Magazine Diario personale

La verità è che mi piaccio abbastanza

Creato il 26 agosto 2015 da Denise D'Angelilli @dueditanelcuore

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Ieri sera ho guardato di nuovo “la verità è che non gli piaci abbastanza”, quel film che abbiamo visto tutte almeno una volta quando qualche penemunito ha pensato bene di trattarci come la donna delle pulizie tratta un mocho vileda. Perché mi sono autoinflitta questa punizione, pari solo al passarsi il silk epil sulla vagina o ad andare a controllare il profilo della nuova tipa del tuo ex che ha una quinta di seno ed è laureata ad Harvard? Perché pochi minuti prima stavo di nuovo ammorbando un amico (un amico maschio, dettaglio molto importante) su whatsapp con note vocali da quattro minuti – che mi rendo conto siano al limite della legalità – sull’ennesima perdita di tempo della mia vita sentimentale, e avevo un disperato bisogno di sentire di nuovo tutte le ovvietà che si sentono in quel maledetto film. Che è un film di merda, lo so bene.

La prima parte di quel film è un ricettacolo di cinismo e cattiveria, ed è esattamente tutto ciò che noi donne abbiamo bisogno di sentirci dire in particolari momenti della nostra vita. Io sono sempre l’amica maschio, quella che non risparmia mai un “ma riacchiappati” se necessario, sono sempre quella che riesce con gran facilità a fare il punto delle situazioni degli altri in maniera lucida e porca miseria non sbaglio mai mai mai. Quando si tratta di me stessa, però, ovviamente, non va proprio così. Come quando passiamo la giornata a tirare su l’amica mollata dicendole che ha un gran bel culo, che se solo volesse potrebbe andare a sculettare al Magnolia e trovare almeno quindici maschioni pronti a venire a casa sua e a farle ricordare come ci si sente ad avere la testa di uno piantata in mezzo alle tette, che è una ragazza intelligente e simpatica e che, grazie al cielo, non ha nell’armadio nessuna borsa di Micheal Kors e che quindi, accidenti, se lo merita un uomo degno di essere chiamato tale, però poi, quando l’amica prova a dire queste cose a noi, è tutto un “ma non è vero, non valgo niente, sono come quelle che hanno il brillantino sul dente e la ricostruzione alle unghie color pastello alle unghie dei piedi”. La seconda parte del film, però, manda a quel paese l’intero mondo di “non ti caga e non ce n’è” dei primi fantastici minuti, e si trasforma nella solita rom com dove lui – che prima non voleva sposarla nemmeno sotto tortura – improvvisamente decide di sposarla, ma soprattutto dove il cinico scopatore seriale si innamora della rincoglionita alla quale elargiva consigli e alla quale diceva che gli uomini sono tutte delle merde e che se non ti richiamano è perché ti trovano interessante quanto una puntata di pomeriggio cinque sulla dieta vegana della figlia di Maria Teresa Ruta, lo stesso che, quando lei si butta su di lui, la caccia via in modo poco carino e quindi, giustamente, lei pensa di non interessargli minimamente e invece no. Ok, quindi, se un uomo ti rifiuta è perché non gli interessi, però, se completamente a caso scopre che sei la donna della sua vita allora va bene, e lei deve stare zitta e buona e limonarselo sull’uscio di casa. No ma grazie davvero, adesso sì che ho le idee molto più chiare su come funziona. Stronzi.

Il punto principale di tutto è che, a farmi il cazziatone, è stato un amico maschio, e quando parli con un amico maschio di un altro maschio che ti piace, inevitabilmente, arriverà la batosta, e farà male più di un cazzotto in faccia tirato con un tirapugni borchiato. Perché i maschi conoscono i maschi, essendo anche loro maschi, quindi, se le amiche femmine vi riempiranno la testa di “ma forse il messaggio non gli è arrivato” come se fossimo nel 2007 e avessimo ancora la Summer Card di Vodafone o di “sei davvero troppo per lui” come se noi fossimo il cervello di Margherita Hack nel corpo di Emily Rataicosa e stessimo cercando di avere una storia d’amore con Jonah Hill, gli amici maschi vi diranno la verità dura e cruda, quella che vi farà scendere automaticamente alla gelateria sotto casa a spendere cinquanta euro di gelato al pistacchio e panna montata. Mi sono sentita in una puntata di How I Met your Mother, ero sotto intervention, me la sono cercata e meritata, per carità, ma questo non vuol dire che non abbia fatto malissimo. Come facciamo a non vedere quello che abbiamo davanti?

