità del presidente della Repubblica Gül e del vice-premier Bulent Arinç contro la ruvida fermezza e il richiamo a trame complottiste di Erdogan – hanno apparentemente portato allo scoperto fratture interne all’AKP. Non concorda con tale interpretazione Dorothée Schmid, direttore di ricerca presso l’Institut Français des Relations Internationales (IFRI): “Credo che, al contrario, tali apparenti disaccordi rispondano ad una tradizionale divisione di ruoli in seno all’AKP, in cui il presidente della Repubblica è effettivamente una personalità più morbida, che si pone in prima fila quando ci sono scenari di crisi, soprattutto una crisi di immagine. Il primo ministro ha un carattere più sanguigno. La missione diplomatica intrapresa in Africa del nord da Erdogan nei giorni delle proteste, è stata forse anche un modo per abbassare la pressione”12. Dissapori che, invece, sembrano emergere dal dibattito interno al partito, circa la riforma costituzionale in senso presidenziale che Erdogan vorrebbe far approvare entro le prossime elezioni che si svolgeranno nel 2014, che potrebbe creare un dualismo Gül-Erdogan.

Mentre i negoziati di pace con i curdi proseguono sul binario tracciato nel mese di maggio, come dichiarato di recente dallo stesso primo ministro, resta da vedere se ed in che misura il dissenso espresso nelle piazze intaccherà un AKP che gode ancora, anche per la mancanza vera di alternative politiche, di una forte base elettorale. Se il dissenso rifluirà dalle strade oppure tornerà a far rumore contro il primo ministro. Certo è che le sfide e gli scenari futuri del Paese sono legati a una serie di fattori che riguardano aspetti interni – la sfera economica, gli sviluppi di riforma istituzionale, i passi in avanti sul versante dei diritti civili e della libertà di informazione – ma anche esterni – soprattutto la crisi siriana. Un ulteriore filo che si ritiene doveroso aggiungere a questa fitta trama, che potrebbe implicare delle ripercussioni politiche interne e non solo, è costituito dalla prospettiva di ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Dopo le reticenze di alcuni Paesi dell’Unione – Germania in primis – alla riapertura delle trattative, proprio a causa della risposta del governo turco alle manifestazioni, il 25 giugno i ministri degli Esteri UE, riuniti a Lussemburgo, hanno raggiunto un accordo per l’apertura di un nuovo capitolo di negoziati, che vanno ormai avanti dal 2005. Ciò che non può essere omesso è che, stando ad un recente sondaggio svolto dal Centre for Economics and Foreign Policy Studies (EDAM), due terzi della popolazione ritiene che il governo debba abbandonare il processo di adesione all’UE, un dato in assoluta controtendenza rispetto agli ultimi anni13.


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