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LAYLA and OTHER ASSORTED LOVE SONGS

Creato il 21 marzo 2011 da Maurozambellini
LAYLA and OTHER ASSORTED LOVE SONGS
La storia insegna che dai tormenti nascono grandi opere d’arte. Layla appartiene a questa specie, uno degli album più osannati della storia del rock nasce in un contorno di ansie e conflitti interiori ma si erge luminoso a rischiarare una stagione al tramonto dove creatività, ispirazione e droghe andavano a braccetto e l’atmosfera che si respirava era di quelle che chiudono un’ era con un capolavoro.
La reazione chimica tra Derek and The Dominos scatenò nelle session ai Criteria Studio di Miami tra l’agosto e l’ inizio di ottobre del 1970 una spontanea esplosione di energia che coinvolse i musicisti in lunghe jam di soul, blues e rock dove le canzoni in sé avevano poca importanza perché quello che importava era suonare, suonare, suonare per ore e giorni interi. Era lo zeitgeist, lo spirito del tempo ma la magia che si creò in quelle calde notti della Florida non la si trovò più, salvo rare eccezioni e nemmeno in musicisti il cui nome sui muri di Londra veniva associato a quello di Dio. Non scrivevamo per avere canzoni, scrivevamo solo per avere qualcosa da suonarci sopra. Le parole del tastierista Bobby Whitlock inquadrano Layla and Other Assorted Love Songs, un disco epocale che come sottintende il titolo traeva spunto da storie d’amore, più precisamente fu il canto d’amore appassionato e sconsolato di Eric Clapton lacerato da una tormentata storia con la moglie (Pattie Boyd) di uno dei suoi migliori amici, George Harrison. Una love story combattuta e distruttiva fatta di fugaci incontri tra il chitarrista e Pattie Boyd nei tanti party di quei giorni smisurati ed eccitanti, una storia d’amore consumata tra il tradimento di un amico, stati depressivi, esaltazioni momentanee e sensi di colpa. Nemmeno la cara vecchia eroina riuscì ad alleviare i tormenti di “manolenta” che perso nel suo delirio di amante non corrisposto si identificò nel protagonista di The Story of Layla and Majnum del poeta persiano Nizami, romantico racconto con significati metaforici di un giovane che si innamora senza speranza della principessa-luna il cui padre la voleva maritare ad altri.
Clapton si immedesimò in questa vicenda a tal punto da portare in scena il suo tormento con un album intitolato come il romanzo. Ma la musica non è una metafora, occorrono musicisti, strumenti, tecnici ed una comunidad che in quegli anni rivoluzionari era molto più che una trovata di marketing e di immagine.
Gli eventi si susseguirono velocemente visto che tra lo scioglimento dei Cream e la pubblicazione di Layla passarono solo due anni. In mezzo ci sono i Blind Faith, il primo strombazzato supergruppo della storia del rock, e soprattutto quella carovana viaggiante di hippies che risponde al nome di Delaney and Bonnie and Friends. Dura solo undici mesi il sodalizio tra Clapton, Winwood, Ginger Baker e Rich Grech perché l’ enorme potenzialità che avrebbe dovuto esprimere la fede cieca si arena sulle sabbie di un tour che invece incorona Delaney and Bonnie e i loro amici Dave Mason, Carl Radle, Jim Gordon, Bobby Whitlock, Jim Price, Bobby Keys, Rita Coolidge, gente che maneggia rock, gospel, country-soul e blues come un gambler fa con le carte da gioco.
La stramba congrega dei Friends è una comune viaggiante, nessuna gerarchia sul palco e fuori e tanto meno nessun ordine di scuderia: si vive assieme, si suona assieme e si lascia libera l’immaginazione improvvisando e creando una orgia di suoni e ritmi a base di soul/R&B; con l’unica eccezione che i cantanti sono i coniugi Bramlett e i cori li fanno Bobby Whitlock e Rita Coolidge.
Clapton subisce il fascino di questa congrega di fuorilegge molto diversa dall’irrigidito stile dei Blind Faith, ne viene contagiato e ne assorbe lo spirito di libertà e di camaraderie tanto che si defila dai Blind Faith e viaggia sul bus dei Friends ascoltando le loro cassette, bevendo il loro whiskey e fumando la loro erba. Quando i Blind Faith lasciano il tour sale con loro sul palco e stanco di vestire i panni del frontman di un supergruppo diventa l’anonimo chitarrista ritmico.
Finchè funziona il gioco è divertente ma lavorare con i coniugi Bramlett alla lunga diventa faticoso, così quando Leon Russell sparge la voce che sta cercando musicisti per il tour di Mad Dogs and Englishmen i Friends saltano sulla scialuppa e si aggregano al circo di Joe Cocker. Rimane sulle sue il solo Bobby Whitlock, tastierista, cantante e autore di buon mestiere che raggiunge Clapton in Inghilterra e nella magione di questi inizia a scrivere e strimpellare insieme quello che sarà il nucleo fondativi di Layla.
Il cerchio si chiude quando nella primavera del 1970 cala il sipario su Mad Dogs and Englishmen ed i Friends divengono la house band di George Harrison in All Things Must Pass, il disco prodotto da Phil Spector che indirettamente pone le basi di Derek and The Dominoes perché sono loro più qualche invitato a suonarlo. Alle registrazioni dell’album partecipa anche Clapton ed è qui che scatta il love affair con Pattie Boyd così che quel titolo, tutte le cose devono passare suona un po’ come presagio del futuro degli ex Friends e dei cambiamenti affettivi in corso.