Insomma questo mio amico mi ha davvero fatto il culo a strisce, con voce molto calma mi ha detto cose che, se ci ripenso oggi, mi viene voglia di ficcare la testa nel forno, chiudere questo blog, chiudermi in una navicella spaziale e farmi lanciare sulla Terra numero due a vedere se anche lì esiste l’intolleranza al glutine. Mi ha detto che non sono più la stessa, che sono frenata, che è come se qualcuno mi tenesse per la maglietta, che passo il tempo a pensare a come mi vorrebbe lui, a cercare di essere come mi vorrebbe lui, che è più il tempo che passo a controllare quello che fa di quello che passo sui social, e io sto sui social anche nel sonno. Io lì per lì gli ho risposto che, in realtà, l’ho fatto di proposito, che mi sono calmata perché l’ho voluto io, che ho cercato una stabilità su tutti i fronti, che sono diventata zen, che sono invecchiata. Ma guardarsi da fuori è un gran casino, e quando ci arrivi ti senti come nell’episodio di Girls in cui Hannah conosce la nuova fidanzata di Adam: svuotata, messa a tappeto, ricoperta di sterco di cane. Ho capito che in parte il discorso del mio amico era vero, questo maledetto colpo di fulmine del quale, mio malgrado, sono ambasciatrice ufficiale a livello mondiale, mi trasforma ogni volta in quel tipo di donna che odio, quella che passa le giornate sotto le coperte con le patatine a rileggere le conversazioni su whatsapp di quando era tutto bello e sentivamo le farfalle nello stomaco, quelle farfalle che poi abbiamo fatto morire bevendo della tequila liscia per dimenticare, quella che perde il sonno, che va a correre per dieci chilometri perché così poi quando mi rivede si mangia i gomiti (NO! DOVETE ANDARE A CORRERE PER PIACERE A VOI STESSE!) e poi torna a casa e svuota la credenza. Quelle donne che si lamentano senza fare assolutamente nulla per cambiare la propria situazione. Non è una colpa stare così, ed è una condizione che non abbiamo modo di controllare. Non è colpa nostra se ci piace uno, se vorremmo passare con lui le serate al falò in spiaggia mano nella mano, se andiamo ai concerti e pensiamo a lui, se vorremmo essere aggiornate ogni minuto sulla sua vita. Non è nemmeno colpa sua se non lo vuole, se la vuole più “sportiva”, se vuole vedervi una volta al mese perché gli altri giorni non ha sbatty. Diventa colpa nostra, però, quando ci convinciamo di non poter fare nulla per cambiare le cose, o almeno di poter capire definitivamente come stanno queste dannate cose e poi, nel caso, voltare pagina. Quand’è che siamo diventati così cinici? Da quand’è che scrivere a una persona che ci manca è da sfigati? Da quand’è che siamo diventati così attaccati all’orgoglio? Da quand’è che “deve scrivermi prima lui” è diventato legge? Dobbiamo davvero sottostare a queste regole non scritte che vogliono che sia lui a doverci scrivere, lui a doverci chiedere di uscire, lui a dover fare la prima mossa, lui a dover fare tutto. Lo strategismo sentimentale lasciamolo ad Alfonso Luigi Marra e a Ruby Rubacuori, per favore. Davvero non abbiamo ancora capito che non funziona più così? Che ci piaccia o no, amiche mie. Il rapporto uomo-donna come lo immaginiamo noi non esiste più. Ce lo dicono i siti per donne, ce lo dicono le serie tv, ce lo dice la vita. Quindi a me sta bene scrivere per prima, invitare per prima, passare sopra al fatto che sparisca senza spiegazioni e che ritorni e prendere tanta valeriana per non sbroccare, a me sta bene e non mi sento una sfigata a chiederli cosa accidenti gli passi per la testa, perché io non ho tempo da perdere. Mi sta bene perché mi sento bene a farlo, mi sento una persona che combatte per ottenere quello che vuole, senza scendere a nessun tipo di compromesso. Tutti i vostri “non ti merita” ci scivoleranno addosso come l’acqua della doccia, abbiamo tutto il diritto di andare avanti perché nessuno, a parte noi, sa come stanno le cose. Non farete la figura delle cretine chiedendo spiegazioni (magari però evitate di farlo mandando a lui un video su whatsapp in cui, ubriache marce, cantate Always dei Bon Jovi mentre correte sotto l’acqua in piazza Gae Aulenti). Sparate l’ultima cartuccia, così magari la smettete di mangiarvi le unghie, e gli amici maschi la finiranno di dirvi che siete diventate una specie di Flubber senza più il minimo briciolo di spina dorsale. Forse il romantisicmo ci ha fottuto il cervello? Forse è colpa della mac and cheese pizza di Parks and Recreations, del senza senso “tu sei la mia persona” di Grey’s Anatomy, della musica emo, delle mie coetanee che si sposano, della mia familglia che mi mette più ansia di un orologio biologico? O forse, semplicemente, non è una colpa se nel nostro mondo personale non esiste differenza tra quello che vediamo su uno schermo e la nostra vita.

