Le espressioni facciali e la comunicazione non verbale

Da Ciraolo

Foto | facial study

Comunicazione non verbale.

Quando ci riferiamo alla parola Comunicazione, il nostro pensiero va subito alla comunicazione verbale o scritta.

In realtà la maggior parte dei messaggi che le persone si scambiano sono rappresentati dalla cosiddetta “Comunicazione non verbale” (oltre il 70% degli scambi comunicativi totali).

In particolare, si tratta di:

  • Espressioni mimico-facciali,
  • Variazioni intonazionali-vocali
  • Postura
  • Gesti non intenzionali
  • Prossemica

Quest’ultima è un’interessante branca della comunicazione che studia come ci poniamo fisicamente davanti o di lato alle persone, quanto stiamo loro vicino, dove ci andiamo a sedere in una stanza dove ci sono altre persone e perché.

(Avete mai fatto caso a come si siedono le persone ad un tavolo quando c’è una riunione o un pranzo? E come ci disponiamo in un ascensore?)

Lo specchio delle nostre emozioni.

Intanto facciamo chiarezza su un concetto:  Non è vero che lo specchio delle nostre emozioni sono gli occhi.

E’ il nostro viso! Il viso è in assoluto il mezzo espressivo principe delle emozioni che proviamo, nel momento stesso in cui le proviamo. Nonostante alcune persone siano in grado di gestire, mascherare alcune espressioni facciali, qualcosa sfugge sempre.

Gran parte di quello che sappiamo a questo proposito lo dobbiamo agli studi di un famoso psicologo americano che le ha studiate per 40 anni. Paul Ekman, rifacendosi al buon vecchio Charles Darwin (sempre lui!) dimostrò che le espressioni facciali umane sono universali, cioè sono le stesse a prescindere dai vari tipi di cultura.

Un sorriso, un pianto, un’espressione di rabbia, di paura o di disgusto sono riconosciuti ed hanno lo stesso significato in qualsiasi parte del mondo, anche in popolazioni che non hanno mai avuto contatti con la civiltà moderna.

Questa constatazione è meno ovvia di quanto appare; il fatto che siano universali significa che le espressioni facciali sono il risultato delle nostre emozioni e che il riconoscimento delle emozioni è innato e non appreso.

L’unica cosa che varia sono le “Regole di Esibizione” (Display Rules). Infatti, molte culture orientali non mostrano in pubblico le emozioni negative (specie gli uomini).

Avete presente lo stereotipo del cinese/giapponese che annuisce continuamente con il capo e sorride? Ecco, la loro cultura li obbligava (adesso per i giovani molte cose sono cambiate) a non mostrare rabbia o dolore in pubblico. Tuttavia in privato le loro espressioni facciali sono del tutto identiche a quelle degli occidentali.

Lie to me.

Come dicevamo, Ekman si rese conto che anche quando cerchiamo di controllare i nostri muscoli del viso per non far trapelare nulla, qualcosa delle nostre emozioni sfugge sempre.

Sono le micro espressioni.

Espressioni complete o accennate, della durata massima di 25 secondi, che si possono rilevare attraverso il FACS (Facial Action Coding System), ovvero un complesso sistema di codifica che si basa sui muscoli facciali suddivisi in “Unità di Azione”.

Come molti sapranno, la fortunata serie televisiva “Lie to Me” della Fox, interpretata da Tim Roth, è ispirata alla vita di Paul Ekman ed egli stesso (ora settantaquattrenne) ne è co-sceneggiatore.

Benché la serie TV abbia spettacolarizzato le potenzialità del FACS, essa è stata ed è davvero un potente mezzo di rilevazione delle emozioni provate dalle persone, con punte di affidabilità del 70-75% (ovvero maggiori della “macchina della verità”, tanto cara agli americani).

Tuttavia, come lo stesso Ekman sottolinea, il problema è quello di non cadere nell’ “Errore di Otello”.

Otello, infatti, lesse sul viso di Desdemona l’espressione di paura e pensò che fossea causata dal timore di essere scoperta. In realtà si può provare paura anche se si teme di non essere creduti e, chiaramente, c’è una bella differenza. Chiedetelo a Desdemona!

Quindi, riuscire a leggere un’espressione su un volto non significa capire automaticamente cosa pensa quella persona. Il problema di questa tecnica sta, infatti, nell’inferenza, nell’interpretazione, più o meno lecita, che si fa di quell’emozione.

In poche parole, si può arrivare a leggere il corpo, ma non la mente.

Anche la voce ha un’eccellente comunicazione non verbale.

Le frequenze basse, con voce “ferma”, cioè senza blocchi (strozzamenti o singhiozzi vocali) al livello della gola, danno la percezione di coerenza, professionalità e sincerità.

Al contrario, picchi di stress vocale (voce acuta e stridula), pause eccessive, frequenze sonore che cambiano all’improvviso, possono essere interpretate come incertezza, colpa, rabbia, paura.

I gesti non intenzionali.

I gesti non intenzionali come grattarsi, accarezzarsi una mano o passarla fra i capelli o sul viso, ecc.., insieme alla postura (posizione del tronco, spalle e schiena) non sono segnali molto attendibili.

Non perché non abbiano un significato, ma perché sono sensibili a cause diverse.

Ad es., strofinare ripetutamente con una mano un polso, un braccio o il torace mentre si parla (più spesso mentre si attende di parlare) possono essere sinonimi di auto-rassicurazione.

Significa che il soggetto può pensare di non essere creduto o comunque che sta per affrontare uno stress mentre parlerà. Tuttavia chi è affetto da dolori reumatici o ha avuto un incidente e ha un dolore in quel punto, non fa testo, quindi è un dato non attendibile. La postura è ancora meno significativa se una persona ha mal di schiena o è stanca.

Il viso, invece, ha meno problemi e, a meno di botulino, assunzione di miorilassanti, paresi o altri problemi, è in grado di fornire molte indicazioni.

A cosa serve, nel quotidiano, tutto questo?

Sicuramente queste tecniche possono essere utili agli psicologi, ai criminologi e a chi si occupa di problemi legali, ma in concreto, a tutti gli altri, a cosa possono servire?

Intanto, invece di pensare a cosa nascondere e come nasconderlo, possiamo pensare a cosa mostrare e a come mostrarlo.

Se è vero che il viso è il maggior “trasmettitore” di messaggi emotivi, perché non utilizzarlo per aumentare la nostra comunicazione?

Ad es., se dico ad un bambino che gli voglio bene ma non gli sorrido, che messaggio gli arriverà?

I messaggi non verbali sono più “potenti” di quelli verbali perché li recepiamo in maniera automatica e diretta.

Allo stesso modo, potremmo allenarci a fare più attenzione ai visi delle altre persone e a cercare di capire cosa comunicano.

Oppure, usare la voce con un timbro appropriato; questo comunicherà le nostre intenzioni al di là delle nostre parole e può essere molto utile.

Questo articolo è stato scritto da Patrizia Guarino.


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