Per quanti riguarda la musica il concetto di Derek and The Dominos è che non ci fosse un leader e questo spiega perchè Clapton, stanco di fare la superstar, non usi il suo nome ma opti prima per Del and The Dominos poi trasformato in Del+Eric=Derek and The Dominos, poi non ci fossero trombe, sax e ottoni vari e non ci fosse nessuna donna nella band ed ultimo che le voci tenessero un approccio tipo Sam&Dave; ovvero prima canta uno, poi l’altro e poi tutte e due insieme. Sfumata l’esperienza coi Cream e coi Blind Faith, Clapton non voleva un’altra sommatoria di virtuosi impegnati in assoli ed individualismi ma una vera band, un insieme di musicisti amalgamati che suonavano uno per l’altro senza nessuna velleità da protagonisti. I risultati sono alla portata di tutti specie se si ascoltano le jam da cui venne fuori il disco (presenti nel triplo box della 20th Anniversary Edition), l’empatia è fenomenale, la chimica esaltante, la musica un fiume in piena di rock, blues, soul e psichedelia. Le canzoni sono frutto del lavoro di Clapton con Whitlock e interpretazioni originali e dilatate di classici di Chuck Willis (It’s Too Late), Big Bill Broonzy (Key To Highway), Jimmie Cox (Nobody Knows You When You’re Down and Out), Jimi Hendrix (Little Wing, registrata dieci giorni prima della morte dell’autore), Billy Myles (Have You Ever Loved A Woman).
Se l’obiettivo di Clapton era di enfatizzare e sublimare il suo mal d’amore il risultato è pienamente riuscito perché il disco riflette il misto di estasi e tormento, estasi per essere perdutamente innamorato, tormento per il senso di colpa nel tradire un amico. A momenti in cui la sua voce è un canto sofferto e disperato, come un gabbiano ferito che urla un torch-blues pieno di dolore si alternano momenti liberatori dove la band rolla con una leggerezza incredibile esaltando un gioco d’assieme dove basso, batteria e organo creano il tappeto per l’irresistibile interplay delle chitarre e della slide di Clapton e Duane Allman.
Fu decisivo l’innesto nel gioco di squadra di Duane Allman perché i suoi solo, alcuni con la slide, sono determinanti a fare di questo album un monumento, da Layla a Any Day Now, da I Am Yours a Tell The Truth, da Nobody Knows You When You’re Down and Out alla struggente Have You Ever Loved A Woman dedicata a Pattie Boyd.
“Duane tirò fuori il meglio di noi, anche nel songwriting perché la canzone venne fuori jammando, come ad esempio in Anyday che Eric ed io avevamo già scritto ma Duane ci aggiunse quella fantastica slide”. (Bobby Whitlock)
La battaglia tra i due chitarristi portò in paradiso i Dominos perché spinse l’uno e l’altro a misurarsi coi margini estremi delle loro possibilità andando oltre i limiti che le loro tecniche consentivano ma sostanziale è il lavoro di retroguardia di Bobby Whitlock con la voce, l’organo ed il piano, vero “regista” a tutto campo. Fu Whitlock a mantenere salde le liriche dei brani e a far si che le jam si trasformassero in canzoni con una generosa dose di Memphis sound spruzzata qua e là. Carl Radle e Jim Gordon da parte loro furono una sezione ritmica non usuale e lo si sente nel modo in cui vengono usate le percussioni in Tell Bottom Blues e come viene rivoluzionato il boogie da strada di Key To Highway di Big Bill Broonzy.
Basilare l’apporto dietro la consolle di Tom Dowd l’uomo di fiducia della Atlantic, un produttore con un curriculum impressionante (Coltrane, Aretha Franklyn, Bobby Darin) che aveva già collaborato con Clapton nei dischi dei Cream. Tom Dowd era di casa ai Criteria Studios e durante la lavorazione di Idlewild South della Allman Brothers Band fu contattato dallo staff di Clapton per produrre il disco di Derek and The Dominos. Narra la leggenda che ci fu una telefonata alla fine della quale Duane Allman, lì presente, apprese da Dowd che negli stessi studi sarebbe arrivato dall’Inghilterra uno dei suoi idoli sperando così di poter fare qualcosa insieme. E difatti, in un momento di break nella registrazione di Idlewild South, Dowd portò Duane in sala con Clapton e lì nacque una delle leggende della rock n’roll history. L’arrivo di Duane Allman spinse i Dominos in una specie di esplorazione libera e disinibita nei suoni del blues e del soul, catalizzò un ensemble che non era una confezione da studio ma una rock n’roll band di larghe vedute. Certo circolava un sacco di droga pesante ma tutti erano giovani e l’effetto era quello eccitante della creazione e del coinvolgimento collettivo. In un era che stava finendo Layla fu contemporaneamente il canto finale e la summa del rock dell’epoca, la fusione di un background di radici blues, R&B; e soul che i musicisti inglesi avevano riportato a galla, con la libertà espressiva delle band psichedeliche americane che avevano mutato il modo di fruire la musica portando con le loro interminabili jam il pubblico a ballare, a gioire e a perdersi nel cosmo.
Il ritorno a casa fu doloroso: Derek and The Dominos si sciolsero dopo un breve tour, Eric Clapton sprofondò in una pesante tossicodipendenza, Duane Allman morì l’anno dopo.
MAURO ZAMBELLINI FEBBRAIO 2011

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