L’altra sera poi sono andata al concerto di uno dei miei gruppi preferiti in assoluto, uno di quei gruppi che ascolto da metà della mia vita e che fa parte di quel genere emo che mi ha sempre accomunata al buon Seth Cohen. La maggior parte dei testi sono poesie d’amore semplici e dirette, e io ero lì, sotto la pioggia, che piangevo. L’idea di mandare note vocali e video è stata impressa nella mia mente per tutto il tempo, ma alla fine non l’ho fatto, Il cantante urlava START OVER e io avrei solo voluto usare quelle sue due semplici parole per esprimere un intricato concetto che avevo nel cervello da un sacco di giorni: perché non possiamo cancellare tutto, tornare al giorno in cui ci siamo conosciuti,  a tutti i messaggi che sono iniziati a piovere il giorno dopo, agli inviti iniziali? Perché io non posso fare una cosa del genere? Non l’ho fatto perché in quel momento io ho deciso di non farlo, perché stavo di nuovo mettendo l’altra persona davanti a me stessa, stavo permettendo a lui di godersi una serata bellissima più di quanto me la stessi godendo io. Io ho deciso di non fare niente, non quella sera. Questo non vuol dire che non lo farò in futuro, vuol dire che ci vuole un po’.

Sono arrivata, quindi, a una conclusione molto importante, che probabilmente, senza questa storia, senza il cazziatone e senza quel film non avrei mai accarezzato con mano: la verità è che mi piaccio abbastanza, io. Mi piace abbastanza quello che mostro di me all’altra persona, la mia forza, il mio essere una grande stronza, ma anche il tornare strisciando e mandando stupide foto trovate su tumblr che dicono “hey dai, mandiamo tutto a fanculo e guardiamo insieme Orange is the New Black”. Mi piace il mio essere riuscita a mostrarmi nuda senza più la paura di avere le smagliature, la cellulite, la pancia molle, io non sono una pornostar ma lui ha i peli sul petto. Siamo persone normali, non siamo modelli photoshoppati sulla copertina di Vogue. Mi piace il mio fottermene se la mattina ho i capelli dritti e sono struccata. Mi piace metterlo al centro delle mie conversazioni virtuali. Mi piace la mia ingenuità nel credere che forse lui non ci abbia capito niente, perché sì, è più che ovvio che non gli piacete abbastanza, perché è vero che un uomo interessato se ne sbatte allegramente, ma è anche vero che gli uomini non sono più quelli di un tempo, non esiste più mio nonno che gira tutti i paeselli dei castelli romani per ritrovare la biondona che ha visto per un minuto al mercato e ha deciso che deve per forza diventare sua moglie. Se non vi scrive non gli interessate, e se lui pensasse lo stesso? Se anche voi non scrivete a lui e quindi lui pensa che non vi interessi? Io stessa predico il “spegnete i social e andate sotto casa sua” e poi non ci vado, perché sì, non so dove abita, ma nemmeno gliel’ho mai chiesto. Io mi piaccio abbastanza da sapere di potergli piacere, da avere le palle di parlare a cuore aperto. Un anno fa ero su queste stesse pagine e vi chiedevo di aiutarmi a capire se fosse il caso di fare il primo passo con un ragazzo o no. Un anno dopo sono qui che mi sono trasformata. Io non la voglio più la guerra fredda, non abbiamo più l’età per tutto questo, siamo persone adulte. Le sparizioni, i messaggi non visualizzati, il tornare venti giorni dopo facendo finta di niente. Non è possibile che io, a 26 anni, debba ritrovarmi una bella mattina di agosto a rimpiangere la friendzone perché almeno, nella friendzone, ci si parla.

Io mi piaccio abbastanza dal non aver più paura di ricevere un no, perché preferisco un no a un non sapere. E io sono molto più importante di qualunque altra persona, non c’è più nessuno che mi tenga per la maglietta, a meno che io non glielo permetta. Io mi tengo per la maglietta da sola.



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