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Le confessioni di Joni Mitchell

Creato il 23 settembre 2010 da Joolio

Le confessioni di Joni MitchellRating: 5/5

di Ludovico Casaburi

Triste e meraviglioso, schietto e poetico, Blue è la quintessenza del cantautorato al femminile. Joni Mitchell nel 1971 mise in musica – ma soprattutto in parole – la sofferenza e la successiva catarsi desiderata prima e trovata poi grazie ad un viaggio nel Vecchio continente: la fine di un amore le diede la spinta per buttar giù canzoni che sono ferite aperte che necessitano una cura, racconti di amore e di perdita.

Tanto che anche brani come All I Want, My Old Man e Carey – i più brillanti, i momenti migliori dell’album – sono comunque caratterizzati da impercettibili e bellissime tensioni vocali dettate proprio dal dolore e dalla solitudine. Allo stesso tempo, canzoni come Little Green (struggente storia di un’adozione) o come la stessa Blue (un inno alla salvezza apparentemente composto per James Taylor) riposizionano il genere cantautorale folk-pop su nuovi standard di onestà e di apertura: Joni Mitchell si
muove, all’interno del suo mondo, al di là delle leggi severe del folk acustico del tempo, verso territori più scoscesi e variegati, preparandosi alle sperimentazioni sonore che in futuro la renderanno ancora una volta protagonista.

Esempio ne sia lo straordinario utilizzo della voce: Joni Mitchell sceglie di arrampicarsi dove nessun artista folk aveva mai osato prima. E perché mai avrebbe dovuto?

Un’intuizione tutta al femminile, che si rivelerà determinante per l’atmosfera così disperata e nevrotica, ma anche disarmante e indifesa dell’album capolavoro dell’artista canadese, vero termine di paragone del genere nei succesivi quarant’anni.

Joni Mitchell, Blue (Reprise, 1971)


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