Là dov’è la vigna di uve nere, non ci sono strade. È per questo che non si odono voci né cigolii di carri, né picchiettii di zoccoli di bestie. Il mare è troppo lontano perché il rumore che la tempesta fa quando sbatte contro la costa arricciandola di bianco possa salire fin lassù. Se il vento è favorevole, ne arriva un ansimare fioco e tramortito come di persona soffocata da un bavaglio; un ansimare che, per non essere percorso da altre varianti di suono, diventa un’aggiunta di silenzio.
Ho assorbito l’amore per la lettura da mia madre, e uno dei gesti che ci è più consueto è lo scambio di libri, che ora per la maggior parte avviene da me a lei. Infatti, appena finito di leggere il romanzo di Infante Sento la neve cadere ho aspettato trepidante di conoscere le sue impressioni, abbastanza certa di averle fatto piacere passandoglielo. Ma poiché la mamma non può smettere di sorprendermi, sottolineando la bravura di Infante nel descrivere un mondo contadino duro ma pervaso di poesia scomparsa, mi ha chiesto: “Non ti ha ricordato La vigna di uve nere”? La similitudine mi è parsa ovvia e lampante solo dopo la sua domanda, non solo per l’ambientazione nella Sicilia contadina del secolo scorso, ma a quel punto dovevo rileggerlo, e senza perder tempo.
Ho scoperto La vigna di uve nere quando ero appena adolescente, nell’edizione Jolly Rizzoli del 1967 con la copertina telata che appartiene a mia madre, e sulla stessa appena ingiallita l’ho riletto (per l’ennesima volta) in questi giorni. In realtà il romanzo uscì nel 1953, riscuotendo un successo notevole in termini di critica e di pubblico, anche all’estero; ne fu persino ricavato negli anni Ottanta uno sceneggiato per la Rai con la regia di Sandro Bolchi.
Nonostante questo, non ho mai incontrato qualcuno che abbia letto La vigna di uve nere, né in molti hanno sentito parlare di Livia De Stefani, scrittrice nata a Palermo nel 1913, e sprofondata in un silenzio immeritato. Perché il romanzo, ispirato ad un fatto di cronaca nera, traccia una storia lontanissima nel tempo, ma tuttora crudelmente viva: Casimiro Badalamenti è un uomo che ha alle spalle delle amicizie- con tutto il carico di significati che nella Sicilia degli anni Trenta- eppure è costretto dal misterioso omicidio di suo padre e suo fratello a trasferirsi da Giardinello a Cinisi, nella casa di Concetta, una prostituta. Da lei, trasformata con la reclusione in donna per bene, avrà quattro figli che affiderà poi ad estranei per non lasciar traccia di una relazione di cui si vergogna. Quando l’età e la necessità di una posizione di potere lo porteranno a sposare Concetta, Casimiro riprenderà in casa di forza i figli cresciuti altrove, rompendo legami affettivi profondi e creandone, in una torbida alchimia di alleanze contro il padre-uomo nero, di nuovi e incestuosi.
Un giunco non può trattenere un fiume in piena, e quando Nicola, travolto dall’odio per il padre di sangue, si aggrappa alla sorella Rosaria, l’amore si trasforma in catastrofe. Pagheranno tutti, e tutti nella loro carne, nella maniera più feroce possibile, come in una vera tragedia greca: l’orgoglio che crede di controllare tutto sarà piegato, l’amore proibito castigato dalle consuetudini e dal fato, la madre ridotta al ruolo di coro piangente.
La storia in sé è intensamente dolorosa, e il romanzo è uno dei primi a descrivere –seppure in maniera velata- il giogo mafioso che pesa e schiaccia le terre siciliane; l’autrice stessa ha ammesso che il suo libro è stato non solo ignorato dai suoi conterranei, ma anche di non aver potuto far ritorno al suo paese per molti anni.
Ma quello che colpisce in La vigna di uve nere è la bellezza, nuda e semplice, del linguaggio, attraversato nelle descrizioni dei paesaggi come dei corpi da una sensibilità artistica che sembra quasi formare a pennellate grasse volumi, consistenze, odori di una Sicilia per nulla stereotipata. E non pensate a Verga: non è realismo né verismo, quello del romanzo. Piuttosto un espressionismo venato della magia cupa del fato, la trasformazione della realtà in elemento tragico, predestinato, immutabile.
Come accade con i veri amici, spesso i libri ritornano al lettore, anche dopo molti anni, conservando intatti significato e forza; è allora che si vede la differenza fra un libro di successo, ma dimenticabile, e uno ben scritto, benché dimenticato. La vigna di uve nere è per me un libro da conservare nella memoria e nel cuore ancor più caramente che sullo scaffale.
