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Le meraviglie

Creato il 23 giugno 2014 da Af68 @AntonioFalcone1

1Film vincitore del Gran Prix al 67mo Festival di Cannes, Le meraviglie, scritto e diretto da Alice Rohrwacher, alla sua seconda realizzazione dopo l’intenso Corpo celeste (2011), è un’ opera sorprendente e coraggiosa, idonea a mettere in luce un percorso autoriale originale, permeato di toni intimistici e dalla forte impronta documentaristica (esaltata anche dalla fotografia di Hélène Louvart), che trova comunque idonei riferimenti tanto nel nostro passato cinematografico (il “mostrare, non dimostrare” caro a Rossellini, la dilatazione immaginifica del visibile propria di Fellini, un ancestrale senso di legame con la terra che può ricordare il grido di dolore espresso da Pasolini, pur privo in tal caso di afflato mitizzante), quanto in alcuni autori stranieri (Bresson per esempio, nella ricerca dell’intima essenza di quanto ci circonda, oltre quanto si possa vedere e toccare, o Angelopoulos, nella particolare sospensione tra metafora e poesia). Domina l’essenzialità visiva e narrativa (a parte un certo allungamento nella parte finale), in assenza di una vera e propria colonna sonora, sostituita dai suggestivi rumori provenienti dal mondo esterno, la campagna fra Toscana e Lazio, con l’unica intrusione rappresentata dalle note di T’appartengo cantata da Ambra Angiolini, canzone cara ad una delle bambine protagoniste, che permette inoltre un tentativo di datazione delle vicende narrate, altrimenti cristallizzate in un periodo temporale indefinito o comunque non propriamente caratterizzato da elementi d’appartenenza (l’autrice nelle interviste ha parlato al riguardo di un generico “dopo il ‘68”, anno in cui “si è rotto qualcosa e si è dovuto tornare a rimettere insieme i pezzi ”).

Maria Alexandra  Lungu, Alba Rohrwacher, Agnese Graziani,Maris Stella  ed Eva Morrow (Movieplayer)

Maria Alexandra Lungu, Alba Rohrwacher, Agnese Graziani,Maris Stella ed Eva Morrow (Movieplayer)

Va in scena qualcosa di particolare, un evento forse avvenuto anni addietro, un ricordo, il cui avvio è dato dalla luce dei fari delle auto di un gruppo di cacciatori, e poi dalle loro torce, che illuminano nella notte l’esterno e l’interno di un vecchio casale.
Vengono quindi visualizzati i componenti di una famiglia, papà Wolfgang (Sam Louwyck), mamma Angelica (Alba Rohrwacher), le loro quattro figlie, Gelsomina (Maria Alexandra Lungu), Marinella (Agnese Graziani), Caterina (Eva Morrow), Luna (Maris Stella Morrow) e l’amica Cocò (Sabine Timoteo). Probabilmente in fuga dalla città, alla ricerca di un “altrove” dove poter crescere la prole al riparo da influenze esterne, fallito il tentativo di conferire un inedito verso al mondo piuttosto che adattarsi ad esso, svolgono principalmente, tutti insieme, il mestiere di apicoltori, incuranti di qualsiasi regolamento imposto al riguardo, coltivano la terra e allevano pecore, quanto basta per garantire la loro sussistenza. Anche se il carattere rude e autoritario di Wolfgang può far pensare il contrario, il ruolo di capofamiglia è esercitato dalla primogenita Gelsomina, dodicenne, la quale, avendo d’altronde instaurato un particolare legame con le api, si fa carico della gestione degli alveari, arrampicandosi sugli alberi per recuperare uno sciame volato via dalle arnie o tenendo ben a mente il momento in cui sostituire da sotto il distillatore il secchio del miele ormai pieno con uno vuoto.

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Chissà, forse la ragazzina vuole semplicemente compiacere il genitore, o teme una sua reazione violenta, ma certo è che in cuor suo, lo si nota da come guarda le coetanee in paese, così compiaciute nel loro assuefarsi omologante alle mode del momento, sogna una vita diversa, quantomeno più consona alla sua età, invidiando probabilmente la secondogenita Marinella, capricciosa e svogliata, ma in fondo pienamente e concretamente bambina.
Ad interrompere il fluire di una non certo monotona quotidianità, irrompono, oltre alla moria delle api causata dall’impiego di un diserbante da parte di un confinante in nome della produttività, due particolari accadimenti, una troupe televisiva che sceglie come location alcune rovine etrusche per girarvi un talent show, Il paese delle meraviglie, condotto dalla “fata bianca” Milly Catena (Monica Bellucci, splendidamente in parte, anche autoironica) e l’affidamento alla piccola comunità da parte dei servizi sociali tedeschi del giovane Martin (Luis Huilca Logroño), reo di piccoli furti, silenzioso e schivo.
Del tutto libero da convenzioni e regole, Le meraviglie vive di una particolare magia, a volte eterea, altre concreta e palpabile, idonea a costituire un forte legame fra reale ed irreale, in virtù del’abilità registica espressa nel prendere per mano gli spettatori e condurli gradualmente all’interno di una primordiale diversità, in procinto di essere fagocitata da una sin troppo veloce modernizzazione.

Lungu e Graziani

Lungu e Graziani

La cultura, nella sua accezione universale, comprensiva anche delle più antiche tradizioni espresse dal mondo rurale, viene plasmata dai mass media e restituita pronto uso e consumo, in forma di prodotto tipico e asettica località agreste, nostalgicamente bucolica, opportuno rifugio per quanti intendano, magari per un fine settimana, prendere le distanze dai sempre più frequenti “non luoghi” cittadini, idonea nel tempo ad assimilarsi a quest’ultimi, svuotandosi della propria più intima essenza.
Questo è quanto emerge, o almeno quanto da me percepito, una volta entrati dentro il suddetto percorso suggeritoci dalla Rohrwacher, la quale, attraverso essenziali movimenti di macchina ed intensi primi piani, affidandosi ad una recitazione del tutto istintiva e “naturalistica”, fa risaltare opportunamente ogni contraddizione e conflittualità dei protagonisti, i toni aspri espressi da Wolfang, appena mitigati dalla dolce assertività di Angelica, un adattamento apparentemente passivo, ma in simbiosi con la voglia di cambiare espressa da Gelsomina, sia con l’adesione allo spettacolo televisivo, sia attraverso la silente alleanza stretta con Martin. È tramite gli occhi di Gelsomina che viene rappresentato l’ingenuo stupore dell’essere umano di fronte alla natura, la capacità di sentirsi parte integrante di essa, come un bimbo appena venuto al mondo ed intento alla sua scoperta, capace di attrarre a sé componenti ed elementi in maniera del tutto armonica.

Monica Bellucci

Monica Bellucci

Uno sguardo puro sul mistero del creato e le sue possibili successive contaminazioni, fra le quali, fallace meraviglia, l’irreale realtà prospettata da una visionarietà artefatta, imposta da un format televisivo, che comporterà in seguito la scoperta di una condizione interiore, il distacco definitivo dal mondo infantile (il cammello desiderato da Gelsomina quando era più piccola, ingenuamente acquistato dal padre, quasi a voler distrarre la ragazza, e se stesso, dal cammino volto all’affrancazione e all’autodeterminazione).
Alla suddetta scoperta si affianca la volontà di relazionarsi col prossimo offrendo se stessi, anche ricorrendo ad un’immaginazione finalmente pura (emblematica al riguardo la scena della caverna, quando Gelsomina ritroverà un fuggitivo Martin), quale elemento idoneo a far sì che tutto possa rimanere imperituro nel tempo, nonostante l’inevitabile incedere di quest’ultimo.
La descritta indissolubilità viene espressa dal sempre forte legame proprio della famiglia protagonista, simbolo di una strenua resistenza, la difesa di un “altro mondo”… Ma ora il casale è vuoto, il vento s’insinua fra le stanze deserte…
Ad avviso di chi scrive un film da vedere, accostandosi alla visione offrendo opportuno spazio alla capacità, istintiva, ma spesso accantonata, di stupirci dinnanzi a quanto idoneo nel farci avvertire ciò che abbiamo dimenticato, il nostro fragile equilibrio di fronte alla natura e l’incanto perduto della nostra più intima identità. Grazie, Alice.


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